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Durante il lockdown le vittime di tratta nigeriane sono state ridotte alla fame

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La combinazione di sfruttamento e mancanza di lavoro è stata drammatica per molte vittime di tratta in Italia, abbandonate dai propri sfruttatori senza cibo e assistenza

All’inizio della pandemia, il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, aveva dato scandalo con una dichiarazione in cui si diceva a favore di erogare i bonus per i lavoratori — che non erano ancora stati decisi, ma su cui si stava discutendo — anche a chi si trovava a lavorare in nero. Un’ipotesi che è stata accolta molto male da quasi tutto l’arco politico italiano — e che infatti non è stata realizzata. Una larga parte di quella che è a tutti gli effetti una parte produttiva del paese è rimasta così senza tutele in un momento delicatissimo.

Una categoria particolare di lavoratori in nero sono le lavoratrici del sesso — sex worker, per usare il termine inglese. Secondo dati del 2017, si stima che in Italia ci siano tra le 75 e le 125 mila prostitute. Il 55% di loro sono straniere, di cui la maggior parte sono di nazionalità nigeriana. Tutte le persone che lavorano in questo campo, in Italia, fanno parte di una categoria sociale critica e spesso sono vittime di abusi anche gravissimi — ma la situazione per le lavoratrici nigeriane è particolarmente critica.

Queste donne sono state lasciate dai loro aguzzini completamente allo sbaraglio e senza alcuna forma di assistenza. Non potendo lavorare per mantenersi, durante tutto il lockdown le lavoratrici nigeriane sono arrivate a soffrire la fame. Negli ultimi giorni la notizia è stata affrontata anche in un servizio de le Iene, ma l’inchiesta è partita dal Regno Unito.

Lorenzo Tondo è un giornalista del Guardian, che si è occupato spesso di diritti degli stranieri in Italia. Avevamo discusso con lui il “caso Mered,” in cui un uomo eritreo, Medhanie Tesfamariam Berhe, era stato trattenuto insensatamente in carcere per 3 anni in seguito a un chiaro scambio di persona. Venerdì, Tondo ha pubblicato per la testata britannica un articolo sulle terribili conseguenze che il lockdown ha avuto sulla comunità delle sex worker nigeriane, portando alla luce la vicenda. Lo abbiamo raggiunto al telefono per approfondire la vicenda, e sentirla dalla sua voce.

“Abbiamo iniziato a chiederci in redazione cosa stesse accadendo a queste persone già durante la pandemia, anche se il momento ci rendeva molto difficile raggiungerle. C’è stata un situazione estremamente drammatica, che ha evidenziato diversi aspetti dello sfruttamento. Sappiamo tutti che queste donne sono sottoposte a dei rituali in Nigeria che hanno un grande effetto psicologico su di loro, che hanno un debito da estinguere: sono tenute sotto controllo. Si dice che dietro ci possano essere confraternite, qualcuno la chiama mafia nigeriana — quello che è certo è che c’è un controllo molto rigido su queste donne, costantemente minacciate.”

Anche il settore dello sfruttamento della prostituzione, che secondo gli ultimi dati disponibili è arrivato a valere 4 miliardi di euro annui, ha dovuto subire uno stop forzato. “Ovviamente queste donne non hanno lavorato — anche se comunicando con le associazioni antitratta qualche donna dice di aver lavorato. Dunque non hanno avuto né denaro per poter sopravvivere, per mangiare loro e i loro figli — a Palermo, per esempio, la maggior parte delle donne vive con i bambini piccoli — e in alcuni casi sono anche state buttate fuori dai proprietari.” 

Come in molti altri casi di persone ai margini della società, o semplicemente un po’ più svantaggiate, l’unica ancora di salvezza si è rivelata essere l’iniziativa di cittadini volontari. “Queste ragazze sono sopravvissute grazie all’associazionismo: Dedalus in Campania, o Caritas a Palermo. Dedalus ha fatto addirittura un crowdfunding per le vittime di tratta. Mi ha colpito il fatto che la storia fosse anche la stessa dal Piemonte alla Sicilia alla Calabria — di donne lasciate praticamente morire di fame.”

Secondo Tondo, “C’è un aspetto molto importante emerso da questa vicenda. Le donne nigeriane erano generalmente controllate dalle cosiddette maman, ex prostitute spesso che vivevano in casa con loro in gruppi di 4-5 ragazze che gestisce le attività sessuali e i loro guadagni, oltre a fare cassa comune. Cosa succede, però: queste maman, da quasi un anno — secondo un’inchiesta dell’Interpol ma anche dalle testimonianze delle associazioni antitratta — non vivono più insieme a chi si prostituisce. Sono partite, sono andate in Germania, Francia, addirittura in Canada.”

Ora, riporta il giornalista del Guardian, “Il controllo su queste donne avviene in maniera più distaccata. Se non lavorano e non mettono soldi su PostePay prepagata vengono picchiate, però non c’è più quel controllo 24/24.” Questo, se è stato indubbiamente positivo in tempi precedenti alla pandemia, si è rivelato molto pericoloso con l’arrivo del Covid: “Hanno avuto un pizzico di libertà in più, ma dall’altro lato è successo che durante la pandemia l’assenza della maman e di una situazione di comunità con connazionali è diventata catastrofica.”

Tondo ci svela un altro aspetto importante della situazione, “che non siamo riusciti a mettere nel pezzo. È il fatto che molte associazioni come Dedalus, che fanno controlli periodici sul numero di donne in strada, hanno notato che nella fase 3 si sono viste in strada prostitute di ogni nazionalità, ma le donne nigeriane in misura minore dappertutto. Hanno chiesto perché.”

La causa di questo fatto è risultata essere non solo una giusta paura del contagio, ma anche un diretto legame con la circolazione di notizie false e teorie razziste, che hanno inquinato il dibattito online sul coronavirus. “Le donne dicono di avere ancora molta paura del virus — la concezione di una pandemia nella cultura è un po’ diversa da quella europea; ma c’è anche il caso particolare di una donna che si è rifiutata di farsi aiutare perché aveva letto l’articolo che parlava del medico francese che aveva proposto di testare il vaccino sulle sex workers in Africa. E lei dunque non si fidava degli operatori sanitari in Italia, perché temeva che fosse un trucchetto per farla diventare una cavia, diciamo.”

In definitiva, le ragazze nigeriane vittime di tratta, più di tutti i lavoratori e di tutte le categorie a rischio “stanno ancora pagando le conseguenze psicologiche della pandemia. Ma se c’è una cosa che è venuta fuori prepotentemente è l’ipersfruttamento delle donne nigeriane anche rispetto a donne di altre nazionalità. Sono davvero trattate come degli oggetti, come dei bancomat.”

Anche Tondo conferma che “non è stato fatto nulla da parte delle istituzioni. Anche perché che per lo status illegale del modo in cui loro fanno la loro attività ovviamente non avevano nessun beneficio dal punto di vista economico assistenziale, o stato non si è assolutamente preoccupato di tutelare queste donne.”

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in copertina, foto di Polizia di Stato

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