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Il Senato ha rinnovato la missione militare in Libia: è una vergogna

Sono stati soltanto 14 i senatori che hanno votato contro la proroga delle missioni internazionali, tra cui figura anche la collaborazione con Tripoli

Sono stati soltanto 14 i senatori che hanno votato contro la proroga della missione bilaterale in Libia, nonostante le violazioni dei diritti umani ampiamente documentate negli ultimi anni

Con un voto bipartisan a maggioranza schiacciante, ieri il Senato ha approvato la proroga delle 41 missioni militari che impegnano più di 8000 soldati italiani in tutto il mondo. Tra i nodi contestati c’è il rifinanziamento della collaborazione tra Italia e Libia: alcuni senatori Pd, Leu ed ex M5S hanno chiesto di “scorporare” il voto tra le varie parti della risoluzione, per votare contro le specifiche misure relative alla collaborazione con la guardia costiera libica.

A salvare la faccia alla maggioranza e al governo ci ha pensato Italia Viva, che per stemperare i contenuti della collaborazione militare con Tripoli ha presentato un ordine del giorno che impegna genericamente il governo ad “accelerare” la riscrittura del memorandum italo-libico, istituire corridoi umanitari e “addestrare la guardia costiera libica al rispetto dei trattati internazionali.” Alla fine, il testo è passato con soli 14 voti contrari e 2 astenuti. Il testo ora dovrà passare alla Camera — dove però non c’è nessun rischio per la maggioranza.

Durante la seduta, i senatori De Falco (ex M5S, ora gruppo misto) e Verducci (Pd) hanno criticato apertamente la missione in Libia, dicendo che “l’Italia delega il lavoro sporco dei respingimenti finanziando la Guardia costiera libica, un conglomerato di milizie che gestisce il flusso di migranti ed è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. Contrari anche i senatori di Leu e Emma Bonino. La posizione del Pd — che ha votato compattamente a favore, eccezion fatta per i senatori D’Arienzo, Valente e Verducci — è riassumibile invece nell’argomento paradossale presentato dall’ex ministra della Difesa Roberta Pinotti, secondo cui in mancanza dei fondi e della presenza militare italiana “la situazione in Libia peggiorerebbe.”

Fino a ieri nella maggioranza c’era stata qualche fibrillazione, perché si temeva che le destre avrebbero potuto votare contro il rinnovo delle missioni per mandare sotto il governo: al Senato la maggioranza che sostiene il governo giallo-rosso è molto risicata, e i pochi “dissidenti” del Pd e di Leu sarebbero bastati ad affossarla. Tanto che il capogruppo Andrea Marcucci aveva avvertito che “chi vota no si assume la responsabilità di far cadere il governo.” Alla fine non è successo niente di tutto questo, e il Pd si è dimostrato pienamente a proprio agio nel votare insieme a Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.

“Oggi al Senato il mio partito, anche con i voti di Salvini e compagni, ha deciso di rifinanziare la guardia costiera libica. Avevamo solennemente stabilito in assemblea di fare il contrario. Avevamo deciso all’unanimità di non sostenere più chi ha torturato, stuprato, ucciso. Poi, senza alcuna discussione e decisione che superasse quel voto, esattamente come sullo stop alla vendita delle armi all’Egitto, oggi abbiamo cambiato linea,” ha scritto in un duro post su Facebook il deputato Matteo Orfini, da sempre tra i più critici all’interno del Pd per le politiche migratorie del governo.

La missione bilaterale MIBIL

Qual è la consistenza dell’impegno italiano in Libia? Per capirlo, bisogna andare a rileggere la scheda 21 della deliberazione del Consiglio dei ministri del 21 maggio 2020, che non si trova nel documento completo depositato al Senato ma viene esaminata e sintetizzata in un dossier dello scorso 10 giugno:

L’obiettivo dichiarato è quello di assistere il Governo di Accordo Nazionale, presieduto da al-Serraj, atraverso lo svolgimento di una serie di compiti che vanno dall’assistenza sanitaria all’attività di capacity building, ma la cui voce principale, e di maggior interesse per l’Italia, è “l’assistenza nel controllo dell’immigrazione illegale.” In altre parole: il governo italiano fornisce denaro, mezzi e addestramento alla guardia costiera libica, per intercettare in mare i migranti che cercano di raggiungere l’Europa e riportarli nei centri di detenzione in Libia.

