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L’accanimento dello stato contro Dana Lauriola

Il Tribunale di Torino ha rifiutato di concedere la detenzione domiciliare a Dana Lauriola, perché tornare a Bussoleno “potrebbe farle proseguire l’attività di proselitismo e militanza ideologica”: una decisione che svela come questo sia soprattutto un processo politico

Il Tribunale di Torino ha rifiutato di concedere la detenzione domiciliare a Dana Lauriola, perché tornare a Bussoleno “potrebbe farle proseguire l’attività di proselitismo e militanza ideologica”: una decisione che svela come questo sia soprattutto un processo politico

Dana Lauriola è stata arrestata il 27 settembre perché riconosciuta colpevole della violenza privata e dell’interruzione di servizio pubblico essenziale avvenute nel marzo 2012. Quel giorno circa 300 attivisti del movimento No Tav si riunirono sull’autostrada all’altezza del casello di Avigliana, e per venti minuti bloccarono i tornelli, facendo passare le auto senza pagare, mentre Dana Lauriola parlava al megafono, indirizzando le auto e spiegando le motivazioni del blocco. Oggi, Dana Lauriola si trova nel carcere delle Vallette a scontare la pena massima, due anni. “Credo che in prigione mi prenderanno in giro: sono l’unica in Italia ad andarci per un mezzo blocco stradale” ha detto alla Stampa, quando il Tribunale di Torino le ha negato i domiciliari. 

Poco meno di un mese dopo il Piemonte è stato dichiarato zona rossa, e Dana Lauriola si è trovata a scontare due anni di carcere — nel vero senso della parola. Secondo la magistratura torinese, infatti, non è possibile concederle la detenzione domiciliare in quando casa sua  “coincide con il territorio scelto come teatro d’azione dal movimento.”  La colpa sarebbe quella di abbracciare “ideali politici per i quali non ha mai esitato a porre in essere azioni contrarie alle norme penali.” 

Tuttavia le norme penali a cui si riferisce la magistratura non si riferiscono al danno materiale arrecato a SITAF, il gestore dell’autostrada. In totale i danni erano meno di 800 euro; già rimborsati prima che iniziasse il processo. 

Come d’altronde hanno dimostrato il processo, prima, e la sentenza, poi: “Dal momento che nessuno degli accusati poteva essere incolpato del danneggiamento diretto, il tribunale ha dimostrato come gli imputati fossero i mandanti morali e gli organizzatori della manifestazione,” ci spiega Claudio Novaro, l’avvocato di Dana Lauriola. Si tratta dell’ennesima misura nei confronti degli attivisti della Val di Susa: lo dimostrano pure il caso di Nicoletta Dosio, arrestata lo scorso dicembre, e di Luca Abba, che ha già subito due condanne. Secondo l’ex magistrato e attivista Livio Pepino, “ci troviamo davanti ad un sistema repressivo ormai consolidato.” 

 Un sistema che secondo Novaro inizia dalle indagini sul riconoscimento dei colpevoli, interamente affidate alla Digos. L’associazione di una persona ad un luogo da parte di un’agente, oltre ad essere “l’assoluta padrona delle indagini” in Tribunale, nasconde, secondo Novaro, la vocazione della procura “a inibire l’attività dei militanti più attivi”. Si potrebbe obiettare che il compito di un giudice sia quello di sottoporre a verifica l’ipotesi del capo di imputazione, spiega Novaro. “L’idea che trasuda da tanti processi avviati in questi anni è quella in cui la partecipazione alla protesta costituisca scrive testualmente il tribunale — una sfida all’ordine costituito. Se questa è la sensibilità sul tema non stupiscono le sanzioni sproporzionate.”

L’espressione pacifica del proprio dissenso è protetta dalla Costituzione e da “diversi meccanismi internazionali,” e non può essere punita con il carcere, sottolinea Amnesty International in una nota ufficiale pubblicata alcuni giorni fa. Il tribunale ha riconosciuto a Dana Lauriola di essere “normoinserita,” e quindi una lavoratrice che non rappresenta “nessuna pericolosità sociale”. Ma d’altra parte le vengono negate i domiciliari per via del mancato “pentimento.” Secondo il Tribunale di Torino, risiedere a Bussoleno “potrebbe farle proseguire l’attività di proselitismo e militanza ideologica.” E quindi rimane dietro le sbarre.

