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Una settimana dopo, Trump non ha ancora accettato la sconfitta

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È passata un’altra settimana: le cause avanzate dai repubblicani si stanno fermando tutte, e il vantaggio di Biden si è solo consolidato. Ma Trump non ammette la sconfitta, e riempie il Pentagono di propri yes men

È passata un’altra settimana e no, Donald Trump non ha ancora ammesso la sconfitta alle elezioni statunitensi. Ma mentre le cause avanzate dai repubblicani sembra che non stiano andando avanti, parallelamente Trump non sta solo minando la fiducia di tantissime persone nelle istituzioni democratiche statunitensi: ha avviato anche un assalto alle istituzioni come non si è mai visto da parte di un presidente uscente, tutto incentrato sulla scommessa di riuscire a far decidere le elezioni in  tribunale.

Il procuratore generale Barr, in un memorandum assurdo, ha dato il via libera ai procuratori federali per investigare su “specifiche accuse” di brogli elettorali prima che il risultato delle elezioni venga certificato. Si tratta di una rottura senza precedenti con le norme — il dipartimento di Giustizia si è sempre tenuto alla larga dalle materie elettorali. Già un mese fa, a inizio ottobre, Barr aveva dato il permesso ai procuratori di annunciare indagini su possibili frodi elettorali anche prima delle elezioni, ma questa seconda operazione è di gravità molto maggiore, tanto che il funzionario al dipartimento di Giustizia che si occupa di brogli elettorali, Richard Pilger, ha annunciato le proprie dimissioni nel giro di poche ore. 

La strategia di Trump e del Partito repubblicano sembra però non essere stata pianificata molto accuratamente: in tutti gli stati più delicati le cause non stanno portando da nessuna parte, e anche se riuscissero a procedere il vantaggio di Biden sembra ormai così ampio rispetto alle prime previsioni che anche conquistare uno stato a furia di operazioni giudiziarie non basterebbe per garantire la vittoria al presidente uscente.

Dunque, perché non accarezzare l’idea di un colpo di stato vero e proprio? Tre giorni fa il presidente ha annunciato il licenziamento del segretario alla Difesa Mark Esper, che a dire il vero era stato dato per morto già mesi fa. Inizialmente il capo del Pentagono aveva tenuto il passo con Trump, facendo ben poco per fermare il blocco agli aiuti militari in Ucraina, il fronte per cui Trump ha rischiato l’impeachment. Esper era così docile con l’amministrazione da meritarsi il soprannome di “Yesper.” Un soprannome umiliante, che perfino il presidente ha usato con la stampa. Solo la scorsa estate il Pentagono e la Casa bianca hanno iniziato a distanziarsi: in particolare, il momento della rottura è stata questa conferenza stampa del 3 giugno, durante la quale Esper ha detto che non avrebbe supportato l’attivazione dell’Insurrection Act per inviare l’esercito nelle città statunitensi e reprimere le proteste di Black Lives Matter. Da allora, moltissimi commentatori davano per scontato il suo licenziamento — il fatto che sia successo questa settimana, però, rende particolarmente preoccupante l’azione del presidente. 

Negli ultimi mesi Esper aveva tenuto un profilo più basso, con l’eccezione dell’annuncio della messa al bando della bandiera degli Stati confederati dalle basi militari, e aveva già preparato una lettera di dimissioni in caso arrivasse un giorno di pioggia. La dinamica del suo licenziamento resta avvolta nel mistero: il licenziamento di Esper avrebbe dovuto far passare automaticamente la carica, pro tempore, al suo vice Norquist, e invece Trump ha nominato un sostituto ad interim, il direttore del Centro nazionale antiterrorismo Christopher Miller. Contattato dalla stampa, il Pentagono non ha saputo spiegare perché la carica non sia passata a Norquist, che rimarrà vicesegretario. Miller ha un curriculum molto breve per l’incarico che gli è stato assegnato, ma in compenso, quando era stato interrogato dal Senato per la propria precedente nomina aveva rifiutato di promettere che non avrebbe usato strumenti di intelligence nei confronti di cittadini statunitensi in base alle loro idee politiche. Una fonte di CNN ha espresso la preoccupazione che la sostituzione di Esper sia un primo passo verso la rimozione dei direttori di FBI e CIA.

Nel frattempo, stanno facendo carriera trumpisti di ferro: il dipartimento ha annunciato promozioni per Anthony Tata, Ezra Cohen-Watnick e Kash Patel. Sicuramente conoscete di vista Tata, un generale in pensione che appare spesso su Fox News in clip molto condivise su internet. È stato promosso a sottosegretario alle politiche della difesa, un incarico a cui l’amministrazione lo voleva assegnare già dalla scorsa estate, per poi ritirare la nomina di fronte a forti pressioni per i suoi frequenti commenti violenti e islamofobi. In passato aveva definito Obama come “il capo dei terroristi.” 

Intanto, per qualche ragione francamente inspiegabile, i democratici non stanno reagendo a quello che sembra a tutti gli effetti un goffo tentativo di colpo di stato, e sicuramente è un lungo lavoro di insabbiamento. La cosa più probabile resta che Biden arrivi alla Casa bianca il 20 gennaio, che piaccia a Trump o meno. Biden sta continuando a mettere insieme il proprio team di transizione: la prima persona da menzionare è Ron Klain, che sarà capo del gabinetto della Casa bianca — se Biden andrà alla Casa bianca ovviamente lel — Klain è un nome che è stato ben accolto dalla parte più progressista del partito. 

Un terzo delle persone impiegate nel team di transizione per il Pentagono, però, proviene da think tank guerrafondai, finanziati direttamente dalle aziende che producono armi. Tre persone provengono infatti dal Centro per gli studi internazionali strategici, un think tank che nel tempo libero fa lobby per l’industria delle armi, e riceve finanziamenti anche da Raytheon, la famigerata azienda produttrice delle bombe che vengono sganciate sullo Yemen. Altre due persone provengono dal Centro per la Nuova Sicurezza Americana (sic), un gruppo con cui aveva già lavorato Harris durante le primarie, noto tra le altre cose per essere molto a favore di una escalation della tensione contro Russia e Cina. Denunciare le azioni di Trump non vuol dire tifare a priori per un partito che, purtroppo, è completamente compromesso con l’industria della guerra.

Show Notes

In questa puntata sono con voi: Stefano Colombo @stefthesube Alessandro Massone @amassone. Per non perderti nemmeno un episodio di TRAPPIST, abbonati su Spotify e Apple Podcasts.

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