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Un bambino di sei mesi è morto nel Mediterraneo. La responsabilità è dei governi europei

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Il naufragio di ieri si poteva evitare: Alarm Phone aveva allertato le autorità già la sera prima, ma non si è fatto niente per un giorno intero, mentre tutte le navi delle Ong, tranne Open Arms, sono bloccate nei porti italiani con pretesti amministrativi

Ieri Open Arms è stata allertata da Frontex, l’agenzia europea che dovrebbe “monitorare” le frontiere dell’Unione, per andare a soccorrere un’imbarcazione carica di migranti nell’area Sar libica, in quanto “mezzo più utilmente impiegabile al momento.” Una volta arrivati sul posto, però, l’imbarcazione della Ong si è trovata di fronte a una situazione molto più grave del previsto: il piccolo scafo infatti era già affondato, e i cento passeggeri si trovavano tutti in acqua senza dispositivi di salvataggio.

I membri dell’equipaggio di Open Arms hanno dovuto tuffarsi: “I nostri soccorritori sono in acqua tentando di recuperare circa 100 persone tra cui bambini e un neonato,” ha raccontato la Ong. “L’imbarcazione ha ceduto, è quello che accade quando si abbandonano per giorni le persone in mare.” Nonostante gli sforzi dei soccorritori, però, un bambino di sei mesi è venuto a mancare in seguito al naufragio: erano già riusciti a portarlo a bordo e stava per essere effettuata un’evacuazione di emergenza, ma “non ce l’ha fatta ad aspettare.” Si chiamava Joseph, veniva dalla Guinea.

Alla fine le persone soccorse sono state 65. L’equipaggio della Ong spagnola ha anche tirato a bordo cinque cadaveri, oltre a Joseph.

Come sempre, il naufragio si sarebbe potuto evitare se i governi europei avessero risposto più prontamente alle richieste di soccorso dell’imbarcazione.

La Ong Alarm Phone, infatti, aveva allertato le autorità maltesi e italiane la sera precedente riguardo alla situazione dell’imbarcazione, da cui erano provenute richieste di aiuto — ma la prassi, ormai, prevede di far trascorrere un “tempo tecnico” indefinito e ingiustificato prima di soccorrere chi sta affogando. O non soccorrerlo del tutto.

Non c’è nemmeno il tempo per disperarsi: la stessa Ong ha segnalato un’altra barca in grave difficoltà in area Sar maltese, per cui nessuno sembra che stia pensando di muoversi.

Migrare verso l’Europa è sempre più pericoloso: sia sulla rotta del Mediterraneo centrale, che negli ultimi mesi ha visto il blocco di molte navi umanitarie — attualmente Open Arms è l’unica in attività — sia sulla rotta delle Canarie, sempre più utilizzata dai migranti che provengono dall’Africa subsahariana. Nello scorso fine settimana, sulle isole spagnole, sono sbarcate 2.200 persone. La rotta delle Canarie è probabilmente “la più pericolosa del mondo,” secondo quanto scritto recentemente da Jan-Philipp Scholz, di DW. Nell’ultimo anno sono morte almeno 500 persone tentando la traversata: circa una persona su 20 tra chi è partito, soprattutto nell’ultimo mese, che ha visto ad esempio un naufragio con circa duecento vittime. I migranti, spesso, non partono dal punto della costa africana più vicino alle isole — che distano “solo” 100 km dal continente — ma da molto più lontano.

A Lampedusa, intanto, l’hotspot locale è sempre sovraffollato: attualmente sono presenti circa 800 migranti in una struttura che potrebbe trattenerne al massimo 192. Ieri è stata soccorsa a poca distanza dall’isola un’imbarcazione con a bordo circa 100 persone. Nei giorni scorsi l’affollamento del centro di accoglienza era stato ancora più grave — si era arrivati a circa 1.500 persone, poi trasferite sulle famigerate navi-quarantena, secondo una prassi di dubbia legittimità che soprattutto per i cittadini tunisini rappresenta l’anticamera del rimpatrio.

Violenze e abusi sono la norma anche lungo i confini terrestri dell’Unione: il difensore civico dell’Unione europea ha avviato un’indagine sulla mancata supervisione da parte della Commissione sugli oltre 108 milioni di euro destinati al governo di Zagabria per il controllo delle frontiere. Secondo i dati dell’Unhcr, tra gennaio e settembre 2019 quasi 5000 persone sono state respinte dalla Croazia in Bosnia o in Serbia, in spregio di qualsiasi diritto. Il governo croato ha tempo fino al 31 gennaio 2021 per rispondere alle domande del difensore civico.

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