Come sta il Libano, a un anno dall’esplosione

A un anno dall’esplosione del 4 agosto 2020, la ricostruzione va avanti tra mille difficoltà: blackout continui, difficile accesso a benzina e materiali da costruzione, sullo sfondo di una crisi politica senza fine

testo e tutte le foto: Eleonora Sacco e Rebecca Zamperini

A un anno dall’esplosione del 4 agosto 2020, la ricostruzione va avanti tra mille difficoltà: blackout continui, difficile accesso a benzina e materiali da costruzione, sullo sfondo di una crisi politica senza fine

Di notte piazza dei Martiri, a Beirut, è spettrale. Il pugno chiuso della thawra, la rivoluzione del 2019, è avvolto dal buio, perché sempre più spesso nelle strade manca l’illuminazione. Anche la statua dei Martiri al centro della piazza si delinea a fatica, e solo grazie alle luci della moschea Mohammad Al-Amin. Piazza dei Martiri scivola verso il mare, che è una tavola nera e silenziosa. Nel grande vuoto del porto, si intravede il lato intatto dei silos, che contenevano l’85% delle riserve di grano del Libano: un simbolo doloroso della crisi in cui versa il paese, sotto gli occhi di tutta la città.

È passato un anno esatto dall’esplosione, ma i lavori di ricostruzione proseguono a rilento. I negozi, i bar e gli hotel di lusso intorno a piazza dei Martiri sono ancora completamente vuoti, senza vetri, a volte lasciati intatti dal 4 agosto 2020. Alcuni sono coperti da cartelloni pubblicitari e graffiti in inglese, che fanno leva sulla proverbiale resilienza libanese: Standing strong! Together we shall rise once again. See you soon – Le Gray, scrive il famoso hotel a cinque stelle. Sulle lastre di metallo che l’hotel ha alzato per chiudere i vetri rotti dell’edificio, c’è un murale non autorizzato, con una scritta enorme: Hope.

L’area di piazza dei Martiri e i quartieri più vicini al porto, come Gemmayzeh, Mar Mikhael, Ashrafieh e Karantina, sono stati i più colpiti dall’esplosione, riportando danni strutturali gravissimi. 

L’immenso edificio del l’Électricité du Liban, affacciato direttamente sul porto, che è stato completamente investito dall’esplosione

Con la svalutazione della lira libanese, che al mercato nero ha già superato le 22.000 lire per un dollaro, importare materiali da costruzione da dopo l’esplosione è diventato un costo sempre più difficile da sostenere. È anche per questo che i lavori di ricostruzione, coordinati e sostenuti dall’UNESCO in partnership con il Ministero della Cultura libanese, vanno a rilento.

Camminando lungo la rue Gouraud, un tempo cuore della movida cittadina, locali hipster, ristrutturati di fresco, si alternano alle saracinesche divelte, ai palazzi sventrati, ai benzinai deformati dall’impatto dell’esplosione. Ogni pochi passi si incontrano facciate storiche tenute in piedi da impalcature. I teli di plastica che sostituiscono i vetri alle finestre hanno il logo dell’UNHCR, e i cartelli segnalano i progetti in corso dell’UNESCO in partnership con il Ministero della Cultura libanese, ma non si vedono molti operai al lavoro. Per alcuni palazzi che non hanno valore artistico sono stati avviati progetti di ricostruzione da ONG nel campo della cooperazione internazionale.   

Una facciata storica di rue Gouraud con le finestre ancora coperte dai teloni UNHCR.

A un anno dal disastro, l’UNESCO ha individuato i palazzi storici di cui finanziare la ricostruzione, in alcuni casi insieme a programmi cash for rent, in cui i residenti sono stati allontanati da edifici pericolanti e spostati in zone più sicure. Anche l’Italia ha donato circa un milione di euro per la ricostruzione del museo d’arte moderna e contemporanea Sursock, un’istituzione culturale di fondamentale importanza a Beirut, che ha sede in una villa storica ad Ashrafieh. La facciata, i soffitti, le vetrate e gli infissi, nonché 57 opere d’arte, sono stati gravemente danneggiati. I lavori proseguono e il museo rimane ancora chiuso, ma sta ricominciando ad ospitare qualche evento all’aperto. 

