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Perché lamentarsi della “cancel culture” è stupido

Chi si lamenta della “cancel culture” e afferma di voler difendere la libertà di parola lo fa, puntualmente, da una posizione di privilegio

Chi si lamenta della “cancel culture” e afferma di voler difendere la libertà di parola lo fa, puntualmente, da una posizione di privilegio

“Cancel culture” è un termine ombrello diffuso nei paesi anglosassoni, ma sempre più presente anche nel dibattito in Italia, che indica una forma di “boicottaggio” di individui o aziende, che hanno condiviso o espresso un’opinione controversa, o non condivisibile. Si tratta, in larga parte, di meccanismi con cui “internet,” come massa informe, agisce per “punire” le celebrità che si espongono con dichiarazioni razziste, omofobe, transfobiche — o comunque d’odio.

È un’espressione simile alla nostrana “dittatura del politicamente corretto,” ma in realtà ha un’origine diversa, su cui vale la pena soffermarsi. L’idea di cancellare, infatti, è nata come forma di online shaming popolare: diffusa ai margini del discorso pubblico già nei primi anni 2010, è entrata a far parte della dialettica mainstream agli albori del movimento #MeToo nel 2017, principalmente attraverso lo sforzo di alcune attiviste online afroamericane. Tra i nomi più noti ad aver subito “cancellazioni” ricordiamo Bill Cosby, Roseanne Barr, Louis C.K. e molti altri. Si trattava, sostanzialmente, della ribellione di un pubblico che, per la prima volta, reagiva organizzato agli scandali dei “vip,” non più semplicemente consumando le informazioni attraverso tv e giornali in maniera passiva, ma partecipando alla discussione attraverso media interattivi, ovvero internet e i social network. 

Il discorso attorno al “politicamente corretto,” seppure in forme diverse, è confluito in un grande tema comune a tutti i paesi occidentali: la lotta per la “libertà di parola” da parte dei movimenti conservatori di destra. L’espressione “cancel culture” — ma anche “triggered,” un termine psicologico preso in prestito per canzonare la rabbia con cui le persone reagiscono al linguaggio d’odio — è pescata dallo stesso pozzo di retorica. Come capita spesso, queste etichette nascono in pieghe di internet dominate culturalmente dall’estrema destra, ma si diffondono rapidamente anche in ambienti centristi e “liberal,” dove anche idee pericolose e oppressive — una volta spogliate del canone che le rende riconoscibilmente di destra — finiscono per essere interiorizzate da settori più ampi di opinione pubblica.

Ieri su Harper’s Magazine è uscita una lettera firmata da centocinquanta autori, giornalisti e accademici di profilo alto o altissimo, che condannano “l’intolleranza dei punti di vista opposti, la spinta per le umiliazioni pubbliche e per le ostracizzazioni, e la tendenza a sciogliere complesse questioni politiche in certezze morali accecanti.” Nel testo la “cancel culture” non è menzionata nemmeno una volta, ma è chiaro di che cosa si parla. 

È chiaro anche perché tra i firmatari c’è un personaggio particolarmente in vista: la scrittrice fantasy J.K. Rowling, autrice di Harry Potter, tornata più volte sulle pagine della cronaca internazionale in queste settimane per le proprie posizioni transfobiche. La lettera è però firmata anche da insospettabili, o quasi, come Noam Chomsky, Olivia Nuzzi e Meera Nanda. Il testo si apre con una lista di concessioni: è giusto chiedere giustizia sociale; è giusto chiedere una riforma della polizia; Donald Trump rappresenta una “vera minaccia alla democrazia.” Ma queste concessioni lasciano rapidamente spazio a un discorso che si presenta esattamente in senso inverso: gli autori vogliono denunciare come anche negli spazi progressisti sempre più spesso ci siano reazioni “aggressive” alle proprie idee. 

