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in copertina: riunione di Ci Siamo davanti allo stabile occupato in Via Esterle, con gli ex occupanti di Via Iglesias. Milano, 1 luglio 2021. Foto: Marta Clinco

Tra caro affitti e strascichi della pandemia, chi è di origine straniera spesso fa parte delle classi sociali più svantaggiate — e non potrà nemmeno protestare alle urne

Le elezioni amministrative di Milano si avvicinano, e la situazione sembra farsi sempre più chiara: il sindaco uscente, Beppe Sala, è il netto favorito. Tutti i sondaggi lo danno in vantaggio, con alcuni che si spingono ad assegnargli una vittoria definitiva già al primo turno. Gli alleati di Bernardo sono sempre più scettici sulle sue oggettive possibilità di vittoria, e la destra sembra essere rassegnata a non tornare a palazzo Marino nemmeno a questo giro. È dunque il momento di interrogarsi seriamente: come potrebbe essere la città dopo altri cinque anni di gestione Sala?  

Per fare un bilancio degli scorsi cinque anni dobbiamo partire da qualche dato di fatto. Il primo, banale, è che la consiliatura di Sala è divisa in due parti dalla pandemia, che ha causato per molti aspetti un’inversione delle tendenze viste nei precedenti quattro anni — ma non di tutte. Ad esempio: nei quattro anni precedenti la popolazione della città era continuata ad aumentare, in modo piuttosto sostenuto. Dal 2015 all’inizio del 2020, gli abitanti di Milano registrati ufficialmente sono passati da circa 1 milione 345 mila a 1 milione e 406 mila: un aumento degno di nota, specie se confrontato con la contrazione delle altre grandi città italiane. La città nel corso del 2020 ha poi visto uno svuotamento, da cui sta iniziando a riprendersi solo parzialmente. Oggi a Milano risiedono 1 milione 396 mila abitanti: di questi, circa il 18% non ha la cittadinanza italiana.

Un’altra costante degli anni della giunta Sala è stato l’aumento dei prezzi in città, soprattutto di quelli del mercato immobiliare. La cosa non deve stupire: Sala si è candidato alle elezioni del 2016 presentandosi non come il successore di Pisapia, bensì come il supervisore di Expo. Un ottimo articolo di Vita, intitolato “Mercato centrale Milano, lo specchio triste di una città che si sta perdendo,” cattura bene l’essenza di una città a due velocità: una metropoli vetrina per chi può permettersi di godere i frutti della gentrificazione e acquistare alimentari a prezzo esagerato, una metropoli respingente per chi non fa parte né del fantomatico “ceto medio” né di quello più alto.

“Gli affitti a Milano sono troppo alti, troppo troppo alti.” Abbiamo parlato con S., una donna di origine latino-americana, che preferisce rimanere anonima, che da quasi due anni vive in una casa occupata nei quartieri nordest di Milano. “Sono arrivato qua perché prima affittato con la famiglia di un’amica una casa in nero, facendo a metà. Questa signora che ci affittava ha fatto la furba, ha fatto il contratto solo a lei e dopo sei mesi mi ha detto guarda non puoi stare qua… Mi ha mandato via, ma non avevamo dove andare. Abbiamo cercato dappertutto ma era difficile perché chiedevano troppi soldi, anche in agenzia, per una casa o un appartamento piccolo.”

La vicenda di S. è utile per ricordare che i problemi di Milano non sono cominciati con il Covid. Da anni il rincaro affitti è una forza — in apparenza inarrestabile — che rischia di destabilizzare sempre più il tessuto sociale della città, in favore dei proprietari di casa che hanno interesse ad alzare i prezzi. E li alzano. “Non c’era ancora la pandemia quando ho dovuto andarmene, mancava poco. Una mia amica allora mi ha detto di venire qui, mi ha mandato a una riunione in cui ho parlato della mia situazione e mi hanno accolto, guarda, mi hanno accolto. Ho sistemato e sono venuto lì con le mie due bimbe, era dicembre del 2019.” 

Per le persone come S., spesso, restano due alternative: trasferirsi fuori città, con tutti i disagi che questo comporta — ancora maggiori per gli stranieri — oppure, in casi estremi, ricorrere a un’occupazione. “Qui la gente del vicinato ci ha trattato molto bene. Ci sono due tre persone che non sono d’accordo ovviamente, che hanno mandato lettere al sindaco per chiedere lo sgombero subito…” L’atmosfera generale però, secondo quanto sostiene, S, non è negativa. “Anzi il vicinato viene qua e porta cose — coperte, quello che serve per l’inverno. Ho capito, l’occupazione non va bene, ma tutta questa pandemia ha lasciato tanta gente senza lavoro. Ci hanno mandato via e ci hanno costretto a fare questo. Anche tutti i compagni qua — siamo due tre famiglie e poi ragazzi single, soprattutto africani. Qui non siamo malviventi, siamo tutti lavoratori e chi non lavora cerca. Qui dietro abbiamo un orto, lavoriamo la terra, abbiamo un po’ di cipolla e patate adesso. ” Chi sembra essere più ostile alle occupazioni, racconta S, è “sempre il presidente del municipio.”

