Franco Palazzi spiega la rabbia come cura e liberazione

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in copertina: Audre Lorde, elaborazione da foto CC BY-SA 3.0 Elsa Dorfam 

Nel suo saggio “La politica della rabbia. Per una balistica filosofica” da poco uscito per la collana Figure di Nottetempo, Franco Palazzi ricostruisce una storia sociale e politica del significato della rabbia, e mette in luce le sue potenzialità come strumento di liberazione degli oppressi

La collana saggi di Nottetempo, riconoscibile per le sue copertine color-block dai colori brillanti, è il riflesso uguale e contrario della collana dei libri color pastello di  Adelphi. La politica della rabbia. Per una balistica filosofica di Franco Palazzi, pubblicato in Figure, è rosso fiammante, e ti sfida dal comodino o dagli scaffali. 

La balistica è “la disciplina che studia il moto dei proiettili e delle armi da getto, ha a che fare per sua natura con oggetti esplosivi, contundenti, non semplici da usare — proprio come la rabbia,” la parola è legata etimologicamente al verbo greco bàllo, che significa “scagliare, gettare.” Nella balistica sono compresi due elementi di incertezza: il rischio che deriva dal lanciare oggetti pericolosi-pericolanti (i proiettili sono gli oggetti che vengono gettati in avanti) e l’instabilità costitutiva di un lancio: non puoi mai sapere con certezza dove andrà a finire.

Quel che Palazzi propone nel suo testo — che è allo stesso tempo un manifesto e un preciso saggio accademico — è una disamina della rabbia come sentimento emancipatorio: studiamo la rabbia perché conoscerla meglio potrà permetterci di farne un uso sempre più efficace. Una sorta di esercitazione costante al poligono, in ambiente protetto, per imparare a prendere bene la mira e a limitare i danni. Il primo capitolo del saggio ha un titolo  gustoso: si chiama “Dalla parte delle fioriere” e prende spunto da una protesta della comunità senegalese di Firenze. A marzo del 2018, in città si protestò per l’omicidio a sfondo razziale di un uomo di origine senegalese da parte di un cittadino italiano. La protesta, inizialmente pacifica, sfociò in alcuni atti di vandalismo minore, in particolare contro alcune fioriere del centro. L’opinione pubblica, e il sindaco della città, presero le difese delle fioriere. “Non tutti i tipi di rabbia vengono trattati ugualmente” fa notare Palazzi “la rabbia dei senegalesi di Firenze […] si presenta come oscena e difficilmente comprensibile proprio perché inattesa […] Se la vittima è tale, lo è perché in primo luogo costretta a tacere, accontentandosi al massimo di qualche sedicente portavoce, la rabbia costituisce un’inattesa presa di parola. La dimostrazione di una soggettività propriamente politica.”

La prima sezione del saggio è dedicata soprattutto a un inquadramento del concetto di rabbia, e alla costruzione di una sua possibile giustificazione teorica. Dal suo significato simbolico — la rabbia come una malattia della mente e del corpo che intacca gli strati più bassi della popolazione — alle sue implicazioni propriamente politiche. La rabbia è il sentimento collettivo per eccellenza, ed è soltanto nel collettivo che si può costruire una dimensione di lotta politica. Per la polis, ovvero, per la collettività. 

Nella seconda parte, Palazzi presenta  tre “franchi tiratori,” alcune figure-chiave che nella sua lettura sono state in grado di mettere la loro rabbia a buon frutto: Valerie Solanas, Malcolm X e Audre Lorde sono stati in grado di coniugare prassi politica e una filosofia della rabbia. Il ritratto di Valerie Solanas è affascinante: la feminist killjoy che girava con una pistola e sparò ad Andy Warhol nel ’68 è un personaggio e una pensatrice fondamentale per molte femministe contemporanee, che le si riconoscono in debito per essere stata voce della “legittimità della rabbia delle donne in quanto gruppo oppresso.” L’interesse di Palazzi, limpido nella terza sezione del suo saggio, è soprattutto per le pratiche rabbiose dei movimenti femministi, specialmente nella forma attuale del movimento transfemminista di origine argentina Non Una Di Meno. Il movimento prende il suo nome da uno slogan femminista degli anni Novanta: “Non una donna di meno, non una morte di più” coniato nel pieno dell’ondata di femminicidi messicana a Ciudad Juàrez — raccontata anche dallo scrittore cileno Roberto Bolaño nella quarta parte del suo 2666, un lunghissimo elenco di uccisioni, storie di donne, tutte differenti e allo stesso tempo indistinguibili, nell’epilogo. Una donna, un’altra, un’altra ancora, centinaia, scomparse e uccise. La rabbia delle femministe è diretta contro la società patriarcale e capitalista che domina le donne costringendole al lavoro riproduttivo e alla violenza maschile. Il legame tra violenza di genere e sistema sistema economico neoliberista è, da questa prospettiva, strettissimo. Come spiegano le parole di Carlotta Cossutta: “Uccidere la propria compagna sentendo di perderla, infatti, non è un gesto folle e imprevedibile, ma l’esplosione, nuda e cruda, di questo intreccio che permette di spostare la propria realizzazione dal mondo del lavoro […] alla coppia perfetta. […] E questo tipo di amore è certamente un amore malato, ma è una patologia patriarcale che si rinforza nella crisi economica e in un capitalismo che fa anche dei sentimenti una merce funzionale.”

In esergo, Palazzi propone una serie di citazioni — sceglie Anne Boyer, il poeta bolognese, Jessy Simonini e Operai e capitale di Mario Tronti. Il passaggio del saggio di Tronti è una buona bussola nella lettura di questo saggio, e in generale di ogni saggio di filosofia politica. “Un libro oggi può contenere qualcosa di vero a una sola condizione: se viene tutto scritto con la coscienza di compiere una cattiva azione. Se per agire bisogna scrivere, come livello della lotta stiamo parecchio indietro”: è molto nobile e molto saggia la consapevolezza che il fare filosofia – anche leggere il testo di cui parliamo – è inutile senza la prassi. Che la rabbia non rimanga nei libri ma prenda invece corpo e si faccia nelle persone e nelle strade, è l’auspicio dell’autore, e uno dei punti più limpidi del testo. 

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