La villa (1912) che ospita il museo Sursock, aperto al pubblico nel 1961. La facciata è stata restaurata, ma le vetrate colorate d’epoca sono andate distrutte e i vetri non sono ancora stati interamente sostituiti. Il museo rimane chiuso, la campagna di raccolta fondi è ancora attiva

Sulla rue Gouraud incombe anche il retro dell’immenso edificio dell’Electricité du Liban, affacciato sulla devastazione del porto e completamente sventrato. Ai suoi piedi c’è un tendone delle Nazioni Unite, da dopo l’esplosione non l’hanno mai smontata. La strada si apre verso il mare: si vedono di nuovo i silos che, con la loro mole, hanno protetto Beirut ovest dai danni peggiori. Il grano si è cotto nell’esplosione e ha prodotto una sabbia rossastra e tossica, ribattezzata The Beirut desert, che scivola fuori dal lato squarciato. Gli uccelli ci volano attorno, per cibarsene.

Il Libano non si trovava in una situazione così critica dagli anni della guerra civile (1975-1990), tanto che addirittura la Banca Mondiale l’ha definita tra le tre peggiori crisi dalla metà dell’Ottocento a oggi. Dall’esplosione del porto, la lira libanese si è svalutata di oltre il 92% rispetto al dollaro. Ogni giorno le persone controllano sulle app il valore della lira al mercato nero, da giugno in caduta libera, ma la Banque du Liban segna ancora un tasso di cambio ormai scollato dalla realtà, risalente al 1997: 1507 lire per un dollaro. 

L’inflazione ha portato un caro prezzi insostenibile per molte famiglie libanesi. Nei bar e ristoranti del centro di Beirut si trova quasi solo chi riceve uno stipendio in dollari: per tutti gli altri significherebbe pagare quindici euro per un caffè. Il costo del cibo è salito di oltre il 400% dall’autunno del 2019 e molte famiglie hanno iniziato a saltare i pasti. A farne le spese sono soprattutto i bambini: l’UNICEF ha rilevato che ad aprile 2021 il 77% delle famiglie libanesi non aveva abbastanza cibo o abbastanza soldi per comprare il cibo necessario. Nel caso delle famiglie di rifugiati siriani, 1.5 milioni su 7 milioni di abitanti in Libano, si trattava del 99%.

La scarsità di dollari ha portato le banche a non poter più anticipare i dollari per rifornire il Paese di carburante, anche se in passato il ministro dell’energia ha incolpato il contrabbando di benzina in Siria, dove è rivenduta a un prezzo molto più alto. La disponibilità di benzina per la giornata si percepisce dall’intensità del traffico. Se non c’è traffico, significa che non c’è benzina; se ci sono pochi taxi disponibili su Uber, non c’è benzina. Ai benzinai le code sono lunghe chilometri, in alcuni casi gestite dalla polizia, per evitare disordini, perché si sono già verificate sparatorie o minacce a mano armata. Per avere pochi litri di benzina a prezzo calmierato, bisogna fare code di una o due ore, ma non è detto che quando arriva il proprio turno ce ne sia ancora. A fine giugno, il governo ha alzato il prezzo della benzina del 35% come misura estrema per alleviare la carenza di carburante. Ma in un Paese dove non esistono alternative agli spostamenti su ruota e con mezzi privati, questo va a colpire ulteriormente le fasce della popolazione con minore disponibilità economica. Nel pomeriggio i benzinai sono già chiusi, perché le scorte sono finite. Si tirano nastri bianchi e rossi all’ingresso e all’uscita, per impedire che durante la notte le auto si mettano già in coda per il giorno successivo.

Senza benzina, in Libano scarseggia anche l’elettricità, che è in buona parte prodotta da generatori a gasolio. Sono frequenti i blackout, di giorno ma soprattutto di notte, e durano diverse ore. Di notte, a Beirut, le strade sono illuminate solo dai fari delle auto che passano, o dalle insegne di qualche negozio che ricorre a un generatore privato. In Libano l’energia è razionata da decenni e le persone, nella quasi totalità del Paese, sono abituate a non avere energia elettrica per tutte le ventiquattro ore del giorno.

Chi vi ha accesso, lo fa grazie a generatori privati, anch’essi funzionanti a gasolio, ora sempre più costoso e difficile da reperire. Il 9 luglio, le centrali elettriche di Deir Ammar e Zahrani, le più grandi del Paese, sono rimaste senza carburante, lasciando senza elettricità il 40% del Paese e persino l’aeroporto di Beirut. I tagli di corrente elettrica portano enormi disagi nella vita quotidiana e professionale delle persone, ma impattano in maniera ancor più drastica su strutture essenziali come gli ospedali, già sotto stress a causa della pandemia. 

