Bla bla bla nei palazzi, manganelli nelle strade

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in copertina: foto @riseup4climatejustice via Instagram

L’aggressione delle forze dell’ordine alla manifestazione di Rise Up, a un mese dall’inizio di una Cop26 che si preannuncia difficile se non fallimentare, mostra quanto movimenti ambientalisti e politica siano ancora lontanissimi

Gli attivisti e le attiviste di Rise Up For Climate Justice hanno occupato nella notte piazza Affari, a Milano, piantando alcune tende e mettendo le catene all’ingresso della Borsa. L’azione si inserisce nella serie di proteste in atto in questi giorni per la pre-Cop in corso nel capoluogo lombardo: gli attivisti di Extinction Rebellion hanno messo in atto ieri diversi blocchi stradali nei dintorni del centro congressi in zona CityLife — rimossi con violenza dalla polizia, che ha arrestato alcuni manifestanti.

Ieri Draghi ha incontrato Greta Thunberg ed è intervenuto nella sessione conclusiva della Youth4Climate, dando ragione alla protesta: “Dobbiamo agire adesso. Sono convinto che abbiamo tanto da imparare dalle vostre idee, i vostri suggerimenti e la vostra leadership. La vostra mobilitazione è stata di grande impatto, e potete starne certi: vi stiamo ascoltando.” Appena ha iniziato a parlare è stato interrotto da un gruppo di contestatori che cantavano “El pueblo unido jamás será vencido.”

Tuttavia, nonostante le dichiarazioni di Draghi, il suo ministro alla Transizione Ecologica resta una delle voci più stonate in ambito ecologico a livello europeo: Cingolani, che due giorni fa è stato colto da una sorta di ansia da prestazione per il confronto con Thunberg. In un fuorionda pubblicato dall’Ansa, Cingolani si lamentava con un proprio collaboratore della “poca concretezza” e della mancanza di proposte dell’attivista svedese — che, ricordiamo, ha 18 anni e nessun incarico politico nazionale, a differenza di Cingolani.

Sul panorama internazionale, però Cingolani non è assolutamente tra i problemi più grossi di chi chiede maggiore azione politica contro il cambiamento climatico (principalmente per le dimensioni trascurabili dell’Italia e della sua economia). La Cop26, infatti, non inizia con i migliori auspici: la situazione è particolarmente tesa nei confronti dell’Australia — non è nemmeno chiaro se parteciperà alla Cop26. 

Da mesi ormai è chiaro che il governo australiano si trova sempre più isolato nel proprio scetticismo climatico. Morrison negli ultimi mesi si è progressivamente ammorbidito, ma la stessa cosa non si può dire del suo alleato di governo, il Partito Nazionale d’Australia, che continua a inquadrare l’azione climatica come un peso per l’economia, difesa strenuamente dalle élite cittadine che non ne pagheranno le conseguenze economiche — a differenza delle comunità rurali. 

In Australia l’industria del carbone è ancora potentissima, ma tensioni simili tra politica ed economia sono presenti nel dibattito di tutti i paesi: pochi giorni fa la Camera dei rappresentanti statunitense ha ufficialmente lanciato un’indagine sul ruolo delle grandi aziende petrolifere nel diffondere disinformazione sulla crisi climatica. Il Congresso è preoccupato che “per proteggere i propri profitti l’industria abbia condotto un impegno coordinato per diffondere disinformazione e per prevenire azioni vitali per combattere il cambiamento climatico.” La Harvard Gazette ha parlato con Naomi Oreskes e con Geoffrey Supran, due ricercatori che negli ultimi anni hanno pubblicato numerosi studi sull’ostruzionismo dell’industria degli idrocarburi, per farsi raccontare nel dettaglio chi sono i responsabili ultimi dell’inazione della politica di fronte all’emergenza.

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