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Come stanno le carceri italiane, tra nuovi focolai e misure restrittive

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in copertina foto CC-BY-NC-SA 2.0 Inside Carceri – Next New Media e Associazione Antigone

Un’alta percentuale di detenuti ha ricevuto prima e seconda dose, ma la vaccinazione del personale di polizia penitenziaria procede a rilento: il 30% non è vaccinato, secondo i dati di Antigone. E non va meglio per i dispositivi di protezione: “C’è una mascherina FFP2 ogni 16 persone.”

A Milano, il reparto femminile del carcere di Bollate ospita circa 70 detenute. Al 13 gennaio, 35 risultavano positive al Covid-19: il 50%. “Quando nel reparto la percentuale di persone positive rispetto al numero complessivo supera la soglia del 5% scatta una misura di restrizione per creare una bolla sociale”, spiega il direttore della struttura Giorgio Leggieri. “Si devono applicare delle misure non soltanto per distanziare le persone positive dal resto dei detenuti, ma anche per individuare quelli che sono i contatti stretti, i concellini (i compagni e le compagne di cella, ndr). Questi devono essere separati e posti in quarantena”. 

A Bollate, che conta circa 1300 tra detenuti e detenute, questa prassi funziona. Nel carcere esiste un hub che può ospitare fino a 66 persone positive provenienti anche dal resto delle strutture della regione Lombardia. In più ci sono posti letto adibiti allo stesso scopo anche in infermeria. Nonostante le circa 36 persone positive venute da altre carceri lombarde e i positivi nel braccio maschile — dove c’è un focolaio nel VII reparto — la situazione è abbastanza sotto controllo: “Nel caso del femminile abbiamo dovuto adottare misure di maggior prevenzione, quindi non solamente chiudere le persone detenute nelle loro camere, ma chiudere anche i piani e l’accesso di operatori esterni almeno per tutta la durata della quarantena dei contatti stretti.” Leggieri spiega così il funzionamento del protocollo: “Si cristallizza il reparto, si evita che le persone abbiano contatti tra di loro. I piani vengono compartimentati, vengono ammesse al lavoro nel carcere solo le detenute che risultano negative e si evita che ci siano entrate e uscite di operatori esterni.”

Bollate un’eccezione, non la regola

La peculiarità di Bollate, dovuta a un’organizzazione che rispecchia il lavoro svolto negli anni, purtroppo non è una cartina al tornasole di quello che succede nel resto del Paese. Se la maggior parte degli istituti sono sovraffollati, come si fa a garantire l’isolamento?

“Sono più di 1500 i detenuti che risultano positivi e poco meno di 1500 nel personale di ogni livello, non solo nello staff penitenziario.” A denunciarlo è Carolina Antonucci, ricercatrice di Antigone, l’associazione che da più di 30 anni si occupa di diritti dei detenuti. Il problema, segnala l’associazione, è che dopo il calo registrato allo scoppio della pandemia il numero dei detenuti e delle detenute è tornato a salire: oggi il totale si assesta stabilmente sopra i 54 mila reclusi a fronte di una capienza ufficiale delle carceri di 50 mila posti. Senza considerare che non vengono conteggiati reparti chiusi o in ristrutturazione che abbassano il numero totale di posti a disposizione. 

Dopo un iniziale – e parziale – svuotamento delle carceri nel primo periodo della pandemia, ottenuto anche grazie alle proteste dei detenuti, la situazione è tornata come prima: “Quello che noi auspichiamo,” dice Antonucci, “sono misure urgenti per ridurre la popolazione carceraria, inserite non in un’ottica emergenziale, ma di riforma. Dobbiamo evitare che questi contagi aumentino fino a diventare un numero pericoloso.” Al momento ci sono migliaia di detenuti nelle carceri italiane che devono scontare pene al di sotto di tre anni e che, perciò, potrebbero accedere a misure alternative alla detenzione. Una riduzione del numero dei detenuti è necessaria non soltanto per evitare che il contagio si diffonda, ma anche per mettere in una situazione di tranquillità i positivi: chi è in attesa di negativizzarsi, non può essere tranquillo nel condividere la cella con qualcuno. E il Covid-19, ovviamente, non gira solo tra i detenuti: come segnalato dal Cosps, il Coordinamento sindacale penitenziario, al 10 gennaio erano 1496 i positivi tra il personale di ogni livello, non solo lo staff penitenziario. Anche il capitolo dispositivi di protezione individuale lascia interdetti. È del 10 gennaio la notizia di una prima fornitura di mascherine Ffp2 nelle carceri, commentata così da Gennarino De Fazio, Segretario generale del sindacato UILPA, della polizia penitenziaria: “Se si considera che in carcere sono presenti oltre 54 mila detenuti e più di 41 mila operatori fra appartenenti alla Polizia penitenziaria (36mila) e altre figure professionali, significa che c’è una mascherina ogni 16 persone e 30 per ogni carcere. Tutto ciò lascia senza parole.”