Dopo quattro anni di presidenza Trump, e in particolare dopo l’assassinio di George Floyd, la tensione sociale negli Stati Uniti non potrebbe essere più alta — ma le ripercussioni del clima del paese si stanno facendo sentire in tutto il mondo. Nelle scorse settimane anche in Italia si è discusso molto, spesso a sproposito, dei meccanismi del “politicamente corretto” — come quando Via col vento è rimasto inaccessibile per qualche giorno su un servizio di streaming non disponibile in Italia — e perfino di “furia antirazzista” sulle pagine di un giornale progressista come la Repubblica, perché gli attivisti negli Stati Uniti stavano abbattendo le statue di criminali di guerra e responsabili di genocidi.

Parlare di censura, come fa tutta la destra mondiale — incluso  Matteo Salvini — è però inesatto. Chi si dichiara contro la cancel culture, come gli autori che hanno firmato la lettera pubblicata da Harper’s, non sta difendendo la libertà di parola in senso astratto: sta difendendo, da una posizione di privilegio, la facoltà di poter dire e fare quello che vuole senza nessuna conseguenza. 

Non è infatti un caso che a firmare la lettera ci siano, in larga parte, accademici, giornalisti, e in generale autori che non hanno nessuna difficoltà a trovare spazi e casse di risonanza in cui esprimere le proprie opinioni. 

È qui il paradosso dell’idea stessa che esista una “cancel culture” — inteso come una sorta di movimento “censorio” di massa — così come l’idea di una “dittatura del politicamente corretto” o del “pensiero unico”: sono timori espressi da chi si trova già in una posizione dominante, ma che ribalta la realtà dipingendosi come voce dissidente, inventando di fatto un nemico immaginario.

Se poi guardiamo a quali sono le opinioni di cui si difende astrattamente la libertà di riempire il discorso pubblico, si capisce bene qual è la posizione di fondo. A un certo punto della lettera, per esempio, gli autori parlano di “caporedattori licenziati per aver pubblicato pezzi controversi.” Il riferimento è a James Bennet, che si è dovuto dimettere dal proprio ruolo al New York Times per aver confermato la pubblicazione di un editoriale in cui un senatore chiedeva che “fossero mandate le truppe” per sedare le proteste degli attivisti Black Lives Matter con “una dimostrazione di forza schiacciante.”

Se vogliamo concedere eccezioni tra le conseguenze “ingiuste” criticate dagli autori della lettera, possiamo notare che la “cancel culture” non sempre va nella direzione di una maggiore inclusività e correttezza politica. È ormai provato che — perlomeno nell’ambito della cultura pop — se si hanno i numeri sufficienti, infatti, è possibile bullizzare le multinazionali per ottenere quello che si vuole. L’esempio più recente è la vittoria del movimento ipertossico che voleva la pubblicazione dello “Snyder Cut” del kolossal flop Justice Leagueche però dovrà essere realizzato, dato che in realtà quello che chiedevano non esisteva

Due anni fa questo meccanismo era stato sperimentato con successo dai troll di estrema destra che avevano cercato di forzare la cancellazione di popolari autori critici di Trump, di cui erano stati fatti riaffiorare vecchi tweet e battute compromettenti. In un caso, c’erano riusciti: Disney aveva licenziato James Gunn dal suo ruolo come regista di Guardians of the Galaxy Vol. 3. La multinazionale ha poi fatto tornare l’autore — otto mesi dopo — ma il risultato è che il film uscirà in ritardo di anni, probabilmente non prima del 2023. 

Anche per questo, è impossibile prendere sul serio la lettera pubblicata su Harper’s, nonostante il pedigree dei nomi che la firmano: è intellettualmente disonesto parlare delle “conseguenze” sulla libertà di parola senza ammettere che l’intero dibattito sulla libertà di espressione è stato monopolizzato dall’estrema destra e senza ammettere che gli spazi pubblici sono ancora in stragrande maggioranza omogenei, ovvero composti da uomini ricchi, bianchi, eterosessuali.

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