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La Corte suprema l’ha data vinta agli anti–abortisti texani

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La legge non sarà fatta rispettare dalle autorità statali, ma dai singoli cittadini, che riceveranno una “taglia” anche superiore ai 10 mila dollari per ogni denuncia andata a buon fine

Pochi minuti prima di mezzanotte (sì) la Corte suprema statunitense ha rotto il silenzio sulla legge draconiana contro l’IVG e ha pubblicato la decisione con cui si è rifiutata di bloccarla. Il voto è stato 5 a 4, con il giudice repubblicano John Roberts che ha votato con i giudici democratici per fermare la legge. L’opinione della maggioranza è motivata con un unico paragrafo, che nessun giudice si è sentito di firmare. Secondo l’alta corte chi ha chiesto la sospensione non ha presentato adeguatamente il proprio caso di fronte alle “nuove e complesse” materie procedurali della legge. La corte ha comunque specificato che non si stava esprimendo sulla costituzionalità della legge (!) e che non intendeva limitare sfide “proceduralmente adeguate” alla legge stessa.

Nel documento sono presenti anche le opinioni dei quattro giudici contrari. Tra loro segnaliamo quanto scritto da Sonia Sotomayor, che ha usato il proprio spazio per denunciare il comportamento della corte: “Di fronte alle richieste di pronunciarsi su una legge flagrantemente incostituzionale, costruita ad opera d’arte per proibire alle donne di esercitare i propri diritti costituzionali e per sfuggire dal controllo dei giudici, la maggioranza ha deciso di nascondere la testa nella sabbia.” Il riferimento al tentativo degli autori di “sfuggire al controllo dei giudici” è dovuto al modo specifico in cui questa legge è stata scritta dai legislatori texani, che la rende molto più pericolosa di altre leggi sul “battito cardiaco” avanzate in altri stati. 

Tutte le leggi introdotte negli ultimi mesi come del “battito cardiaco” mirano a vietare effettivamente tutti gli aborti, vietando l’IVG dopo la sesta settimana di gravidanza, o quando un medico è in grado di individuare il “battito cardiaco” del feto. Quello che rende la legge del Texas particolarmente pericolosa, e che potrebbe farla diventare un modello per altri stati repubblicani, è il modo in cui il divieto viene fatto rispettare. Logica vorrebbe che l’obbligo venga fatto rispettare dalle forze dell’ordine del governo: in questo scenario una clinica che volesse mettere in discussione la norma dovrebbe attendere che i funzionari texani bussassero alla porta e poi denunciarli, portando con il tempo il caso alla Corte suprema. La nuova legge fa il contrario: vieta a tutti gli ufficiali statali di far rispettare la legge, ma offre premi di almeno 10 mila dollari per ogni denuncia da parte di cittadini ordinari contro le cliniche che non dovessero rispettare la legge.

Come sottolinea Stephen Vladeck, costituzionalista statunitense dell’Università del Texas di Austin, la legge “ribalta completamente il sistema legale, dicendo che non è lo stato il responsabile di far rispettare le leggi — ma i propri vicini.” Questo costituisce una montagna praticamente insormontabile, perché non è chiaro a chi le cliniche dovrebbero fare causa per portare il caso alla Corte suprema, dove poterne poi dibattere la costituzionalità. 

Si tratta di una deformazione così profonda dello stato di diritto che anche uno dei giudici repubblicani dell’alta corte, Roberts, ha dissentito con gli altri giudici della maggioranza, scrivendo che avrebbe preferito che la misura fosse sospesa in attesa che gli appelli di entrambe le parti completassero il proprio percorso attraverso i tribunali. “La legge ha imposto la proibizione dell’aborto dopo circa sei settimane, e poi ha effettivamente delegato la sua applicazione all’intera popolazione. La conseguenza desiderata sembra essere isolare lo stato dalla responsabilità di implementare e far rispettare il proprio stesso regime.” I gruppi di attivisti per i diritti umani avevano infatti fatto domanda all’alta corte, sottolineando come la legge vada contro il precedente di Roe v. Wade, e come la Corte in precedenza avesse fermato simili attentati alla salute pubblica. Un gruppo di funzionari texani aveva invece risposto con un nota in cui definiva le richieste degli attivisti come “audaci.” 

Il provvedimento mette fuori legge tra l’85 e il 90% di tutti gli aborti che vengono effettuati in Texas. Il confine di sei settimane, infatti, non solo è inevitabilmente vicinissimo alle prime mestruazioni mancate — per non parlare delle persone che hanno un ciclo irregolare — ma è in una fase così iniziale della gravidanza che molti medici preferiscono attendere per questioni di sicurezza. La provenienza di queste leggi sul “battito cardiaco” è estremamente omogenea, grazie ad un vero e proprio modello di legge precompilato distribuito da Faith2Action, un network di gruppi antiabortisti statunitensi che sostiene che la rilevazione del “battito cardiaco” sia già una concessione, perché “non è l’inizio della vita ma è un indicatore universalmente riconosciuto di vita.”

Se ci avete fatto caso, abbiamo finora sempre indicato “battito cardiaco” tra virgolette, perché alla sesta settimana il feto non ha ancora un cuore. Il segnale che può essere identificato dal medico è quello di un polo fetale, non di un cuore. Provvedimenti repressivi basati sul modello di Faith2Action sono stati presentati in diversi stati — per la prima volta nel 2011, in Ohio, dove non è passato, ma ha comunque ridotto marcatamente le IVG, e negli anni successivi sono stati presentati anche in Kentucky, Mississippi, Louisiana, Georgia, North Dakota, e Arkansas. Nessuna di queste leggi è mai stata pienamente applicata, e tutte sono state eventualmente fermate da giudici. La versione texana è la prima che sembra in grado di farcela.

Per i democratici e per gli attivisti ora inizia una battaglia durissima che richiederà una mobilitazione anche contro la burocrazia lasciata alle spalle da Trump. La destra statunitense, infatti, sta plasmando da anni non solo la Corte suprema ma tutto il sistema giudiziario per forzare la propria ideologia estremista: i sondaggi da anni testimoniano che il pubblico statunitense sostenga in modo trasversale il diritto all’accesso all’IVG, per cui per contrastare il diritto all’aborto i repubblicani sono costretti ad operare quanto più possibile nell’ombra, delegando a chiunque — ex partner, vicini di casa, perfetti sconosciuti — l’onere di agire come oppressore.

Negli ultimi 20 anni i gruppi statunitensi anti-abortisti hanno guadagnato sempre più potere, soprattutto grazie ai lauti finanziamenti di ricchissimi reazionari e di gruppi politici ultraconservatori, legati alla destra cristiana. Alcuni di questi “idealisti” hanno provato a reprimere, con la potenza del denaro, il diritto all’aborto anche all’estero. Nel 2019, Open Democracy ha rivelato che alcuni gruppi fondamentalisti cristiani collegati a Trump e Steve Bannon avevano versato almeno 50 milioni di dollari verso vari politici europei negli ultimi 10 anni. E ovviamente, chi ne subisce le conseguenze sono le donne, soprattutto quelle economicamente svantaggiate.

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in copertina, foto di Drucilla Tigner, via Twitter, dalle proteste contro la SB8 a Houston

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