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Salvini ha perso, l’autonomismo regionale invece sta benissimo

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Matteo Salvini ha di nuovo scommesso tutto su una partita regionale troppo rischiosa. Vincono solo i politici regionali, da mesi sempre più perno della politica nazionale, e le regioni stesse, mai così rilevanti per la politica italiana

La giornata di ieri si è conclusa in un sostanziale pareggio — non è arrivata la vittoria schiacciante di cui Salvini aveva bisogno, e anche il Sì ha vinto senza però sbancare come sarebbe stato lecito aspettarsi — considerato che tecnicamente nessuna forza parlamentare era esplicitamente a favore del No.

Il referendum costituzionale si è concluso con una vittoria netta del sì, che ha raccolto il 69,9% dei voti, mentre le elezioni regionali non sono state infatti un trionfo del centrodestra come si era temuto. In Toscana, la regione su cui erano più concentrati gli sguardi della politica nazionale, ha vinto il candidato del Pd, Giani, con il 48,6%, dando 8 punti di distacco a Ceccardi. In Puglia, l’altro regione sensibile, Emiliano ha ottenuto il 46,6% e un vantaggio simile su Fitto — nonostante i tentativi di Renzi di sabotarlo. Le altre regioni sono invece andate sostanzialmente come ci si aspettava: Zaia e De Luca hanno trionfato in Veneto e Campania, Acquaroli di Fdi ha conquistato le Marche, Toti si è confermato con agio in Liguria. 

Le non–vittorie di Zingaretti e Di Maio

Come sempre dopo ogni voto locale, si possono identificare alcuni vincitori e alcuni sconfitti. Salgono Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio: il segretario del Pd è riuscito a tenere in piedi il proprio partito alle urne potendosi ripresentare, come dopo le regionali in Emilia-Romagna, come “baluardo antifascista,” anche all’interno del proprio partito; il ministro degli Esteri è riuscito tramite il referendum a portare a casa una vittoria importante per il proprio movimento, una delle poche, e si candida sempre di più per avere una posizione centrale all’interno del partito

È però molto difficile dire che qualcuno sia davvero uscito vincitore da questa tornata elettorale. Il Pd, ad esempio, si trova con un capo più forte e stabile ma con una linea politica più confusa e impalpabile che mai. Zingaretti ha deciso di appoggiare il sì per pura convenienza politica, e alla fine è stato premiato: ma una parte rilevante del proprio elettorato — e dell’elettorato del paese — ha scelto di votare no, e al momento non è rappresentata da praticamente nessuna forza in parlamento, dato che in sede parlamentare la riforma era stata approvata col 97% dei voti favorevoli. Il Pd inoltre ha vinto o in territori in cui la tradizione antifascista è molto radicata, come la Toscana, o in luoghi in cui i propri candidati sono a capo di potentati personali semi-indipendenti dalle logiche del partito nazionale, come in Campania e in Puglia. Non proprio le basi su cui impostare una politica di ampio respiro, necessaria a tutto il paese visto che l’idea sembra quella di restare al governo fino alla fine della legislatura.

Anche la vittoria di Di Maio è scintillante solo se ci ferma a guardare le dinamiche interne al cortile pentastellato. Nonostante Di Maio abbia in mente il piano, nemmeno troppo velato, di tornare ad essere la principale autorità politica del Movimento — ammesso che abbia mai abbandonato del tutto questo ruolo, almeno a livello ufficioso — non c’è troppo da cantare vittoria sul lungo termine. Tutti i candidati cinquestelle alle urne hanno ottenuto un risultato desolante: solo in Puglia, con Laricchia, sono riusciti a superare il 10%. Il Movimento non si è dimostrato rilevante nel dare un contributo in Liguria, l’unica regione in cui Pd e M5S hanno corso ufficialmente insieme, e anche nelle altre regioni è parso una forza marginale rispetto alla destra e al centrosinistra, che si confermano i due poli attorno a cui ruota la politica del paese. Uno dei futuri possibili per il M5S — fare da grande partito al di sopra degli schieramenti, scegliendo poi questo o quel partner di governo in base al momento — è sostanzialmente chiuso: continuando così, il Movimento sembra destinato a diventare un partito di dimensioni molto contenute che deve decidere a quale coalizione aggrapparsi per cercare di andare il meno peggio possibile. 

È certamente sconfitto Matteo Renzi, che esce da questa tornata elettorale con il proprio partito completamente dimenticato dagli elettori: Italia Viva è andata malissimo ovunque, non riuscendo in Puglia a far perdere Emiliano — obiettivo nemmeno troppo non dichiarato dell’occasione — con il proprio candidato Ivan Scalfarotto, e in Veneto prendendo la percentuale ridicola dello 0,6%: meno addirittura del partito No-vax — che, sì, esiste, a differenza di Italia Viva. 