A inizio luglio anche le farmacie hanno scioperato, perché la mancanza di farmaci di vario tipo, salvavita ma anche da banco, è diventata insostenibile. La morte di una bambina di dieci mesi, Jouri al-Sayyid, ha sconvolto il Paese. Per tre giorni i suoi genitori hanno cercato farmaci per curare un’infiammazione ai polmoni che le è stata fatale.

“La situazione è disastrosa, e sono d’accordo con chi dice che sia peggio della guerra civile. Almeno allora si riusciva a trovare da mangiare e ad andare avanti. Ora ci troviamo in uno stallo che sembra infinito, con l’unica speranza che le forze internazionali si coordinino per agire concretamente con sanzioni verso i politici libanesi e con piani per aiutare la popolazione” è quanto afferma Camille Eid, giornalista e docente di lingua araba presso il Centro Studi Araba Fenice, a Milano.  

Di fronte a questa situazione, il 15 luglio 2021 il primo ministro Sa’ad Hariri, protagonista della politica libanese degli ultimi quindici anni, si è dimesso dopo l’ennesimo mancato accordo nella nomina dei ministri con il presidente cristiano maronita Michel Aoun. Il Libano è senza governo dal 10 agosto 2020, quando Hassan Diab si è dimesso da primo ministro, a seguito dell’esplosione del porto, per cui i parenti delle vittime continuano a chiedere giustizia.  Negli ultimi giorni qualcosa sembra essere tornato a muoversi: il 26 luglio è stato incaricato dal presidente Aoun l’ex Primo ministro Najib Mikati, un imprenditore che si divide tra edilizia e telecomunicazioni. Mikati è già stato due volte Primo ministro, e secondo fonti di Reuters, dovrebbe avere il supporto parlamentare per riuscire finalmente a formare un nuovo governo.

Finalmente, dopo mesi di stallo, le indagini sembra si stiano rimettendo in moto e nel frattempo sono stati dichiarati i vincitori del Phoenix Prize, il concorso architettonico istituito l’8 agosto 2020 per scegliere il progetto di trasformazione dell’area esplosa del porto. I vincitori sono tre architette e un architetto palestinesi di Ramallah e Betlemme: l’idea dietro “The Aftermath” — così si chiama il progetto — è di realizzare un parco che mantenga gli eroici silos, che hanno salvato parte della città, al centro dello spazio. Anche se per ora si è ancora in cerca di donazioni per la sua realizzazione. 

Cosa è successo il 4 agosto 2020

Il 4 agosto 2020 a Beirut sono esplose 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio impropriamente stoccate in un magazzino del porto dall’ottobre del 2014. Questa quantità di fertilizzante, utilizzato anche come esplosivo, era passata sotto il controllo delle autorità libanesi dopo che nel 2013 una nave russa, battente bandiera moldava e salpata dalla Georgia, si era fermata a Beirut in attesa di caricare altro esplosivo da portare in Mozambico, dove viene adoperato nell’estrazione mineraria.

Già nel dicembre dello stesso anno un’ispezione dell’agenzia doganale libanese aveva evidenziato il pericolo causato dalle centinaia di sacchi contenenti il materiale, che era fuoriuscito in molti punti. Da allora, nonostante i ripetuti avvertimenti del rischio, nessuno si è preoccupato di mettere in sicurezza il contenuto.

Quando verso le sei di sera del 4 agosto 2020 è scoppiato un incendio nel magazzino, i sacchi di nitrato di ammonio hanno preso fuoco e a causa della successiva reazione chimica sono detonati creando un’esplosione devastante. E’ stata definita la più grande non nucleare della storia recente. Ha causato circa 200 morti e 6500 feriti, i quartieri immediatamente adiacenti al porto sono andati distrutti e si è stimato che circa il 70% degli edifici di Beirut ha subito danni più o meno gravi.

Il quotidiano L’Orient Le Jour, la cui redazione è stata colpita, ha titolato “L’apocalisse.” Nei giorni successivi, la rabbia ha preso il posto della disperazione. La sensazione in Libano è stata quella di aver subito il colpo di grazia. 

Nel corso della sua storia, il popolo libanese è stato a più riprese definito “resiliente”. Ha attraversato una guerra civile lunga 15 anni che è finita nel 1990, l’occupazione militare siriana, due invasioni israeliane e la crescente crisi economico-sociale.