Terza dose, a che punto siamo?

Se fuori dal carcere la corsa alle terze dosi è iniziata, anche per adeguarsi alle nuove misure del governo, dentro i penitenziari la situazione procede a rilento e dipende da regione a regione. “Una cosa importante,” dice Antonucci, “è che la gestione delle prime e delle seconde dosi negli istituti di pena è stata prioritaria perché la popolazione detenuta era considerata estremamente fragile. Mentre per le terze dosi abbiamo notato che non è andata così.” 

Oltre alle condizioni delle strutture che facilitano la trasmissione del virus, in carcere ci sono tantissime persone malate e con un’età media alta: la maggior parte di chi vive in carcere ha più di 45 anni, anche se si è abituati a pensare che ci siano soprattutto giovani. Tra prime, seconde e terze dosi sono circa 100 mila le somministrazioni ai detenuti, ma “su questo dato bisogna riflettere,” dice Antonucci, perché “tra queste ci sono le persone che sono uscite, e quindi che magari hanno fatto la prima dose dentro e poi sono tornate in libertà.” 

Il totale del personale di Polizia penitenziaria avviato alla vaccinazione è invece di circa 26.500 unità. Già a settembre la UILPA segnalava come ci fossero circa 13 mila persone non vaccinate in questa categoria. Ad aumentare le critiche del sindacato anche il fatto che, dal 15 dicembre 2021, per la polizia penitenziaria sia obbligatorio il green pass, mentre per i detenuti no. Tuttavia, con le nuove disposizioni del 30 dicembre e del 7 gennaio, per gli over 50 — buona parte della popolazione carceraria —, è comunque obbligatorio il vaccino. Dal 20 gennaio, inoltre, sarà obbligatorio il green pass per i colloqui in presenza, sia per i familiari che per gli avvocati dei detenuti.   

Colloqui e videochiamate: gli effetti delle restrizioni

Il primo periodo della pandemia era stato segnato da numerose proteste e da violente repressioni. Oltre alla paura per il contagio, la chiusura totale aveva significato per i detenuti anche un’interruzione degli incontri con le famiglie e con i volontari. “A livello psicologico il Covid-19 ha inciso pesantemente sulla popolazione detenuta,” dice Antonucci, “e un sostegno ad hoc non è stato previsto. C’è stata l’introduzione delle videochiamate e un aumento della possibilità di telefonare ai parenti, che è stato molto importante, ma va sottolineato che adesso con il ritorno alla cosiddetta normalità in realtà si sta tornando indietro. Ad esempio si sta pensando di smantellare le videochiamate, che ora sono considerate sostitutive del colloquio in presenza.” 

Anche Giovanna Longo, presidente di ‘A Roma insieme,’ è preoccupata. Le volontarie e i volontari dell’associazione da 30 anni lottano per la modifica della Legge 354/07/1975, secondo la quale le madri detenute possono tenere con sé i figli fino all’età di 3 anni, affinché nessun bambino varchi più la soglia di un carcere. “Sono preoccupata che si prenda la palla al balzo del Covid-19 per stringere ancora di più quello che è un diritto, ovvero che i volontari entrino, che le donne abbiano colloqui.” 

Durante la prima ondata, quando si sono applicate misure per alleggerire la pressione nelle strutture, alcune donne con figli sono uscite e sono state messe ai domiciliari o in case famiglia. Per chi è rimasta dentro, il problema è stato enorme: “Io non potevo andare a fare i colloqui,” dice Longo, “loro non potevano avere il contatto con l’esterno, facevano le videochiamate. È stato devastante sia per le donne che per le famiglie. In quei mesi abbiamo spostato tutte le energie sulle famiglie, aiutandole con tutto quello di cui potevano aver bisogno.” 

Prima del Covid-19 i volontari potevano entrare e uscire dal carcere di Rebibbia, dove hanno le attività principali, con una certa libertà. “Adesso entriamo a turni, dobbiamo mantenere determinati orari, ci hanno fatto un calendario con le varie associazioni che frequentano. Nei tre mesi che è stato chiuso il carcere è come se si fosse spezzato qualcosa. Il rapporto continuo crea fiducia e sicurezza, quindi è stato come ricominciare da capo. È stato devastante per loro e per noi.” 

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