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Milano non è Gotham City (anche se questa pagina Instagram vorrebbe farvelo credere)

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in copertina video grab da Instagram di MilanoBellaDaDio

Dalle violenze di Capodanno al vigile aggredito da una gang di skater, Milano ha trovato il suo “Welcome To Favelas.” Ma, lo dicono i dati, percezione e realtà stanno su due piani diversi

I video delle violenze sessuali di gruppo avvenute in piazza del Duomo la notte di Capodanno sono stati diffusi per giorni su tutti i telegiornali e i siti dei principali giornali online. Subito dopo, a tenere banco è stato il caso del vigile urbano aggredito da un gruppo di “skater di Bolzano” — così pare — in zona Papiniano. Stesse immagini convulse, riprese da uno smartphone, su cui, in entrambi, i casi campeggia in bella vista un watermark bianco: @MilanoBellaDaDio

Impossibile non notarlo, non solo per il font in corpo 30 che occupa l’intera larghezza del video, ma anche per il contrasto paradossale tra le immagini e il nome: ragazze che urlano terrorizzate mentre vengono accerchiate da una folla di uomini violenti (MILANO BELLA DA DIO), ragazzini in tuta che disarmano un vigile urbano in borghese e fanno partire un colpo di pistola (MILANO BELLA DA DIO). 

Ovviamente il contrasto è voluto e fa parte della “linea editoriale,” se così vogliamo chiamarla, dell’account Instagram da cui questi video provengono. Attualmente conta più di 45 mila follower e non c’è da stupirsi se la pubblicità gratuita di questi giorni l’ha fatto crescere un bel po’: di fatto ha imbeccato due “scoop” di fila, fornendo immagini esclusive ai maggiori media locali e nazionali. L’account è diventato talmente popolare che il suo fondatore, Giovanni Santarelli, si è guadagnato diverse interviste e ospitate in tv. Su Repubblica spiega di essere “apolitico” — anche se poi fa collegamenti in diretta con il coordinatore di Forza Italia in Municipio 1 Federico Benassati — e racconta che la pagina Instagram è nata per denunciare pubblicamente “gente che bivaccava in un parco di zona Est.”

A scorrere gli ultimi post pubblicati si ha l’impressione che Milano sia una sorta di Caracas caricaturale, una Gotham City in mano a bande di ladri, spacciatori, baby gang e teppisti assortiti. Frotte di ragazzini attraversano i binari della ferrovia, un tizio scappa dai buttafuori di un locale brandendo un grosso machete, ragazze schiaffeggiano e prendono a calci un passeggero sulla metropolitana, baby gang in tuta e bomber aggrediscono passanti a caso. E poi i messaggi di testimonianza: “Un ragazzo marocchino ha provato a scavallarmi insieme ai miei amici dopo che siamo usciti dal Foot Locker con delle scatole di scarpe,” “anche io sono stato aggredito da quei bastardi, mi hanno tirato pugni e schiaffi e mi hanno preso il telefono e i soldi.” Una mail spedita all’Atm denuncia un “gruppetto di donne ladre” attive in metropolitana. E così via.

Account di questo genere non sono certo una novità: il filone della “denuncia” via social del “degrado urbano” ha molti predecessori illustri. A Roma c’è il popolarissimo blog Roma Fa Schifo, che se la prende con la monnezza, i graffiti sui muri e le “bande di ladri e predoni” che tengono sotto scacco la Capitale. Ma il soggetto che più di tutti ha contribuito a diffondere il sottogenere dei video amatoriali di risse, scippi, rapine e altri disordini è senza dubbio Welcome To Favelas, il famigerato trademark che ha attraversato negli anni tutte le piattaforme social, sopravvivendo a molteplici ban, e prosperando soprattutto su Telegram – dove sono nati svariati altri account fotocopia che diffondono lo stesso tipo di contenuti. 