La sconfitta di Matteo Salvini

Come già per l’Emilia-Romagna, il segretario leghista ha affidato una parte rilevante del proprio futuro politico a medio termine a una battaglia locale, rivelatasi poi quasi persa in partenza: forse è il caso ripensare alle sue effettive qualità di stratega e di fuoriclasse della politica, anche per i tanti, pure nel campo avverso, che gli riconoscevano queste virtù. Il segretario leghista è offuscato da Fratelli d’Italia, che sta progressivamente erodendo sempre più voti alla Lega, con un travaso quasi esatto da un partito all’altro — anche se non si può dire che FdI abbia trionfato: la vittoria nelle Marche era certa, e la vera scommessa politica era strappare la Puglia a Emiliano con un candidato scelto da Meloni — una scommessa persa in maniera piuttosto clamorosa, segno che i tempi non sono maturi per un cambio di gerarchie a destra.

Ma Salvini esce sconfitto soprattutto dal risultato veneto, che pure ha confermato la destra con uno schiacciante 76,7%: la lista personale di Luca Zaia ha infatti ottenuto addirittura il triplo dei voti della Lega, mettendo in discussione il modello di leadership di Salvini negli anni futuri. Salvini non sembra aver preso benissimo la sconfitta, non addentrandosi in analisi particolarmente costruttive e limitandosi a chiedere improbabili elezioni e a far notare che “da domani il centrodestra e la Lega governeranno 15 regioni su 20” — bravi, ma anche ieri ne governavano 14 — e l’unica regione “girata” è stata conquistata da un candidato non suo. Zaia ha commentato serafico ma sferzante, dicendo di non essere in contrapposizione con il suo segretario ma dichiarandosi di vincere perché “io governo, non vado in giro a fare comizi.”

I veri vincitori? Le regioni stesse

Forse gli unici veri vincitori sono i governatori vincenti e, a essere più precisi, le regioni, o l’idea di regione, che si sta imponendo sempre di più come snodo centrale della vita politica del paese. I cittadini sembrano sentire una connessione più profonda con la politica regionale rispetto a quella nazionale: lo stato è visto come distante, lento, inefficiente, mentre la regione è vicina ai bisogni quotidiani, più omogenea dal punto di vista sociale, è territorio come amano spesso dire i politici locali. Anche la vittoria del sì al referendum è correlata a questa tendenza alla disgregazione politica, ed entrambi i fattori conducono allo stesso esito: la personalizzazione della politica. I dati delle elezioni venete e campane fanno impressione, confermando che gli esponenti locali possono arrivare a godere di consensi non immaginabili, al momento, per i politici nazionali. 

I risultati dei due “governatorissimi” certificano anche, infatti, come la politica italiana sia sempre più instradata verso una personalizzazione radicale. Questa personalizzazione, già evidente negli ultimi decenni in tutto il paese, a livello locale sta assumendo contorni sfrenati. Il quadro politico italiano sembra destinato a diventare un mosaico di potentati di signorotti locali. L’unica regione passata di mano sono le Marche, ed è anche una delle uniche due, insieme alla Toscana, in cui non si ripresentava il governatore uscente. È notevole ad esempio la riconferma di De Luca, che si conferma l’uomo forte della politica campana come Zaia di quella veneta, e che probabilmente ora punterà almeno ad eleggere un proprio uomo nel comune di Napoli. De Luca sta provando a presentarsi come governatore di tutti, sostenendo ad esempio che il suo voto “non può essere letto in termini di destra e sinistra.” De Luca non sembra ambire a rappresentare la sinistra o la destra nella propria regione, ma a diventare rappresentante unico della Campania, incarnando la regione stessa davanti al potere nazionale e ponendosi come contrasto e alternativa rispetto a questo. 

Sullo sfondo ci sono le spinte autonomiste degli ultimi anni e la dimostrazione di forza da parte delle autorità regionali durante la crisi pandemica, quando le ordinanze dei governatori hanno spesso preceduto per tempo e per peso politico quelle del governo di Roma. Oltre alla riforma costituzionale approvata ieri, insomma, si può dire che c’è una riforma altrettanto profonda della politica italiana, che si sta trasformando in un paese di regioni. La nostra Costituzione, però, non è stata pensata in senso federalista, nonostante i vari ritocchi, e questo sta creando — come abbiamo visto — squilibri e situazioni di scontro istituzionale. Non è un caso che Zaia, commentando serafico il suo ricco risultato, ha fatto notare che il suo primo obiettivo è l’autonomia del Veneto.

— Continua a leggere: Ma cosa hanno fatto le regioni per meritarsi l’autonomia?

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