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Con Draghi continua la gestione miope, superficiale e classista della pandemia

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Il governo si è spaccato sulla riduzione del coprifuoco. Ma molti altri punti messi in secondo piano mostrano che i problemi di lungo termine per i più svantaggiati sono un’emergenza sempre più grave

Il governo ha approvato il decreto legge con le misure per il contenimento della pandemia per il prossimo mese. Il principale argomento su cui si è concentrato il dibattito è il coprifuoco, con la Lega che chiedeva di portarlo almeno alle 23, mentre il resto del governo era deciso a lasciarlo alle 22. Alla fine ha vinto la linea della fermezza: il coprifuoco rimarrà fino alle 22 almeno — in teoria — fino al 31 maggio. Il decreto, invece, rimarrà in vigore dal 26 aprile fino al 31 luglio, insieme alla proroga dello Stato di emergenza. Lo stop all’allentamento del coprifuoco sarebbe arrivato direttamente da Draghi, che avrebbe mostrato anche una certa irritazione per l’ostinazione leghista.

Il dibattito sul coprifuoco e in generale il decreto hanno creato spaccature e allineamenti inattesi, sia nell’esecutivo che fuori. Salvini, a dire il vero, non era solo nella battaglia contro il coprifuoco: numerosi presidenti delle regioni, come Fedriga e Toti, lo hanno supportato, ma anche Bonaccini, nonostante la posizione rigorista del Pd che ha definito l’atteggiamento di Salvini “irresponsabile.” La ministra agli Affari regionali Mariastella Gelmini, invece, ha difeso la linea del governo, sostenendo semplicemente che “Abbiamo proposto le ore 22 perché abbiamo ascoltato il Cts.”

Salvini invece ha deciso che il suo partito non avrebbe votato per approvare il decreto, dando indicazioni per un’astensione in Consiglio dei ministri. I ministri del partito si sono dunque astenuti, non senza qualche imbarazzo da parte del “governista” Giorgetti, sorpreso da una mossa evidentemente propagandistica e di puntiglio del suo segretario. Salvini infatti non vuole perdere terreno tra i piccoli esercenti, una delle sue basi più importanti e più colpite a livello economico dal coprifuoco, soprattutto contro Fratelli d’Italia. Meloni ha colto l’occasione per dichiarare che questo governo si confermerebbe di “sinistra.”

Il coprifuoco serve davvero a limitare la diffusione del contagio o è solo una misura di facciata? Negli ultimi mesi sono stati effettuati diversi studi, soprattutto nei paesi anglosassoni e francofoni: non c’è una risposta definitiva e una stima certa, ma secondo tutte le osservazioni il coprifuoco, se messo in atto insieme ad altre misure, è piuttosto efficace nel ridurre i contagi. Quanto? Più efficace, ad esempio, addirittura della chiusura delle scuole — rispetto al quale, tuttavia, ha ovviamente un costo economico di breve termine maggiore, soprattutto sulle attività serali e della ristorazione.

Come al solito però, mentre i diritti dei commercianti vengono difesi da un determinato schieramento politico, i diritti degli studenti vengono sistematicamente calpestati in quanto privi di diritto di voto — fatto che dovrebbe far riflettere su proposte che non vengono prese seriamente, come la possibilità di concedere la possibilità di esprimersi alle urne anche per i sedicenni.Sulla riapertura delle scuole alla fine si è raggiunto un compromesso: dopo che ieri era circolata l’ipotesi di un aumento al 60% — ridicolmente esiguo — del numero minimo di alunni in didattica in presenza in zona gialla, il governo ha deciso di innalzare la soglia minima al 70% per le regioni con gli indici di contagio giallo e arancione, consentendo anche la frequenza per fino al 75% degli alunni in zona rossa. Le proposte di riapertura degli istituti scolastici erano state attaccate duramente da destra e dalle regioni, confermando bene che tra l’istruzione e il guadagno la priorità di una larga parte della politica italiana sia il guadagno.