Nonostante siano sempre attivi, questi account godono di una popolarità “a ondate” nel mainstream, quando riescono a imbeccare un contenuto che buca la bolla, diventa virale sui social e finisce sui telegiornali della sera: le violenze di Capodanno a Milano come a Roma la “maxi rissa al Pincio” di dicembre 2020. Dopodiché, le redazioni locali si accorgono che il genere funziona e cominciano, per un certo periodo, a dedicare all’argomento un’attenzione ossessiva. Scorrere l’homepage dell’edizione cittadina del Corriere della Sera in questi giorni non è tanto diverso da scrollare il feed di Milano Bella Da Dio, anche quando i contenuti non provengono dalla pagina: dopo il vigile aggredito dagli skater bolzanini abbiamo gli “spari tra il ras e i rapper” a San Siro, un’altra molestia in piazza del Duomo, il diciassettenne ferito a coltellate perché voleva recuperare il proprio cellulare, eccetera.

E così il tema finisce al centro del dibattito politico: da due settimane la destra in consiglio comunale agita lo spettro dell’“allarme sicurezza,” chiede le dimissioni dell’assessore Granelli, strumentalizza in tutti i modi la nazionalità dei genitori dei due ragazzi fermati per le violenze di Capodanno — spingendosi a parlare di “minaccia islamista” e accusando il sindaco Sala di un “lassismo” che avrebbe permesso “stupri di massa.” In tutta risposta, Sala ha voluto precisare che il branco “arrivava da fuori Milano” — come se il problema fosse quello — e ha presentato un “piano sicurezza” che vorrebbe disinnescare le polemiche della destra offrendo le stesse soluzioni di quest’ultima: più vigili, più polizia, più telecamere. Nonostante le violenze di Capodanno siano avvenute in una piazza stracolma di telecamere e polizia.  

Ma l’allarme dov’è? Gli ultimi dati sulla criminalità giovanile dell’Istat e del Dipartimento per la Giustizia Minorile dimostrano che non c’è nessuna “emergenza baby gang” in Italia — anzi, il numero dei minorenni segnalati all’autorità giudiziaria è in costante calo dal 2002. Così come sono in calo i reati in generale su tutto il territorio nazionale, ad eccezione di femminicidi — che per la maggior parte si consumano tra le mura domestiche — e truffe online. Anche a Milano, che pure è al primo posto per numero di denunce presentate in rapporto alla popolazione, il numero di reati cala costantemente da dieci anni: nel 2011 i furti erano 162 mila, nel 2019 120 mila, mentre le rapine sono passate da 4 mila a 3 mila.

Eppure i commentatori di Milano Bella Da Dio hanno un’idea un po’ diversa: “Per passare da Milano a Baghdad è bastato poco tempo,” “Ma la città cosa sta diventando? Sembra una polveriera…”, “La gente è impazzita,” “Ormai tutti i giorni succede qualcosa.” Basta leggere una manciata di commenti a caso per capire che sono sufficienti pochi post decontestualizzati, amplificati dall’algoritmo di una piattaforma social, per generare in migliaia di utenti la percezione che la città sia insicura, in preda al caos. Persone che magari non hanno mai subito uno scippo e tornano tutte le sere a casa in tutta sicurezza, ma guardano Instagram e vedono che ogni giorno ne succede una — com’è inevitabile, in una città da un milione e mezzo di abitanti — e pensano di stare in una zona di guerra.

Se lo scarto tra percezione e realtà è impossibile da annullare del tutto, la politica dovrebbe cercare perlomeno di basarsi sui fatti, offrendo risposte reali a problemi reali e non risposte propagandistiche a problemi ingigantiti dalle strumentalizzazioni. E i media dovrebbero provare a colmarlo, questo divario, invece di farsi dettare l’agenda dalla pagina Instagram gestita da un venticinquenne ossessionato dalle risse e dallo spettro del “degrado.” Ma ehi, guarda quanti click facciamo con questo video della sparatoria. 

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