Dopo l’esplosione, però, i libanesi sono diventati insofferenti a questa definizione. La retorica della resilienza, della fenice che risorge dalle proprie ceneri, riciclata per ogni tragedia, è ormai logora: ai libanesi è rimasta solo l’esasperazione di chi si trova vittima delle conseguenze della negligenza e della corruzione di coloro che, a loro dire, cercano i “responsabili” della tragedia.

Come siamo arrivati qui?

Le radici delle difficoltà libanesi risalgono al periodo coloniale francese, ma possiamo trovare le cause della crisi attuale tornando a quindici anni fa.  

Il Libano si autogoverna senza interferenze estere, almeno non dichiarate, dal ritiro delle truppe siriane dal paese nel 2005.  “Il Libano ha avuto l’opportunità di governarsi da solo, senza poter più dare la colpa dei propri fallimenti alle potenze straniere: ciò che sta accadendo ora sono solo le conseguenze della gestione dei politici libanesi,” afferma Camille Eid. La classe politica che si è consolidata in Libano dopo il 2005, il cui rappresentante di maggior rilievo è stato Hariri, ha dovuto affrontare prima la guerra contro Israele nel 2006 e poi il progressivo aumento di forze e influenza di Hezbollah. 

Con vari contrasti con gli esponenti del partito di Dio, i membri della coalizione parlamentare guidata da Hariri sono riusciti a mantenere il potere politico nel paese nel corso degli ultimi quindici anni, anche grazie al supporto finanziario dell’Arabia Saudita.

Questi anni tuttavia sono stati caratterizzati da una corruzione endemica del sistema politico: la classe dirigente si è arricchita a dismisura nonostante il sottosviluppo del paese quanto a servizi pubblici e infrastrutture. Il declino economico che ne è conseguito si è tramutato in pochi anni in un collasso.  

Nel 2015 gli abitanti di Beirut sono scesi in piazza, esasperati, per protestare contro la cattiva gestione dei rifiuti, che venivano accumulati lungo le strade.   

Da allora, gli effetti dell’incompetenza della classe politica e della sua indifferenza nei confronti della popolazione non parte dell’élite sono stati sempre più evidenti. Nel corso degli ultimi anni lo stato non è più riuscito a garantire i beni essenziali ai cittadini, come le risorse idriche e la fornitura di energia elettrica. L’arrivo di un milione e mezzo di rifugiati siriani ha ulteriormente incrinato il divario sociale, e già nel 2019 si stimava che circa la metà della popolazione in Libano vivesse sotto la soglia di povertà. 

Nell’ottobre del 2019, i libanesi hanno iniziato a protestare collettivamente non più solo contro la cattiva gestione dei rifiuti, ma contro il sistema politico e tutti i suoi rappresentanti. La protesta è stata subito rinominata thawra: una “rivoluzione” cantata in piazza ed eco di tutte le dimostrazioni delle prime primavere arabe, ormai dieci anni fa. 

“Sono scesa subito a protestare, piena di speranza e voglia di farmi sentire. Si respirava un clima di unità come non lo avevo mai provato in questo Paese,” racconta Chafica Abdou dalla sede di Fondazione AVSI a Beirut.

“Eravamo energici e determinati a contestare ogni singolo rappresentante politico, perché sapevamo che erano tutti corrotti, senza distinzione di fede,” continua Chafica. Tutti insieme, senza distinzioni di genere, di età, e di appartenenze religiose. 

Un’altra testimone di quei giorni è May Breik, una giovane laureata in Middle Eastern Studies presso l’Università Cattolica, che fa parte della comunità drusa libanese. I drusi sono una parte del puzzle settario che compone il Libano, di importanza non minore rispetto a sunniti e sciiti. “Sono scesa in piazza quando il premier Hariri ha finalmente annunciato le sue dimissioni, il 29 Ottobre 2019. Sapevo che era pericoloso, ma eravamo tutti uniti a festeggiare quel momento.”

Le proteste a Beirut erano degenerate già nei primi giorni in una vera e propria guerriglia urbana: i manifestanti avevano bloccato le strade e appiccato roghi, nonostante i vani appelli al non commettere atti di vandalismo da parte del Ministro dell’interno. Il centro di Beirut era inagibile e ci sono stati molteplici scontri con le forze dell’ordine. 