Il presidente del municipio, del municipio 2 in questo caso, è Samuele Piscina, classe 1990 e una carriera già di tutto rispetto all’interno della Lega Nord. Piscina ha retto per cinque anni il municipio compreso tra via Palmanova e viale Zara — il più popoloso di Milano — consolidandosi una fama di destro intransigente. Mentre scriviamo, l’ultimo post sul profilo Facebook di Piscina è una “visita” ad una moschea definita abusiva in via Cavalcanti, dietro la stazione Centrale, nel suo municipio, condotta in compagnia di Matteo Salvini e Silvia Sardone, con tanto di foto marziale e vagamente inquietante per commemorare l’evento. Il fatto che il suo partito si sia opposto in regione ad ogni tentativo di consentire la costruzione di luoghi di culto autorizzati per i fedeli musulmani non sembra interessargli granché. Piscina quest’anno lascerà il suo municipio e si candiderà in consiglio comunale.

“Tre mesi fa più o meno hanno sgomberato dalla nostra precedente occupazione in via Iglesias,” ci racconta S. “È stato il capo del municipio, Piscina, che ha spinto perché ci sgomberassero. Hanno sgomberato il 24 giugno. Ancora adesso hanno aperto uno spazio in via Iglesias ad agosto, e lui ha mandato la gente a fare le foto, ha messo sui social che abbiamo occupato… Pazienza.” Il municipio 2 è spesso descritto come una roccaforte della destra. Ma è una descrizione superficiale: per capire la politica di questi quartieri è necessario infatti tenere conto che non è solo il municipio più popoloso della città, ma anche quello con la più alta percentuale di stranieri: il 28% di chi lo abita è uno straniero con permesso di soggiorno. Il che significa con la più alta percentuale di residenti che non ha diritto di voto.

Le persone come S. oggi sono le vere escluse dalla politica milanese, che a pochi giorni dalle elezioni si trova a dover fare i conti con una verità indipendente dalla pandemia, ma che si preferisce non affrontare: una larga parte della popolazione di Milano, composta per la maggior parte da lavoratori dipendenti, precari e disoccupati, non può votare in quanto straniera. “Guarda, io non voterò perché non ho la cittadinanza, bisogna averla. A me manca ancora qualche anno.” Tempo fa ci siamo già occupati di questo elefante nella stanza della politica italiana: si dibatte di misure timide come lo ius soli, di cui potrebbero beneficiare al massimo i figli dei lavoratori di origine straniera, mentre chi produce reddito da anni in città non potrebbe comunque esprimersi. 

Leggi anche: La destra vince nelle periferie anche perché gli stranieri non possono votare

I proprietari di casa del municipio 2, italiani e votanti, avrebbero interesse che le loro case si rivalutassero, proprio come è successo in altre aree della città, dove i proprietari di casa si sono trovati padroni di un bene in costante crescita di valore. I prezzi delle case della zona invece, soprattutto quelli più periferici e lontani dalla gentrificazione a nord di piazzale Loreto nel cosiddetto “distretto di NoLo,” sono piuttosto bassi: a Crescenzago una casa costa ancora meno di 3.200 euro al metro quadro. Ma comunque troppi per una famiglia come quella di S. dopo la pandemia. “Mio marito ora ha cominciato a lavorare, le mie figlie vanno a scuola, cercherò di lavorare un po’ anche io per trovare un appartamento da affittare. Qualcuno sta lavorando, non a tempo pieno come facevano prima. È diminuito tanto, lavorano poco, 2-3-4 ore. Adesso mio marito sta facendo una sostituzione su un furgone…dopo questi mesi dovrà cercare ancora. Un posto fisso non ce l’ha.”

E le case popolari? Cinque anni fa, Sala aveva intrapreso subito dopo la sua elezione il progetto “Zero Case Vuote.” E in effetti, la giunta è riuscita a recuperare quasi tutti gli oltre 3 mila alloggi popolari di proprietà del Comune che all’inizio del mandato erano sfitti. Ma Milano ha ancora una grande fame di alloggi popolari, e riuscire a farsene assegnare uno è estremamente difficile. “Con il Naga stiamo vedendo la situazione. Stiamo cercando di fare degli sportelli per la gente migrante che deve sistemarsi i documenti, quello che hanno o che non hanno, tanti hanno perso il permesso di soggiorno perché non li hanno rinnovati sul posto di lavoro. Anche questo è un piccolo problema per noi. Una volta sistemato cominceremo a chiedere le case popolari, non pensiamo di stare tutta la vita qua. È capitato un tempo brutto adesso…”

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