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L’assurdo sgombero del centro di accoglienza di Pikpa, sull’isola di Lesbo

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foto via Twitter

Le autorità greche hanno deciso di sgombrare un campo profughi solidale e gestito da volontari, dove trovavano soccorso migranti particolarmente vulnerabili, per trasferirne tutti gli ospiti al vecchio campo di Kara Tepe

Venerdì mattina la polizia si è presentata al centro di accoglienza di Pikpa, sull’isola di Lesbo, per sgomberarlo. Pikpa era un campo profughi diverso dagli altri: si trattava di un centro di accoglienza aperto a tutti, in cui gli ospiti partecipano attivamente alle decisioni da prendere. Il campo, nato in un vecchio campeggio sulla strada che dall’aeroporto di Lesbo porta a Mitilene, è stato ridipinto e decorato dagli stessi ospiti e viene gestito dalla ONG Lesvos Solidarity, insieme all’aiuto della comunità locale e di attivisti internazionali. Dal 2012 si calcola che oltre 30,000 persone abbiano alloggiato nella struttura che al momento ospitava 74 famiglie, con bambini e mamme sole. 

Numerosi attivisti, volontari e giornalisti sono accorsi e insieme allo staff di Lesvos Solidarity e ai residenti sono riusciti a prendere tempo, riuscendo a rimandare lo sgombero da venerdì a sabato. Efi Latsoudi, rappresentante di Lesvos Solidarity, racconta di aver chiesto alla polizia del tempo per poter trasferire le persone in modo dignitoso al vecchio campo di Kara Tepe, messo in piedi dal governo greco per sostituire quello, bruciato, di Moria. “I bambini sono a scuola e le persone non devono essere trattate come oggetti, ma dignitosamente,” sostiene in un video pubblicato sulla pagina Facebook della ONG. 

Pikpa self-managed open camp totally empty after 8 years being a model of solidarity and mutual support. An example of a…

Pubblicato da Lesvos Solidarity – Pikpa su Venerdì 30 ottobre 2020

I residenti del campo hanno quindi potuto dormire per l’ultima volta nel luogo che li ha ospitati ed è stato la loro casa per mesi o anni. Ieri mattina, alle prime luci dell’alba, la polizia e le autorità della First Reception si sono presentate al campo in tenuta anti-sommossa e con tute protettive, per trasferire 74 migranti, fra cui famiglie con bambini e persone estremamente vulnerabili. La polizia ha negato l’accesso a Pikpa ai volontari e giornalisti, che si sono recati al campo per dare una mano o documentare gli eventi. I residenti sono stati caricati per ore su pullman della polizia e autobus locali, senza la possibilità di poter scendere per usufruire dei servizi igienici, né di bere o mangiare. Un corteo militare li ha scortati al vecchio campo di Kara Tepe, dove sono stati sottoposti a test rapidi per il coronavirus e distribuiti nei vari alloggi, per lo più tende e container.

A Pikpa si respirava un’atmosfera pacifica. I residenti erano perlopiù sollevati — per quanto possibile — dalla relativa tranquillità della loro sistemazione. Non vivevano più a Moria, infatti, a causa delle loro vulnerabilità: a Pikpa hanno trovato rifugio membri della comunità LGBT, persone malate e a rischio, persone traumatizzate e vittime di violenza, fra i più vulnerabili dell’isola. Oltre al supporto medico, legale e psicologico, gli ospiti di Pikpa potevano accedere a diverse attività, fra cui tornei di calcio, yoga, attività di promozione sociale, musica e storytelling. Inoltre, i bambini ospiti del campo sono stati fra i primi a poter frequentare la scuola pubblica greca. 

foto via Twitter

Dopo l’incendio che ha raso al suolo il campo profughi di Moria, il ministro Miratakis ha annunciato che i campi profughi di Kara Tepe, gestito dall’UNHCR e dalle autorità locali, e di Pikpa sarebbero stati presto sgomberati entro la fine di ottobre. Pikpa, secondo Miratakis, tornerà a essere uno spazio dedicato alla comunità locale, e non più ai rifugiati. In questo modo il governo ha voluto semplicemente mettere fine all’esistenza di Pikpa, un campo profughi “modello” ed esempio di solidarietà, per riconquistare l’appoggio dei gruppi di estrema destra — che da mesi sono responsabili di violenti attacchi nei confronti dei migranti, dei volontari e dei membri delle ONG. 

Lesvos Solidarity ha dichiarato di non voler cessare le proprie attività e di voler continuare a fornire assistenza alle famiglie che vivevano a Pikpa, aiutandoli come potranno nel vecchio campo di Kara Tepe. L’azione delle autorità greche nel frattempo è stata denunciata da vari osservatori internazionali — uno su tutti Amnesty International, che fa notare come Pikpa abbia reso più degne le vite dei migranti costretti a Lesbo. Dopo la distruzione del campo di Moria, infatti, le condizioni sull’isola sono addirittura peggiorate. In questi giorni, ad esempio, le autorità greche hanno “concesso” ai residenti nel nuovo campo di Kara Tepe la possibilità di accedere a una lista d’attesa per farsi una doccia — un lusso di cui i migranti non possono usufruire da ormai diverse settimane. Intanto l’Europa, dopo alcuni trasferimenti sul continente di minori e migranti a rischio nei giorni successivi all’incendio di Moria, sembra non avere intenzione di fare nulla, nemmeno di stare a guardare.

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