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Ma sì, continuiamo pure a parlare del Natale

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L’orizzonte delle riaperture, invece di pensare a come evitare una terza ondata, resta concentrato soprattutto sul Natale: entro il 3 dicembre potrebbe essere pronto un apposito Dpcm, mentre Giovanni Toti ci chiede di pensare “alle nostre pasticcerie”

Nonostante i segni di rallentamento della curva epidemica, la situazione del contagio in tutto il paese resta molto grave. Ieri, a fronte di circa 195 mila tamponi, si sono registrati 33.979 nuovi casi positivi, 546 decessi e un incremento dei ricoveri pari a 765 nei reparti ordinari e 116 in terapia intensiva. In questo momento si trovano ricoverate in terapia intensiva 3.442 persone, e in 11 regioni i reparti sono oltre la soglia critica di saturazione.

L’orizzonte delle riaperture, però, invece di pensare a come evitare una terza ondata, resta concentrato soprattutto sul Natale: entro il 3 dicembre potrebbe essere pronto un apposito Dpcm con un allentamento delle restrizioni pensato apposta per le festività: tra le ipotesi, un rinvio del coprifuoco nazionale alle 23 o a mezzanotte, e un limite massimo al numero dei commensali, sia a casa (come “raccomandazione”) sia al ristorante. I termini della riapertura stanno agitando il governo ma il presidente del Consiglio sente già lo spirito natalizio, e anzi risponde anche alle presunte letterine dei bambini.

Anche i governatori regionali spingono per le riaperture. Tra i più irrequieti c’è il ligure Giovanni Toti, che ieri si è spinto a dire che punta a tornare in zona gialla tra un paio di settimane, appena l’Rt della regione scenderà sotto 1. Toti, ormai noto per la grande empatia e per la sua capacità apprezzare il lato più spirituale delle cose, ha dichiarato — particolarmente ispirato — che “abbiamo bisogno del Natale: per riunire famiglie divise, per dare un refolo di sollievo ai nostri commercianti, per aiutare i nostri produttori agricoli, per i nostri ristoranti, le nostre pasticcerie.”

Più ragionevolmente, il coordinatore del Cts Agostino Miozzo ha detto che bisognerebbe “spegnere un po’ le luci delle aspettative” sul Natale, ricordando che la priorità è la riapertura delle scuole. Anche il ministro Speranza si è mostrato insofferente al dibattito natalizio, dicendo che con seicento morti al giorno parlare di cosa facciamo la notte di Natale è “lunare.”

Sul pianeta Terra, intanto, la crisi sanitaria si lega a doppio filo con la crisi amministrativa. Il caso più emblematico è quello della Calabria, dove il sistema sanitario regionale è così deteriorato che sono bastate poche decine di ricoverati in terapia intensiva per far temere il collasso completo. Qualche dato: tra il 2000 e il 2013 è stato tagliato il 40% dei posti letto ospedalieri e il 17% del personale sanitario; la sanità regionale è amministrata dal 2008 da commissari, gli ultimi due dei quali si sono rivelati quantomeno discutibili — dopo il siluramento dell’inadeguato Cotticelli, l’appena nominato Zuccatelli ha insistito sull’inutilità delle mascherine, che a quanto pare è una sua idea fissa. La regione è riuscita ad aggiungere solo sei posti in più in terapia intensiva dall’inizio della pandemia. In questo valzer di commissari si è inserito anche il mistero dell’ipotesi di un coinvolgimento di Gino Strada. Ieri è stato lo stesso fondatore di Emergency a chiarire quanto successo: A quanto pare, settimana scorsa il governo avrebbe chiesto la sua disponibilità a ricoprire il ruolo — ma poi, nonostante la risposta potenzialmente affermativa di Strada, non gli è stata avanzata alcuna proposta formale.

La situazione è grave anche al Nord, in particolare in Piemonte, dove si sta cercando di reclutare in tutti i modi, anche tra gli specializzandi, nuovo personale sanitario per accrescere i posti in terapia intensiva. In Lombardia, il tasso di positività sui tamponi effettuati si attesta ancora sopra il 20%, e ieri si è registrato il numero più alto di morti dall’inizio della seconda ondata, 181 in sole 24 ore. Secondo i parametri stabiliti dal governo, la Lombardia potrebbe rientrare ora nella zona arancione — ma bisognerà aspettare ancora una settimana prima di un eventuale “cambio di zona.”

Nelle prossime ore l’Abruzzo dovrebbe diventare di fatto una zona rossa grazie a un’ordinanza molto restrittiva del governatore Marsilio, che prevede tra le altre cose la chiusura delle scuole e dei centri commerciali nei weekend. Nella regione sabato si sono registrati 939 casi, il massimo finora, mentre ieri i nuovi casi sono stati 470. La regione ha preso il provvedimento di concerto con il governo, mentre altre — soprattutto la Campania — stanno ancora discutendo aspramente con l’esecutivo sulle decisioni già prese o da prendere: non si ferma il battibecco tra Di Maio e De Luca, con quest’ultimo che ha accusato il ministro degli Esteri di fare “sciacallaggio.”

Confronto dei tassi di positività delle ultime 4 settimane per tutte le regioni italiane, via Stefano Sammartino su Twitter.

Il Sars-CoV-2 circolava in Italia già dal settembre 2019? È l’ipotesi avanzata da uno studio condotto dall’Istituto dei tumori di Milano e dall’università di Siena, sulla base dei campioni di sangue di 959 persone che avevano partecipato agli agli screening per il tumore al polmone tra settembre 2019 e marzo 2020. Nell’11,6% dei campioni sono stati rilevati gli anticorpi al coronavirus, di cui il 14% già a settembre. Lo studio è stato rilanciato da tutte le principali testate nazionali, che poi però hanno attenuato l’enfasi, dopo che qualcuno ha fatto notare che non sembra solidissimo dal punto di vista scientifico: è stato pubblicato dalla rivista interna dello stesso Istituto dei tumori il giorno stesso in cui è stato inviato, facendo sorgere dubbi sul processo di peer-review.

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