Come la scorsa primavera, uno dei nodi che sembrano insolubili sull’argomento è il sovraffollamento dei mezzi di trasporto negli orari di punta, che rende difficile garantire il ritorno a scuola di tutti gli studenti che ne avrebbero diritto. Il problema di come portare a scuola in sicurezza tutti gli studenti tormenta i governi italiani da un anno, durante il quale non si è riusciti a trovare una soluzione a un problema molto pratico: servono più mezzi nelle ore di punta, con cui evitare affollamenti su treni e bus. Secondo Agostino Miozzo, ex coordinatore del Cts e ora consulente del ministro dell’Istruzione Bianchi, su questo fronte “un anno è passato invano.” Il governatore lombardo Fontana, ad esempio, ha dichiarato che “Per quanto riguarda la riapertura del trasporto pubblico, i tavoli con Prefetture sono sempre aperti, ma dobbiamo risolvere il problema dell’equazione insostenibile che vede le scuole al 100 per cento e la copertura dei treni al 50 per cento.

Il fatto che ci si sia concentrati ad accapigliarsi su una misura come il coprifuoco e in un anno non si sia riusciti a pensare un modo per fare arrivare i ragazzi a scuola in sicurezza testimonia che il dibattito sulla pandemia in Italia non sia ancora uscito da una visione alla giornata e approssimativa. Argomenti come il ripristino del tracciamento dei casi, che sarebbe fondamentale in vista dell’estate, sono stati lasciati nel dimenticatoio, come e ancora più che durante le ultime fasi del governo Conte. Il fatto che non si sia riusciti ad aprire le scuole per un anno perché ci si è sostanzialmente disinteressati della questione trasporti è gravissimo, e gli effetti sul benessere dei ragazzi si faranno sentire sia sul breve che sul lungo termine, a livello educativo e psicologico.

La percezione distorta dello scorrere del tempo in pandemia e lockdown rischia di sminuire la clamorosa prova di inefficienza data da tutte le autorità italiane, un vero e proprio fallimento delle classi dirigenti di tutto il paese. Lo scorso 28 agosto, su the Submarine avevamo già affrontato il tema con un titolo che potrebbe essere stato scritto oggi: Com’è possibile che sulla scuola ci sia ancora tutta questa incertezza? Già all’epoca l’affollamento dei bus era la questione più urgente, e già all’epoca non si aveva in realtà nessuna idea o nessuna intenzione di risolverla una volta per tutte. Si era quindi pensato a qualche escamotage — come permettere di infrangere il distanziamento per tragitti brevi, o facendo guardare i passeggeri tutti da una parte durante il viaggio. La posizione dell’allora ministra dei trasporti De Micheli è sintetizzabile con un sospiro rassegnato — e sembra che anche il governo attuale non vada molto oltre.

Sta tornando sempre più a galla, insomma, un presunto conflitto tra diritti: diritto alla salute, diritto al lavoro, diritto all’istruzione. Nel dibattito, a vedere lese le proprie prerogative sarebbero soprattutto i lavoratori autonomi e in particolare ai gestori di attività di ristorazione — ma i dati parlano chiaro: a pagare il conto più salato della crisi sono stati i finora i precari e i lavoratori dipendenti, come testimoniato dai dati Istat diffusi il mese scorso. Un quadro che diventa ancora più evidente se ci si rifiuta di considerare come indipendenti i moltissimi costretti a lavorare da finti indipendenti con una partita Iva. I lavoratori dipendenti — e gli studenti — non sono difesi da forze politiche rumorose come la Lega di Salvini.

Con la destra impegnata a difendere gli interessi immediati della propria base elettorale, dal centrosinistra si riesce a fare poco altro che lamentarsi della cosiddetta irresponsabilità dei propri alleati di governo. Nonostante quello che dice Meloni, il governo Draghi si configura sempre più chiaramente come un governo di destra sia per linguaggio che per contenuti. La prova sono le bozze del Recovery Plan, la cui discussione in Consiglio dei ministri è prevista domani. Secondo le anticipazioni pubblicate da Radio Popolare, rispetto alla precedente versione del Pnrr, diminuirebbero notevolmente i fondi per le politiche di inclusione sociale (5 miliardi), verrebbero dimezzati quelli per il lavoro e scompaiono i sostegni alle assunzioni di giovani e donne. Sarebbero ridotte anche le voci che riguardano la coesione territoriale e la cultura. Al loro posto, crescerebbero soprattutto i finanziamenti alle infrastrutture e le grandi opere, con un pacchetto dedicato di quasi 30 miliardi. Il piano sarà illustrato ufficialmente alle camere il 26 e il 27 aprile, a soli tre giorni dalla scadenza fissata dall’Unione europea.

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