Un 11 settembre lungo vent’anni

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In questi due decenni, le guerre “contro il terrorismo” portate avanti dagli Stati Uniti e dai loro alleati hanno ucciso 363.000 civili in Medio Oriente e in Asia

Vent’anni fa gli attentati dell’11 settembre sconvolgevano la politica estera degli Stati Uniti e dei paesi NATO. Oggi, gli Stati Uniti sono ancora intrappolati nel mondo creato dall’amministrazione Bush e dall’informazione distorta dei giorni successivi all’attentato, mentre le guerre in Afghanistan e in Iraq hanno causato un effetto domino di profonda e duratura instabilità dal Nord Africa all’Asia occidentale. Biden chiaramente ambisce a chiudere questo capitolo della storia statunitense: non solo con il ritiro delle truppe dall’Afghanistan ma anche con la pubblicazione delle carte secretate sugli avvenimenti dell’11 settembre. Oggi al memoriale per gli attentati, a New York, Biden sarà raggiunto da Obama, e cerimonie separate si terranno anche a Shanksville e al Pentagono. Trump, invece, per oggi ha altri programmi: deve fare il commento sportivo a un incontro di boxe.

Per vedere l’incontro si pagano 20 dollari

Nel saggio Reign of Terror: How 9/11 Destabilized America and Produced Trump, Spencer Ackerman collega direttamente gli attentati e la violenta retorica razzista di quelle settimane con gli Stati Uniti che hanno eletto Donald Trump, portando nel discorso parlamentare la retorica anti–musulmani e anti–migranti che ha dato forma alla nuova destra statunitense ed europea. Oggi, nel pieno dell’allarme per gli attentati violenti dell’estrema destra — anch’essi figli della retorica post undici settembre — è necessaria una riflessione: le “guerre eterne,” come la stampa statunitense ha bollato le operazioni militari in Medio Oriente, Nord Africa e Asia occidentale, sono arrivate negli Stati Uniti, e il paese è diventato vittima della propria stessa violenza. Dopo vent’anni, l’estrema destra è considerata adesso dall’intelligence statunitense come la più grande fonte di pericolo per il paese.

Ancora oggi gli Stati Uniti non sanno ancora contenere le risposte inconsulte e violente agli attacchi subiti: un’inchiesta del New York Times sull’attacco drone nei giorni dell’evacuazione di Kabul conferma quanto i testimoni hanno detto da subito: non solo l’attacco ha causato un numero cospicuo di morti tra i civili, ma l’obiettivo era una persona innocente. Il New York Times è riuscito a identificare il conducente della vettura colpita: il 43enne Zemari Ahmadi, che da tempo lavorava come ingegnere elettrico per Nutrition and Education International, un’organizzazione di aiuti umanitari basata in California. Quelli che l’intelligence statunitense ha interpretato come movimenti sospetti fatti in macchina nel corso di quella giornata erano semplicemente un’altra giornata di lavoro per Ahmadi. Non è chiaro cosa sia stato scambiato per esplosivi, ma è possibile che si trattasse di contenitori di plastica, che però erano pieni di acqua. L’indagine del Times, tra le altre cose, conferma che non c’è stata nessuna “esplosione secondaria” causata da presunti materiali esplosivi a bordo. È finita così la missione statunitense in Afghanistan, con un ultimo attacco inconsulto per vendicarsi dell’aggressione dell’ISIS, in cui invece ha perso la vita una persona che lavorava per un’organizzazione californiana, e parte della sua famiglia.

Sul Guardian Emma Graham–Harrison descrive il completo fallimento della guerra in Afghanistan, dove i talebani negli anni hanno solo guadagnato consenso grazie alle uccisioni di massa dei militari statunitensi. La gestione scellerata della guerra in Afghanistan ha portato alla sconfitta degli Stati Uniti e ha creato un contesto in cui gli abusi nei confronti dei civili sono diventati la norma. Patricia Gossman sintentizza in questo modo il problema della gestione dell’Afghanistan da parte delle forze alleate: “Le amministrazioni statunitensi hanno percepito i diritti umani come un ostacolo più che un componente necessario per affrontare i problemi dell’Afghanistan. Questo approccio è stato catastrofico.” È bene precisare che i quadri militari statunitensi erano perfettamente a conoscenza del proprio fallimento, ma hanno lavorato per nascondere il disastro all’opinione pubblica statunitense e mondiale. Si legge spesso che l’11 settembre sono morte 2.996 persone, ma il numero che andrebbe ripetuto di più è 363.000: l’approssimazione del numero dei civili uccisi durante la “guerra al terrorismo.” Cosa ancora più agghiacciante, il numero esatto di innocenti uccisi dalle operazioni militari è impossibile da ricostruire.

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In copertina: un controllo a un checkpoint dell’esercito statunitense nella provincia di Paktika, Afghanistan.
Foto: CC-BY DVIDSHUB

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