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Chi protesta per Breonna Taylor ha ragione: non c’è giustizia per gli omicidi di polizia negli Stati Uniti

La condanna morale ai disordini di questa notte non ha senso: come si può pretendere ordine e giustizia quando la legge protegge tre assassini?

in copertina, foto via Twitter

La condanna morale ai disordini di questa notte non ha senso: come si può pretendere ordine e giustizia quando la legge protegge tre assassini?

Dopo un’indagine lunga mesi per l’omicidio di Breonna Taylor, nessuno è stato accusato di omicidio. La vicenda, uno degli episodi più spregevoli di violenza di polizia, e uno degli esempi più citati da Black Lives Matter, ha dato loro ragione: l’unico capo d’accusa avanzato per uno dei poliziotti che ha aperto il fuoco — Brett Hankison — è quella di “sconsiderata condotta pericolosa”: l’agente avrebbe inutilmente messo in pericolo la vita dei vicini di Taylor quando alcuni dei proiettili che hanno ucciso la paramedica 26enne hanno attraversato il muro e sono finiti nella casa a fianco. Gli altri due agenti che hanno aperto il fuoco quella notte — Jonathan Mattingly and Myles Cosgrove — non sono stati accusati di niente. Da esempio di violenza di polizia, l’omicidio di Breonna Taylor si trasforma così in un caso di pura impunità. 

Uno degli avvocati della famiglia Taylor, Benjamin Crump, ha definito la decisione del Gran giurì “oltraggiosa” e “offensiva”: l’avvocato ha sottolineato il poco senso dell’incriminazione — se aprire il fuoco ha messo in pericolo i vicini di Taylor, non ha fatto lo stesso nella camera da letto dove Taylor è stata uccisa? L’avvocato ha ripetuto che si trattava chiaramente di un omicidio gratuito. Tuttavia, i tre agenti sono protetti da una complessa dottrina che in Kentucky applica le leggi sulla legittima difesa ai poliziotti esattamente come ai cittadini civili — ignorando come gli agenti di polizia si trovino in contesti completamente diversi da quelli di un normale cittadino, per il quale, ad esempio, non è legale entrare in una casa sfondando la porta in piena notte. 

L’omicidio di Breonna Taylor

Breonna Taylor, una paramedica di 26 anni afroamericana, è stata uccisa lo scorso 13 marzo da tre agenti di polizia. La dinamica dell’omicidio si configura come una concatenazione di legittime difese secondo il codice del Kentucky, ed evidenzia diversi livelli di malfunzionamento della polizia statunitense.

Secondo la ricostruzione dei vicini di casa, nella notte tra il 12 e il 13 marzo i tre agenti avrebbero fatto irruzione in casa abbattendo la porta dell’appartamento, vestiti in abiti civili. Preso di sorpresa dall’ingresso violento di tre uomini che non si erano identificati come agenti, il compagno di Taylor ha aperto il fuoco una singola volta, ferendo un agente alla gamba. I tre hanno risposto aprendo il fuoco alla cieca e crivellando la casa di colpi. In camera da letto, Taylor moriva per otto colpi di arma da fuoco. I tre agenti stavano indagando per un caso di spaccio di stupefacenti, ma nella casa non è stata trovata nessuna traccia di droga — non che la cosa cambi le loro responsabilità di una virgola.

Chi protesta ha ragione

Ieri, a Louisville, e in molte altre metropoli statunitensi, sono scattate immediatamente proteste contro la decisione del Gran giurì. A Louisville la reazione repressiva della polizia è stata immediata e particolarmente violenta, e nel corso della giornata qualcuno ha aperto il fuoco contro due agenti

Come sempre quando le proteste sono molto numerose e dopo eventi particolarmente scioccanti, in diverse città si sono registrati disordini, che sono stati immediatamente politicizzati: chi rompe vetrine starebbe dando ragione a Trump, e rischia di mettere in difficoltà i democratici. Si tratta di una lettura per definizione divisiva — ovvero atta a prendere le distanze tra i commentatori liberali, pacifici e “razionali,” e i pericolosi manifestanti che hanno rotto delle vetrine e dato fuoco a un cassonetto. Si tratta della lettura maggioritaria anche all’interno del partito democratico, o per lo meno, è la linea del candidato presidente, che mentre tre persone che hanno crivellato di colpi un’innocente vengono scagionate si preoccupa dei disordini nelle città:

Chi si arena su queste analisi sembra non rendersi conto che sottoscrive lo stesso meccanismo con cui le proteste sono state represse legalmente in questi mesi: nel corso della notte, le proteste a Portland sono state dichiarate una manifestazione illegale, dando così una giustificazione legale alla successiva repressione poliziesca.

La decisione del Gran giurì rende trasparente il privilegio di classe di chi chiede compostezza ai manifestanti: una falsa superiorità morale basata sul non aver mai avuto necessità di combattere per difendere il proprio diritto alla vita. I manifestanti ieri hanno avuto l’ennesima prova che quello che dicono è vero e innegabile: il motore della giustizia statunitense è truccato per proteggere da una parte violenti e assassini, e dall’altra per a distruggere la vita degli oppressi. Chiedere a chi vuole giustizia per un omicidio di non rompere una vetrina è quasi offensivo, una posizione che testimonia pura alienazione, impresentabile in un dialogo che tenga conto delle reali condizioni di vita negli Stati Uniti.

Oggi tutti i giornali del paese apriranno sui due poliziotti feriti a Louisville — stanno entrambi bene, per onor di cronaca — ignorando gli innumerevoli episodi di violenza di polizia avvenuti solo ore prima, e la scandalosa decisione del Gran Giurì: È la stampa che decide di titolare così, è la politica che parla delle vetrine come se valessero tanto come vite umane, che nascondono la battaglia di Black Lives Matter — non chi ha rotto una vetrina. Azioni che per altro non sono frutto di una presupposta strategia dello “spaccare tutto,” ma effetti collaterali che si generano quasi organicamente quando una protesta è così numerosa e la situazione è così di tensione. Anche questa volta chi manifesta nelle strade delle metropoli statunitensi è solo, senza nessuno a rappresentarlo.

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