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Almeno 20 persone sono morte in un naufragio al largo della Tunisia

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Nel corso del 2020 più di 1000 persone hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa lungo la rotta mediterranea

All’alba del 24 dicembre un’imbarcazione partita dal porto tunisino di Sidi Mansour e diretta in Italia è naufragata a poche miglia dalla costa. Non è ancora chiaro esattamente quante persone ci fossero a bordo, ma il ministero dell’Interno tunisino ha confermato che almeno 20 dei migranti a bordo sono morti. La guardia costiera è riuscita a salvare i superstiti, soltanto cinque, mentre continuano le ricerche di altri 15 dispersi. Secondo le prime informazioni, i migranti provenivano dall’Africa subsahariana.

La strage di ieri è la seconda di questa entità in pochi mesi: a inizio ottobre altre 17 persone sono morte al largo delle coste tunisine. Le partenze dalla Tunisia sono aumentate nel corso di quest’anno, anche a causa della grave crisi economica che investe il paese. Ad agosto, il governo italiano e quello tunisino hanno siglato un accordo che prevede 11 milioni di euro per “rafforzare il controllo delle sue frontiere marittime e fermare le partenze.” In cambio, l’Italia dispone di un canale “preferenziale” per il rimpatrio forzato dei migranti tunisini che riescono a raggiungere il nostro paese. I termini di questo accordo non sono stati mai del tutto divulgati: il 17 dicembre la rete Mai più lager – No ai CPR ha organizzato per questo un presidio davanti al consolato tunisino di Milano. Tra gennaio e settembre, secondo dati di AFP dello scorso ottobre, più di 8500 persone sono state intercettate nel tentativo di raggiungere l’Europa dalla Tunisia.

Gli sforzi militari e securitari non sono evidentemente una soluzione per fermare le partenze e, di conseguenza, i morti. Secondo il progetto dell’Oim Missing Migrants, nel corso del 2020 più di 1000 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa lungo la rotta mediterranea. Il numero, per quanto tragico, è in calo rispetto agli ultimi quattro anni, ma anche perché la pandemia ha reso più difficile raccogliere i dati in maniera affidabile. Inoltre, la mancanza di mezzi di soccorso indipendenti al largo delle coste nordafricane — le navi umanitarie sono quasi tutte bloccate nei porti con pretesti amministrativi o per ragioni di manutenzione — ha moltiplicato i naufragi “fantasma”, di cui è impossibile ricostruire il numero di vittime.

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