La Libia non ha mai ratificato la Convenzione sullo status dei rifugiati e negli ultimi tre anni sono emerse innumerevoli testimonianze di ciò che avviene nei centri di detenzione gestiti dal governo di Tripoli — o da milizie para-governative: torture, stupri, sparizioni forzate, estorsioni, reclutamento forzato nella guerra civile. Secondo un report dell’organizzazione no-profit Medici per i Diritti Umani, pubblicato a marzo, l’85% dei migranti che arrivano in Italia dalla Libia ha subito torture. Nel 2019, un ufficiale dell’Onu parlò chiaramente di “orrori inimmaginabili.” Ciononostante, i finanziamenti italiani alla guardia costiera di Tripoli continuano ad aumentare.

C’è poi il “piccolo dettaglio” della guerra civile ancora in corso. Spesso gli  scontri coinvolgono direttamente i centri di detenzione e le persone che vi si trovano recluse, ome il 2 luglio 2019 a Tajoura, quando almeno 53 migranti morirono nel bombardamento di un centro di detenzione. A un anno di distanza, molti di loro non sono stati nemmeno ancora identificati.

La situazione è uguale a se stessa dal 2017: all’inizio dell’anno il governo ha prorogato senza modifiche il “memorandum” che regola la collaborazione con le autorità di Tripoli, rinnovando promesse di modifiche — l’ultima volta a fine giugno, in occasione della visita di Di Maio in Libia — che però non si sono mai concretizzate. L’ordine del giorno presentato da Italia Viva è un nuovo tassello che si aggiunge a questa lista già lunga di buoni propositi, che difficilmente produrranno effetti concreti. Nel frattempo, migliaia di persone continuano ad essere intercettate in mare e riportate nei lager.

In più, i fondi italiani sono gestiti con poca trasparenza e spesso finiscono alle autorità locali colluse con milizie e trafficanti. Ne ha parlato Nello Scavo nella sua ultima inchiesta pubblicata su Avvenire: si parla di milioni di euro destinati a potenziare il sistema scolastico, migliorare la raccolta dei rifiuti, facilitare la distribuzione dell’acqua potabile, migliorare la condizione di ospedali, ma che non si sa bene dove siano finiti.

Lo sbarco dei naufraghi della Talia

Nella notte, intanto, il governo maltese ha finalmente autorizzato lo sbarco dei 50 migranti ancora rimasti a bordo del mercantile Talia. La situazione sulla nave — un mercantile solitamente adibito al trasporto del bestiame — si era fatta insostenibile e il capitano stava valutando la possibilità di dichiarare lo stato d’emergenza per forzare l’ingresso in porto.

I 180 migranti sbarcati dalla nave Ocean Viking sono risultati tutti negativi al tampone, ma per qualche ragione sono stati trasferiti sulla Moby Zazà, dove trascorreranno comunque 14 giorni di quarantena. Non solo: con un’ordinanza di legittimità incerta è stata imposta una quarantena anche all’equipaggio della nave umanitaria, che dovrà rimanere per 14 giorni ancorata in rada davanti a Porto Empedocle. Il provvedimento ha poco senso, dato che l’equipaggio si è sottoposto al tampone prima di partire, non è entrato in contatto con individui positivi, e soprattutto non aveva nessuna intenzione di fermarsi in porto: come al solito, le autorità italiane ostacolano apertamente le attività di ricerca e soccorso. Oltre a Ocean Viking, anche la Mare Jonio e la Sea Watch 3 si trovano bloccate per quarantena al largo dei porti italiani.


In copertina: lo staff dell’IOM assiste alcuni migranti sbarcati a Tripoli lo scorso 2 luglio, via Twitter

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