È una vicenda paradossale” ha detto a the Submarine Riccardo Noury, presidente di Amnesty Italia. “Quando leggo gli atti ufficiali del tribunale di Torino che scrivono, testualmente, espressioni come: pentimento, proselitismo e militanza ideologica, mi chiedo di cosa si stia parlando davvero. Di cosa dovrebbe pentirsi Dana, di un atto non violento?” Insomma: l’uso stesso dei termini da parte del Tribunale lo fa sembrare un processo politico, ed Amnesty continuerà a osservare attentamente l’evolversi della situazione. 

Lo scorso 3 novembre, le detenute della Terza sezione femminile della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, dove appunto è reclusa anche Dana, hanno indirizzato una lettera aperta all’organizzazione. Nella lettera le detenute chiedono al governo, attraverso Amnesty, di poter accedere alle misure alternative al carcere. Perché davanti ad una situazione sanitaria ingestibile e nonostante l’esistenza di leggi che garantiscono un’alternativa alla prigione, ad oggi questo non sembra essere più un diritto, quanto piuttosto un privilegio soggetto alla discrezionalità del magistrato competente.

In sostanza, la lettera aperta chiede al governo di dare la possibilità, a chi ha reati lievi come quelli di Dana, di poter trascorrere la pena altrove, evitando il contagio in carcere.  Il sovraffollamento non è una categoria astratta, non deve evocare una spiaggia della riviera romagnola il 15 agosto. E questo vale a prescindere della decisione, contestata, di concedere a due esponenti di spicco della criminalità organizzata, come Francesco Bonura e Pasquale Zagaria, la detenzione domiciliare per motivi di salute. Le condizioni difficilissime  dei detenuti all’interno del carcere sono note, e la frequenza dei suicidi è 13 volte superiore alla media nazionale.

A fine febbraio il tasso di affollamento effettivo delle strutture penitenziarie italiane era intorno al 130%, ma raggiungeva il 195% a Taranto o a Como. Purtroppo non sono disponibili dati aggiornati e pubblici del ministero della Salute: ad esempio, in una ricerca condotta l’anno scorso, in 25 delle 98 carceri visitate sono state trovate celle in cui non era nemmeno rispettato il criterio dei 3 mq per detenuto. 

“Il carcere è il luogo dove viene recluso il male ed è percepito come male nell’inconscio dell’individuo; cioè avvertiamo inconsciamente che il male è parte di noi. Ma proprio perché il male rappresenta una tentazione, una insidia, una minaccia, che tuttavia ci seduce e ci attrae, noi intendiamo rimuoverlo. E per rimuovere un incubo, la reazione più elementare e istintiva è quella di spostarlo fuori dal nostro sguardo,” spiegava Luigi Manconi. La società ha bisogno di una giustificazione, simile a quella sparata del ministro Bonafede ad Otto e mezzo. “In carcere non ci sono innocenti.” 

Le proteste del marzo del 2012 erano nate da una più ampia mobilitazione. Al tempo si era mandata la polizia a continuare i lavori, espropriando alcune terre. La mobilitazione aveva coinvolto anche 23 sindaci della Valle, tra cui quello di Bussoleno. Ricordiamo anche il caso del 27 febbraio, quando in segno di protesta Luca Abba si arrampicò su un traliccio dell’alta tensione. Sotto pressione di alcuni agenti, che cercavano di farlo scendere, Abba rimase fulminato, e cadde da un’altezza di dieci metri. Sarebbe rimasto in coma per alcuni giorni. Il fatto aveva scatenato ulteriori mobilitazioni di protesta, tra cui quello del casello di Avigliana. Oltre a Dana Lauriola, altre undici persone sono state denunciate, e tutte sono state condannate a uno o due anni.

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