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Perché la regione Lombardia sta facendo sempre meno tamponi?

Per malafede o per disorganizzazione, la regione più colpita dal virus continua ad essere indietro nel monitoraggio. Ne abbiamo parlato con Vittorio Agnoletto e Samuele Astuti

in copertina, foto via Facebook

Per malafede o per disorganizzazione, la regione più colpita dal virus continua ad essere indietro nel monitoraggio. Ne abbiamo parlato con Vittorio Agnoletto e Samuele Astuti

Alla fine della fase 1 tutti si lanciavano a immaginare come sarebbe stata la fase 2. E tutti erano concordi su una cosa: per non rischiare di ricadere in una nuova fase acuta della pandemia sarebbe stato necessario un monitoraggio più attento e puntuale dei nuovi casi, evitando di farsi prendere di sorpresa come è successo alla fine di febbraio, a partire dal caso di Codogno. In altre parole, bisognava mettere in atto quella che è diventata famosa come “strategia delle tre T” — testare, tracciare, trattare — e che lo stesso governo preannunciava come uno dei “pilastri” della fase successiva a quella del lockdown.  

Questa strategia, però, sembra essersi inceppata già nella sua prima parte: quella dei test. Invece di fare più tamponi per individuare più efficacemente le persone infette, le regioni stanno diminuendo progressivamente il numero dei tamponi diagnostici effettuati. La diminuzione più netta si registra proprio nella regione più colpita dalla pandemia, la Lombardia, dove ancora oggi ogni giorno si registra circa la metà dei nuovi casi.

Nelle ultime due settimane, i tamponi settimanali in Lombardia sono diminuiti di circa 2500 unità. Perché? L’abbiamo chiesto a Vittorio Agnoletto, responsabile scientifico dell’osservatorio coronavirus attivato da Medicina Democratica e dalla trasmissione 37 e 2 di Radio Popolare, oltre che professore a contratto di globalizzazione e politiche della salute all’Università statale di Milano.

“Bisogna chiederlo alla Regione. Non ne ho assolutamente idea, ma posso fare delle ipotesi. Forse vuole fare meno tamponi perché più tamponi si fanno più emergono persone positive. Siccome adesso siamo nella fase in cui si riapre tutto, e il peggio è superato, eccetera, non si vuole fare emergere quella che è una situazione pesante.”

La fondazione Gimbe ha fatto notare come, dall’andamento dei tamponi nelle regioni più colpite — dunque in particolare la Lombardia — si possano ricavare tre certezze: 

  • il numero dei tamponi diagnostici, finalizzati all’identificazione di nuovi casi, è calato drasticamente alla vigilia delle due riaperture del paese del 4 maggio e del 3 giugno; 
  • dopo il crollo nella settimana 28 maggio-3 giugno, complice la doppia festività, nell’ultima settimana poco più della metà delle regioni ha aumentato il numero dei tamponi diagnostici rispetto alla precedente; 
  • le regioni con una circolazione del virus ancora sostenuta nell’ultima settimana hanno ulteriormente ridotto i tamponi diagnostici invece di potenziarli.

Il sospetto che questa riduzione dei tamponi sia deliberata è legittimo, anche perché finora non si può dire che la regione Lombardia sia stata né trasparente, né corretta, né efficace nella gestione dell’epidemia e nella trasmissione dei dati. Lo stesso presidente della fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, aveva accusato le autorità regionali di fare “magheggi” con i dati — e il fatto che i numeri di contagiati e morti siano molti di più rispetto a quelli ufficiali è oramai assodato, come ammesso a suo tempo anche dal commissario Borrelli.  

“Una ricerca condotta dal Centro Trasfusionale del Policlinico di Milano ha concluso ai primi di aprile che il virus era in Lombardia già a dicembre, e il 5-10% della popolazione dell’area metropolitana di Milano vi era entrata a contatto. Proviamo a trasferire queste cifre a livello lombardo e possiamo stimare anche 500 mila o più infettati a livello regionale,” spiega Agnoletto. “È evidente che tutto il sistema di monitoraggio regionale non c’è stato e non ha funzionato, infatti si è arrivati a identificare il primo caso a Codogno solo il 21 febbraio. Dove andavano a finire le segnalazioni dei medici di base? Realizzare ora meno tamponi potrebbe servire alla Regione anche per cercare di rendere meno evidenti gli errori del passato.”

