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Ricostruire il mondo dopo il cambiamento climatico

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Gli allagamenti delle metropolitane di New York e Zhengzhou, le case distrutte in New Jersey, il disastro ambientale lasciato dalla guerra in Siria: come potrete immaginare la responsabilità non è degli ambientalisti ideologizzati

L’ondata di maltempo causata dal passaggio di parti dell’uragano Ida sul nord–est degli Stati Uniti è stata devastante: si parla di almeno 46 morti, ma si teme che il numero sia destinato a crescere. Ieri il governatore del New Jersey Phil Murphy ha annunciato che 23 persone avevano perso la vita, principalmente perché sorpresi da allagamenti improvvisi mentre erano alla guida. La governatrice di New York Kathy Hochul ha specificato il collegamento tra devastazione e cambiamento climatico, sottolineando come questi eventi non si possano più definire “impossibili da prevedere.” Tra i problemi che gli Stati Uniti devono affrontare c’è l’estrema fragilità di case e altre strutture: è il caso di Mullica Hill, in New Jersey, in cui tante abitazioni sono state fatte letteralmente a pezzi da un tornado. Per grandi città come New York, che dipendono fortemente dalla propria metropolitana, l’alluvione di ieri dovrebbe essere un momento di chiarezza: negli ultimi anni ci sono stati molti allagamenti che hanno paralizzato i trasporti e causato morti. 

A fine luglio dopo l’alluvione a Zhengzhou, dove 12 persone sono morte nella metropolitana, molti esperti avevano denunciato la fragilità del trasporto sotterraneo di fronte al cambiamento climatico. Solo pochi giorni dopo, l’alluvione che ha colpito l’Europa centrale ha mostrato come anche nei paesi europei le città e i comuni più piccoli non siano in grado di reggere l’impatto devastante degli eventi meteorologici aggravati dal cambiamento climatico.

Intanto, il Mar Mediterraneo viene segnato da un altro riversamento di petrolio, causato dalla rottura di un serbatoio in una centrale termica a Baniyas. L’area contaminata interessa un raggio di 800 km quadrati: il paragone più usato sulla stampa è che è grande quanto l’area di New York. L’evento ha iniziato a fare notizia solo quando il petrolio si è avvicinato a Cipro del Nord: infatti, la situazione dell’inquinamento in Siria è universalmente ignorata. La guerra civile, e la progressiva sostituzione di stabilimenti per l’estrazione del petrolio con postazioni improvvisate e costruite senza sufficienti misure di sicurezza, hanno profondamente segnato l’ambiente del paese.

Pochi giorni fa, l’istituto delle politiche energetiche dell’università di Chicago ha pubblicato il proprio report annuale sulla qualità dell’aria in cui stima che l’inquinamento dell’aria in India rischia di ridurre di almeno 9 anni l’aspettativa di vita del 40% della popolazione indiana. Gli autori del report sottolineano con particolare preoccupazione che l’area interessata da un alto inquinamento dell’aria sia in aumento costante nel paese. La situazione non è particolarmente dissimile anche in Europa — Milano, ad esempio, è una delle città più inquinate del pianeta, classificandosi tra le prime venti metropoli per peggior qualità dell’aria prima della pandemia. Secondo le stime, ogni anno a Milano muoiono 1500 persone per l’inquinamento atmosferico.

Esiste però un lungo asse, che attraversa tutta la destra e arriva fino al ministro della Transizione Ecologica Cingolani, che sistematicamente minimizza l’impatto della crisi climatica, rivendica la libertà di inquinare, o per lo almeno osteggia gli attivisti “troppo ideologizzati.” 

In questa puntata sono con voi: Stefano Colombo e Alessandro Massone. Per non perderti nemmeno un episodio di TRAPPIST, abbonati su Spotify e Apple Podcasts.

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