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Il cashback di stato è l’ennesimo regalo ai ricchi

La misura voluta dal governo per rilanciare i consumi e incentivare i pagamenti elettronici non distingue tra fasce di reddito, e così finisce per regalare soldi anche a chi non ne ha bisogno

La misura voluta dal governo per rilanciare i consumi e incentivare i pagamenti elettronici non distingue tra fasce di reddito, e così finisce per regalare soldi anche a chi non ne ha bisogno

Presentato di nuovo con il cattivo gusto di una televendita natalizia nel giorno del numero più alto di vittime giornaliere mai registrato dall’inizio della pandemia, il “cashback di stato,” nella sua versione “extra,” è la misura pensata dal governo per stimolare i consumi nel periodo natalizio e, allo stesso tempo, incentivare i pagamenti elettronici. Il funzionamento è semplice: bisogna scaricare l’app IO, accedere tramite Spid o carta d’identità elettronica, salvare le proprie carte di credito o bancomat e l’Iban su cui ricevere i rimborsi. A questo punto, chi farà almeno 10 acquisti dall’8 al 31 dicembre, pagando con le carte registrate sull’app, si vedrà restituire il 10% dell’importo speso, fino a un massimo di 150 euro. 

Dopo il periodo natalizio, il meccanismo continuerà ma con una durata semestrale: bisognerà fare almeno 50 acquisti nell’arco del semestre, senza che però cambi l’entità del rimborso massimo ottenibile (sempre 150 euro) e con un massimo di 15 euro per ogni transazione. In aggiunta, però, per le 100 mila persone che faranno più operazioni nei diversi semestri, ci sarà un “super cashback”, ovvero un rimborso da 1500 euro a semestre: in sostanza, un ricco premio al consumatore modello. Valgono anche i pagamenti per le prestazioni di professionisti (dall’idraulico al dentista) — un aspetto con cui si spera di riuscire a intaccare una tradizionale sacca di evasione fiscale — mentre sono esclusi gli acquisti online, i bonifici, le operazioni eseguite agli sportelli Atm e i pagamenti ricorrenti con addebito su carta o conto corrente (quindi no, niente cashback per il vostro abbonamento a Netflix).

L’iniziativa sembra aver avuto successo: alla vigilia del primo giorno, l’app IO è andata in tilt per il numero straordinario di richieste ricevute, oltre 6 mila al secondo. Da domani, i cittadini che saranno riusciti a registrare le proprie carte potranno iniziare a fare acquisti — affollando le vie del centro — con la prospettiva di ricevere un rimborso nei primi mesi del 2021. Sembra uno scenario win-win: i negozianti potranno prendere una boccata d’ossigeno dopo il periodaccio del secondo lockdown; i cittadini avranno un piccolo sconto su acquisti che con ogni probabilità avrebbero dovuto fare lo stesso, e anche se lo sconto è piccolo, be’, sono sempre soldi. L’unico che ci perde è lo stato, che solo per questa misura ha stanziato 4,7 miliardi di euro, una somma che conta di recuperare grazie al maggiore gettito fiscale dovuto alla riduzione dell’evasione.

Tanto per fare un paragone: sono più dei fondi che saranno stanziati in più per la sanità secondo le bozze della Legge di Bilancio 2021 (4 miliardi) e molti più di quelli stanziati per l’edilizia scolastica (1,5 miliardi) e il diritto allo studio (500 milioni). Questione di priorità, evidentemente.

Ma chi si avvantaggerà del cashback, specialmente nella sua versione natalizia? Non tutti allo stesso modo: guadagnerà di più chi ha un maggior potere di spesa. Per avere il rimborso massimo di 150 euro bisogna infatti spendere almeno 1500 euro nel giro di 10 acquisti in un mese. Secondo l’Istat, la spesa media mensile di una famiglia italiana è di 2560 euro, di cui però il 35% riguarda spese per la casa (affitti, bollette, etc.) escluse dal cashback. Anche ipotizzando che sia possibile far rientrare nel cashback tutte le spese rimanenti, resta la domanda fondamentale: perché riconoscere la stessa percentuale di rimborso a prescindere dalla fascia di reddito? Quasi il 40% della spesa totale, sempre secondo i dati Istat, è da attribuire alle famiglie che si trovano nel quinto più ricco della popolazione, mentre le famiglie che si trovano nel quinto più povero spendono appena il 7,9%. Eppure, tutti avranno la stessa percentuale di cashback sulle proprie spese.

Passato il periodo natalizio, la misura sarà un po’ più equilibrata: 1500 euro in un semestre è una soglia decisamente più ragionevole. Ma si tratterà sempre e comunque di una forma di redistribuzione di reddito verso l’alto, in un paese già segnato da profonde disuguaglianze economiche, che la crisi sanitaria sta accentuando. Perché restituire il 10% delle spese effettuate in acquisti natalizi a chi è a cavallo della soglia di povertà e, allo stesso modo, a un manager con uno stipendio di cinque cifre? Non sarebbe stato più ragionevole escludere le fasce di reddito più alte e, magari, prevedere un rimborso più sostanzioso per quelle più basse? La risposta è facile: perché i poveri, cashback o non cashback, spendono comunque poco, e l’unico interesse del governo in questo momento è far girare l’economia stimolando i consumi. Anche a costo di regalare ulteriori spiccioli a chi non ne ha bisogno, mentre si grida allo scandalo quando qualcuno propone di tassare dello 0,2% i grandi patrimoni. 

Eppure, altre tipologie di bonus vengono giustamente parametrate sulle fasce di reddito dei percettori: ad esempio il bonus vacanze, pensato per stimolare il turismo durante i mesi estivi, è stato riservato ai nuclei familiari con ISEE inferiore a 40.000 euro. Nella maggior parte dei casi, invece, si è preferito regalare soldi a chiunque: dal “bonus bici” al “Superbonus” per le ristrutturazioni edilizie, le misure straordinarie varate dal governo per fronteggiare l’emergenza economica finiscono puntualmente per ingrossare le tasche di chi è già ricco, accentuando le disuguaglianze. Secondo i dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio, tra il 10% delle famiglie più ricche d’Italia, una su quattro ha ricevuto, lo scorso aprile, gli aiuti del governo approvati per la “prima ondata,” tra cassa integrazione, reddito di emergenza e bonus per i lavoratori autonomi. Allargando lo sguardo, più della metà degli aiuti pubblici è andata al 50% delle famiglie più ricche. Sono dati che dovrebbero spingere a correggere la rotta, raddrizzando un welfare che redistribuisce la ricchezza nel senso sbagliato. Ma guai a parlare di patrimoniale. 

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