Secondo Agnoletto, che la regione stia facendo volontariamente pochi tamponi per  trovare pochi casi è solo un’ipotesi. L’alternativa, però, non è molto più consolante. “L’altra ipotesi è che non abbiano ancora i reagenti per farli. Ma allora mi chiedo che cosa abbiano fatto in questi mesi. E poi come si spiegherebbe il calo di tamponi disponibili per le strutture pubbliche con il fatto che invece i tamponi dalle strutture sanitarie private vengono comunque fatti?”

foto via Facebook

La trasmissione di Agnoletto, 37 e 2, ha portato alla luce il caso dell’ambulatorio del San Raffaele-Resnati, che faceva tamponi facendoli pagare anche più di 300 euro. “Come mai il pubblico rinuncia a fare test e permette che il privato li faccia? È evidente che siamo di fronte ad un regalo enorme ai privati, perché questo regalo venga fatto non lo so. Molti pazienti che effettuano il tampone a pagamento tra l’altro si trovano in difficoltà a farselo riconoscere nelle strutture pubbliche.” E quindi ad uscire ufficialmente dalla quarantena.

Il calo del numero dei tamponi e la situazione generale di confusione ha creato infatti anche una sorta di limbo per molte persone che sono in attesa di un secondo tampone — o addirittura di un primo tampone — senza il quale non possono tornare a una vita normale: una sorta di “esodati” del tampone. “La situazione è abbastanza pesante,” commenta Agnoletto. 

“Ci sono persone che sono a casa in attesa di fare il secondo tampone: hanno fatto il primo e sono a casa in quarantena — ora stanno bene, ma devono sapere se sono ancora infettivi o no. Ci sono poi alcune persone che hanno fatto il tampone e ai quali non arriva il risultato anche da 15 giorni.” Non ricevere il risultato del tampone, oltre allo stress psicologico per sé e per i propri familiari, significa anche un danno economico, vista l’impossibilità di tornare al lavoro e in generale uscire di casa.

A questo proposito, esiste un’altra categoria di pazienti, per i quali la soluzione proposta dalla Regione assomiglia molto a spazzare la polvere sotto il tappeto. Sono tutti coloro che sono stati segnalati come potenzialmente ammalati dal proprio medico di base prima del 12 maggio, che “appartengono a quella fetta di persone alle quali la regione non faceva il tampone. Queste persone, secondo la Regione, possono in teoria rientrare tranquillamente al lavoro dopo 14 giorni di assenza di sintomatologia. Ma non va bene: il virus è stato trovato anche dopo un mese durante il quale non si era evidenziato alcun sintomo.”

Ciononostante, “l’ATS dice che possono tornare a lavorare; il medico del lavoro dice no, non esiste che tornino a lavorare perché rischiano di infettare i loro colleghi. A queste persone non si fa assolutamente il tampone e quindi sono in un limbo. Il medico curante a quel punto chiede che siano sottoposti almeno al test sierologico, ma con il rischio di rimanere in lista di attesa per settimane e settimane.”

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Per malafede o per incompetenza della regione, dunque, moltissime persone sono lasciate senza tamponi, mentre la sanità privata lombarda prospera. Com’è possibile che la politica dei tamponi in Lombardia — ma anche nelle altre regioni — sia così incerta, e in ultima analisi fallimentare? “Il punto fondamentale è che i tamponi e i test sierologici non sono stati inseriti nei LEA, i livelli essenziali di assistenza. Fondamentali per cercare di contenere attraverso la diagnosi l’epidemia.” Perché? “Questo bisogna chiederlo alla regione e allo stato.”

Per Agnoletto, il commissariamento “è l’unica possibilità che c’è. Siamo in una situazione drammatica, sono stati fatti molti errori e purtroppo il presente non smentisce gli errori del passato, ma li conferma. Bisogna che qualcuno prenda in mano la sanità lombarda che conosca come si contrastano le malattie infettive, o come si gestisca la sanità locale.” 

L’arrivo dell’app Immuni anche in Lombardia tra circa una settimana rischia di aprire un’altra questione. “Quando riceveranno il messaggio che segnala loro di essere stati vicino a un infetto, quanti cittadini lombardi — sapendo che rischiano di stare a casa settimane o mesi nell’attesa del tampone — faranno partire la segnalazione all’ATS su base volontaria? Col rischio di passare l’estate a casa?”

