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L’Europa delle deportazioni sponsorizzate

Il piano presentato dalla Commissione europea non fa niente contro le stragi in mare e i campi di concentramento in Libia, o per impedire nuove Moria. Si occupa solo di ripensare la logistica delle deportazioni

Il piano presentato dalla Commissione europea non fa niente contro le stragi in mare e i campi di concentramento in Libia, o per impedire nuove Moria. Si occupa solo di ripensare la logistica delle deportazioni

La scorsa settimana, dopo l’incendio del campo profughi di Moria — il più grande d’Europa, e noto per le sue drammatiche condizioni di vita — la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, durante il proprio discorso per lo Stato dell’Unione, aveva annunciato che la Commissione europea stava preparando una radicale revisione degli accordi di Dublino, che disciplinano la richiesta di asilo e le migrazioni sul continente. 

L’annuncio era stato letto come una reazione emotiva ma necessaria alla catastrofe umanitaria di Lesbo, e immediatamente i commentatori di tutta Europa si erano chiesti come si sarebbe potuto arrivare a una qualunque forma di accordo: in precedenza, infatti, sono stati fatti numerosi tentativi di riformare Dublino — sia da parte del Parlamento che da parte della Commissione stessa, che aveva gettato la spugna sulla propria proposta precedente lo scorso febbraio. A dire il vero, la risposta era forse abbastanza facile: proponendo un sistema più feroce di quello che già c’è.

La proposta della Commissione europea è infatti fortemente regressiva sul piano dei diritti umani, e della decenza. Funziona così: i paesi interni — che sono spesso la meta finale dei migranti ma non hanno a che fare con gli arrivi — potranno decidere se accogliere i migranti sul proprio suolo, oppure se aiutare i paesi d’ingresso a rimpatriare un pari numero di richiedenti asilo la cui domanda ha ottenuto un esito negativo. Oppure ancora, finanziare centri di detenzione di accoglienza nei già citati paesi d’ingresso, o programmi di sviluppo nei paesi d’origine dei migranti — una riedizione dell’“aiutiamoli a casa loro.”

La proposta — che nelle prime speranze avrebbe dovuto fare un passo verso la condivisione dell’accoglienza — costituisce semplicemente un passo verso la condivisione dei rimpatri. Un esempio? Secondo quanto dichiarato dal vicepresidente della Commissione Margaritīs Schinas (che ha anche la prestigiosa delega alla promozione dello stile di vita europeo) la proposta prevede anche un controllo sulla “salute e sicurezza” ai migranti in arrivo. Chi ha poca probabilità di ricevere la protezione umanitaria verrebbe instradato su un percorso di espulsione rapida. Lo stile di vita europeo dello scorso secolo, del resto, ha sempre previsto la valutazione fisica rapida delle minoranze etniche per decidere se sono composte da individui utili o indesiderabili.

Si può dire che oggi l’unica cosa su cui sembra riuscire a mettersi d’accordo l’Europa sia la logistica delle deportazioni. Il meglio del peggio arriva forse con il concetto della cosiddetta sponsorizzazione, una chimera che sembra figlia di un economista ossessionato dal concetto di “esternalità negativa” e del suprematismo bianco — quindi tutte cose che vanno di moda, nell’Ue di questi anni. L’idea alla base di questo insopportabile termine dal sentore di retorica startuppara è semplice: i paesi potranno decidere di rispettare la propria quota semplicemente finanziando e telecomandando la deportazione dei migranti dal paese d’ingresso a quello d’origine, assumendosene la responsabilità in caso di fallimento dell’operazione. In altre parole, se non riescono a rimpatriare le persone, li dovranno accogliere; se no, non avranno nemmeno il disturbo di vederli sul proprio territorio.

L’accordo si posiziona così perfettamente in quella che sembra una nuova linea comune a livello europeo: la repressione violenta dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo, accompagnata da una retorica progressista volta a ingannare il pubblico generalista e prendere le distanze dai propri concorrenti di estrema destra esplicita. Così, il ministro della Protezione civile greco Chrisochoidis promette di portare i richiedenti asilo sulla terraferma la polizia di Lesbo, mentre li costringe ad entrare in un altro campo sovrappopolato usando forza ingiustificata. Allo stesso modo, la Commissione europea avanza una proposta di dispiegamento sistematico della repressione, presentandola come una riforma compassionevole nata dopo una tragedia sfiorata come quella dell’incendio di Moria. Di questa retorica è intriso tutto il documento avanzato dalla Commissione, dove si leggono cose come “un nuovo compromesso tra responsabilità e solidarietà” (???), e  “un nuovo meccanismo di solidarietà costante” — la solidarietà, beninteso, è quella tra stati membri, non tra chi rischia la vita attraversando deserti e mari. Il tutto accompagnato da una colorata e precisa grafica istituzionale, come se si stesse parlando di proposte per l’Ambiente o di Erasmus.

 

E come è stato accolta la proposta dall’Italia? Secondo quanto riporta Repubblica, il ministro per gli affari europei, Enzo Amendola, non sembra stare nella pelle: “Siamo a un punto di svolta. Sarà una trattativa complessa e delicata. Ma l’Italia è in prima linea.” Il governo italiano, del resto, si lamenta da anni di essere “lasciato solo” dall’Europa, un’ottima scusa per trattare in modo inumano le poche migliaia di persone che riescono ogni anno ad arrivare sul continente europeo senza annegare o rimanere vittima dei campi di concentramento libici — quelli sì, già finanziati dal governo nostrano.

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