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Un’altra morte all’interno del Cpr di Gradisca d’Isonzo

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in copertina, foto via Twitter

Si tratta di un cittadino albanese di 28 anni, di cui ancora non si conosce né il nome né la causa della morte. Dall’inizio dell’anno è già la seconda persona a perdere la vita nel centro di detenzione friulano

Sei mesi dopo la morte del cittadino georgiano Vakhtang Enukidze, un’altra persona è morta all’interno del Cpr di Gradisca d’Isonzo. Si tratta di un cittadino albanese di 28 anni, che condivideva la stanza con un uomo marocchino, trovato “gravemente ferito” e trasportato d’urgenza in ospedale (ora è fuori pericolo di vita). I giornali non specificano la natura di queste ferite, ma sembra essere esclusa l’ipotesi di una colluttazione tra i due. Dopo la scoperta del cadavere, gli altri reclusi all’interno del Cpr hanno protestatoincendiando alcuni materassi. Secondo gli attivisti No Cpr del Friuli-Venezia Giulia, nella zona blu — dove si trovava la vittima — sono stati sequestrati tutti i cellulari — una pratica tristemente abituale all’interno di questi centri, per impedire ai reclusi di comunicare con l’esterno. In serata si è svolto un presidio davanti alla struttura, per chiederne la chiusura.

Come nel caso di Enukidze a gennaio, anche per la morte del 28enne albanese — di cui ancora non si conosce il nome — è assordante il silenzio da parte del governo, che tratta i Cpr come se non esistessero. Inclusa la ministra dell’Interno Lamorgese, da cui queste strutture dipendono direttamente. Anzi, durante la visita a Trieste due giorni fa, quando ha incontrato in videoconferenza i propri omologhi di Germania, Francia, Spagna, Malta e dei paesi del Nord-Africa escluso l’Egitto, la ministra ha detto che la rotta balcanica non presenta nessuna emergenza a parte il Covid, e che “la cooperazione con la Slovenia è buona.” Tanto per inquadrare la situazione, nelle scorse settimane sono emerse numerose testimonianze sui respingimenti illegali e gli abusi di polizia subiti dai migranti che cercano di superare il confine tra Bosnia e Croazia per entrare in Europa.

I Cpr sono centri di detenzione amministrativa di cui bisogna chiedere la chiusura in ogni situazione, ma durante la pandemia la loro esistenza è stata ancora più paradossale, dato il blocco dei respingimenti. Per questo, il numero delle persone recluse all’interno dei centri è stato gradualmente ridotto, ma a fine maggio risultavano ancora 178 detenuti. Il centro di Gradisca, vicino alla capienza massima, trattiene circa 80 persone.

Le modifiche ai decreti sicurezza

Il tempo massimo di detenzione all’interno dei Cpr — attualmente 180 giorni — dovrebbe essere dimezzato dalle modifiche ai decreti sicurezza, di cui sta circolando una bozza dopo l’ennesimo vertice di maggioranza. Tra le forze che sostengono il governo ci sarebbe un sostanziale accordo, che prevede anche la riduzione delle famigerate multe alle Ong, ma senza riformare l’impianto “punitivo” nei confronti del soccorso in mare. In ogni caso, se ne parlerà concretamente a settembre.

Secondo Lamorgese “siamo a buon punto,” secondo il viceministro dell’Interno Matteo Mauri ormai mancano “solo i particolari,” ma è chiaro che il testo finale non accontenti nessuno. Il tema dei decreti sicurezza è rimasto in un cassetto del governo “della discontinuità” per quasi un anno, e, anche se si dovesse arrivare al “via libero” politico alla prossima riunione, la cosa piú probabile è che arrivi alle Camere dopo la pausa estiva.

Nel frattempo, nel Mediterraneo centrale

Ieri Sea Watch ha diffuso una foto aerea in cui si vede un’imbarcazione con 54 persone a bordo — la cui presenza al largo della Libia era stata denunciata già lunedì — e, a poca distanza, una motovedetta della Guardia costiera italiana e una nave mercantile. Quattro ore dopo, la motovedetta se n’era andata e le 54 persone erano ancora a bordo della barca. Dopo una giornata alla deriva, sono stati finalmente soccorsi dalla Guardia di finanza.

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