Secondo Samuele Astuti, membro del consiglio regionale lombardo per il Pd, che nelle ultime settimane si è occupato da vicino della situazione tamponi in Lombardia, il motivo principale per cui i tamponi stanno diminuendo sarebbe da ricondurre alla disorganizzazione della regione. “Quando si facevano 5500 tamponi al giorno a inizio pandemia, ci era stato detto dall’assessore Gallera che eravamo arrivati al numero massimo di tamponi che potevano essere fatti. In realtà ora siamo a poco meno di 8500 tamponi, anche se il numero anziché aumentare continua a diminuire — questa cosa è molto rischiosa e assolutamente inaccettabile.”

Rispetto ad Agnoletto, Astuti è meno incline a indicare la possibilità che la regione voglia trovare il minor numero di casi possibile. Il consigliere segue dall’inizio della pandemia l’andamento dei contagi, e sul suo sito è possibile trovare un gran numero di dati e grafici. Secondo i dati elaborati disponibili sul suo sito, nella settimana che sta per concludersi oggi sono stati comunicati circa 68 mila tamponi, il valore più basso delle ultime sette settimane. Inoltre, confrontando questa settimana con la precedente, e nonostante il calo dei tamponi — 68 contro 90 mila — il numero dei casi positivi è aumentato: 1.406 contro 1.373. La percentuale di tamponi positivi rispetto ai tamponi efficaci (positivi + negativi) è risalita sopra il 5%, e anche tra i nuovi malati, la percentuale dei positivi è tornata a salire sopra il 3%.

Come siamo arrivati a questo punto? “Le misure prese non hanno in nessun modo portato a far sì che la regione avocasse a sé tutta la capacità produttiva necessaria, e non si è affrontato abbastanza bene il tema dei reagenti.” Astuti fa anche notare che sono successe “cose incredibili.” Ad esempio? “Si è impiegato più di 2 mesi per attivare i laboratori universitari, che avevano dichiarato di essere subito disponibili.”

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Su questa scelta ha influito l’impostazione della sanità lombarda, tradizionalmente amica dei privati e poco degli utenti? “In parte sì. In Lombardia tutta l’attenzione è stata posta sulle terapie intensive, mentre non c’è stata nessuna azione per potenziare la capacità di fare i tamponi. E questo è il frutto dell’impostazione della sanità lombarda, che ha in mente soprattutto gli ospedali e non la sanità territoriale. E noi abbiamo delle leggi regionali dal 1998 a oggi che sono sempre andate in questa via. Noi è due anni ad esempio che combattiamo perché vengano fatte le case della salute, che sono previste ma non sono mai state attuate dalla regione.”

Nella giornata di giovedì è emerso anche il “caso” della sparizione della classificazione dei dati su base provinciale sollevato dal sindaco di Bergamo, Giorgio Gori. 

Regione Lombardia ha smentito, e Gori ha smentito la smentita. Siamo di fronte,  nel peggiore dei casi, a una volontà di insabbiamento, e nel migliore a una manifesta incompetenza nella gestione dei dati — una tesi sostenuta anche da Astuti. “Esempio: qualche giorno fa sono stati comunicati zero morti, ma dopo nonostante la regione festeggiasse siamo venuti a sapere che le ATS li avevano comunicati a regione Lombardia, ma la regione per un errore non li ha comunicati. Che a tre mesi dall’epidemia arrivino dati sbagliati è inaccettabile, sono il nostro strumento principale per capirne l’andamento.”

Facciamo notare al consigliere che, nonostante la puntuale attività di classificazione e di archivistica, in Lombardia l’opposizione si è sentita poco, non riuscendo ad inserirsi nel dibattito e a proporre in modo efficace soluzioni alternative. “Per il primo mese abbiamo continuato a inviare lettere, a telefonare alla giunta dando dei consigli, segnalando situazioni, dando soluzioni. Dopo un mese in cui non abbiamo ricevuto nessun tipo di risposta abbiamo iniziato a fare le nostre proposte sui giornali. In una fase iniziale le nostre erano solo proposte, la giunta non ci ha mai ascoltato, e in una fase emergenziale i media erano giustamente più attenti a quello che diceva la giunta.”

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