La particolarità di queste proteste sta nel fatto che non si sono limitate alla capitale: le persone sono scese in piazza anche nelle città più importanti e nelle carceri. Dopo due mesi di disordine ininterrotto, a Dicembre 2019 è stato formato un nuovo governo con a capo Hassan Diab. Nonostante le contestazione anche nei confronti del nuovo premier, le acque si sono calmate per qualche settimana dalla fine di Dicembre a metà gennaio 2020. Le proteste sono riprese con rinnovata violenza, anche contro il cosiddetto “Peace Plan”, ossia la spartizione proposta da Donald Trump che avrebbe a dire della sua amministrazione risolto in maniera equa il conflitto israelo-palestinese. 

Il 21 febbraio 2020, è stato registrato in Libano il primo contagio da Covid-19. Le scuole sono state chiuse una settimana dopo, ma un report di ISPI ha evidenziato come la risposta del governo di Diab è stata relativamente lenta, senza particolare attenzione nei confronti delle fasce della popolazione più vulnerabili e ostacolata dalla pressione politica delle varie forze in campo.

Nonostante l’urgenza di contenere la pandemia, il problema principale per il governo rimaneva dover frenare il movimento di protesta popolare. Tuttavia, la riluttanza di Diab ad attuare misure rigorose ha provocato grandi controversie in tutto il paese, ha aumentato la sfiducia tra i cittadini e lo stato, e ha esposto la fragilità del primo ministro e la grande influenza che Hezbollah e i suoi alleati avevano sul suo governo. Il motivo principale per cui Diab ha esitato all’inizio a sospendere i voli dai paesi a rischio (ossia Iran e Italia) stava nell’opposizione di Hezbollah a questa decisione, poiché il partito si stava affrettando a riportare i suoi membri da Teheran. Come era prevedibile, il diffondersi della pandemia nel paese ha accelerato il collasso economico.

La fragilità del governo di Diab ha lasciato lo spazio ai partiti politici di operare la “mimesi strategica” (Calculli 2019) ossia di fornire servizi in sostituzione dello stato in chiave settaria.

I membri dei partiti politici si sono occupati della disinfezione dei quartieri del corrispondente gruppo religioso, hanno distribuito pacchi di cibo su cui erano impressi i loro loghi, e hanno persino offerto tamponi gratuitamente.

La pandemia ha permesso alla classe politica che temeva di aver perso consenso e potere a causa delle proteste di rinnovare la sua legittimità e le sue reti clientelari. Ed è stato proprio per pratiche clientelari nelle assunzioni, mancanza di fondi e negligenza che la sanità pubblica libanese è sostanzialmente collassata, lasciando il posto alla sanità privata a cui solo chi dispone di un’assicurazione medica può accedere. Chi non può, si deve affidare al proprio partito di riferimento.

La pandemia è entrata in essere proprio mentre il Libano raggiungeva il picco del collasso economico: per la prima volta nella sua travagliata storia, il 9 Marzo 2020 il premier ha annunciato il default del paese

Il paese avrebbe dovuto rimborsare 1,2 miliardi di dollari in Eurobond, oltre a altri 700 milioni di dollari dovuti ad aprile e altri 600 milioni a giugno. Tuttavia, Diab ha dichiarato che poiché le riserve di valuta estera erano scese in modo preoccupante, il governo ha dovuto sospendere i pagamenti. 

Da allora, la crisi di liquidità ha comportato il crollo a picco della sterlina libanese e severe restrizioni sui prelievi e i trasferimenti di dollari imposti dalle banche. 

Prospettive future

Ogni mattina i libanesi si svegliano e pensano di aver toccato il fondo, per poi scoprire il mattino dopo che c’è un nuovo fondo. 

“In arabo diciamo che solo quando si arriva all’apice di una crisi, si spalancano le porte della soluzione,” conclude Camille Eid “non credo che si riuscirà a raggiungere una soluzione interna, più probabilmente arriverà imposta da paesi esteri. Spero solo che non sarà il prezzo di un compromesso tra Stati Uniti e Iran, che comprenda l’affidamento del Libano a quest’ultima. Sarebbe più ragionevole, invece, la configurazione di una tutela internazionale che preservi la stabilità del paese. Non è certo auspicabile, ma non ho alternative, perché l’alternativa è la morte.” 

Fino all’annuncio delle dimissioni di Hariri lo scorso 15 Luglio e alla conseguente caduta a picco della sterlina libanese, May era occupata a organizzare il suo matrimonio: sceglieva le bomboniere, il tessuto del vestito, guardava preventivi. Ora non sa se riuscirà a trovare le medicine necessarie per i suoi genitori, né se potrà usare la macchina: come si fa a programmare un futuro, se si vive in bilico?

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