Cosa vuol dire essere senzatetto a Milano durante la quarantena

“Le persone che vivono in strada sono già in condizioni di solitudine ed esclusione molto forti e questa situazione non fa che aggravare tutto,” ci ha spiegato Ulderico Maggi, responsabile della comunità di Sant’Egidio.

“Le persone che vivono in strada sono già in condizioni di solitudine ed esclusione molto forti e questa situazione non fa che aggravare tutto,” ci ha spiegato Ulderico Maggi, responsabile della comunità di Sant’Egidio.

Immaginate di vivere per strada, avere il telefono scarico e accedere a internet solo tramite le biblioteche pubbliche, che però sono improvvisamente chiuse. Le notizie circolano solo a voce, tramite il passaparola o i discorsi dei pochi passanti. Se pensate a quanto sia stato difficile per tutti capire l’entità di quello che sta succedendo, potete facilmente intuire il livello di disorientamento della popolazione senzatetto di Milano: di chi, insomma, non solo è isolato e in possesso di scarse informazioni, ma ha anche una priorità più importante del capire come passare il tempo durante l’epidemia o assistere ogni giorno alla conferenza stampa della Protezione civile — nutrirsi.

A Milano vivono quasi 3000 dei 51mila senzatetto stimati in Italia. Altri 3000 circa si trovano a Roma e altri 2000 a Napoli. Per quanto riguarda l’emergenza sanitaria, la gestione di questa fascia fragile è stata delegata completamente a regioni e comuni, che agiscono quindi in autonomia e a propria discrezione. E mentre da tutti i media — e addirittura dai megafoni per strada — ci sentiamo ripetere di stare rintanati nelle nostre case, che è bello, abbiamo Netflix e possiamo cucinarci le torte, le persone che una casa non ce l’hanno non possono nemmeno sedersi a riposare senza che le forze dell’ordine gli si avvicinino per farli sloggiare.

Già il 12 marzo è circolata la notizia paradossale del senzatetto ucraino multato a Milano perché non rispettava il decreto sul contenimento. Sembrerebbe l’ottusa iniziativa isolata di qualche zelante tutore dell’ordine, invece le denunce di questo tipo si sprecano, sia a Milano che altrove. Al 18 marzo la onlus Avvocato di strada ne aveva contate almeno 15, tra nord e centro Italia. A Milano la Comunità di Sant’Egidio ha provveduto a distribuire, oltre al cibo e alle mascherine, anche dei moduli di autocertificazione su cui indicare il proprio status di senza dimora. “Il comune di Milano si è mosso bene estendendo il piano freddo, tenendo i ricoveri aperti anche di giorno e allestendo nuovi spazi, come il Centro sportivo Saini, per evitare troppa concentrazione nei ricoveri più grossi,” spiega Ulderico Maggi, responsabile di Sant’Egidio a Milano.

Casa Jannacci in viale Ortles è il principale ricovero pubblico milanese e ospita circa 500 persone. Nel dormitorio i letti sono separati da un metro e mezzo di distanza e, da quando è iniziata l’emergenza, l’obiettivo del personale è quello di mantenere gli ospiti il più possibile all’interno della struttura. Tuttavia il 24 marzo sono stati riscontrati nella struttura 3 casi di Covid–19 e 7 persone sono attualmente in isolamento nell’infermeria. A oggi nuovi ingressi sono impensabili, in questo come negli altri 18 centri in città dedicati all’accoglienza per l’emergenza freddo, sia per ragioni di spazio che di precauzione sanitaria. La popolazione senza dimora è precaria e mobile per definizione. Al di là di chi ha avuto accesso ai ricoveri prima dell’emergenza, la situazione più incerta è quella delle persone che vivono abitualmente per strada e che nei centri non ci vanno, o ci stazionano solo saltuariamente.

Per quanto riguarda l’alimentazione, le mense più grandi stanno continuando la distribuzione dei pasti in versione “al sacco” — più panini e meno pasti caldi — da consumarsi all’aperto, anche se non si sa bene dove. Un problema ancora più grande è l’igiene. I bagni pubblici sono scarsissimi e le realtà che venivano usate per sopperire questa mancanza sono chiuse: servizi come le docce comunali o la distribuzione di indumenti sono stati interrotti a causa dell’epidemia. Con l’impossibilità di “stare a casa” anche tutte le altre raccomandazioni diventano impossibili da seguire. “Mi lavo le mani il più possibile, ” mi spiega un ragazzo che chiede l’elemosina fuori da un supermercato: “ma per strada è difficile stare puliti.” Chi racimolava qualche soldo con un lavoro part-time più o meno ufficiale, come fare il rider o distribuire free press, ha dovuto smettere o adeguarsi a condizioni di lavoro ancora più difficili.

Il primo e il più grande campanello d’allarme per i senzatetto in tempo di pandemia è stata la sensazione di fame, che in parte è effettiva, ma soprattutto è una percezione di scarsità che, in chi sa cosa significa non avere da mangiare, accende un campanello d’allarme primordiale: oggi c’è meno cibo e domani potrebbe non essercene piú.

Prima qualche bar, panettiere o trattoria metteva da parte qualcosa per loro. Quei posti, però, hanno progressivamente chiuso: meno passanti significa meno elemosina e gli assalti ai supermercati significano poca merce invenduta da regalare alle banche alimentari. Anche le unità mobili di distribuzione del cibo passano con meno frequenza. Così, mentre italiani di ogni estrazione saccheggiavano i supermercati e prenotavano le consegne a domicilio fino a dopo Pasqua, le persone nullatenenti cercavano a loro volta di “fare scorta” rimpinzandosi il più possibile di ciò che gli veniva regalato.

È passato circa un mese dall’inizio della pandemia. La Federazione italiana organismi per le persone senza dimora in collaborazione con Croce Rossa ha anche diffuso un volantino in cui si spiegano i comportamenti da seguire e cosa fare in caso di malessere. Resta più critica la situazione di chi ha problemi psichiatrici molto gravi: è difficile capire cosa pensino di ciò che accade e si può solo ipotizzare un livello di disorientamento ancora più alto. Alle persone con sintomi influenzali e febbre si chiede di rivolgersi al proprio medico e di seguirne le indicazioni. Molti, inutile dirlo, un medico di base non ce l’hanno, non avendo una residenza. Altri l’hanno ottenuto grazie all’escamotage di una residenza anagrafica fittizia presso gli sportelli di Sant’Egidio o di altre realtà del terzo settore. Tuttavia è improbabile che vi si rivolgano. Per la natura dei loro disturbi abituali, emergenziali e legati alla vita in strada, i senzatetto in genere ricorrono al pronto soccorso, anche se in questi giorni gli è stato detto di evitare.

Se per ora i casi accertati di Covid–19 in questa fascia delicata della popolazione sembrano essere pochi e in via di guarigione, non è il caso di sottovalutare l’impatto potenziale del virus su corpi già indeboliti dalla scarsa igiene, da malattie mal curate, privazione del sonno, fame e dipendenze. La vita in strada ha un impatto devastante sulla salute sia fisica che psichica e l’emergenza in corso non fa che aggiungere carico. Una vita già enormemente difficoltosa, in cui cose banali come comunicare con una persona cara o provvedere alla propria igiene intima durante il ciclo mestruale rappresentano una sfida, si carica di ostacoli ulteriori e ripararsi dal freddo o caricare il cellulare diventa quasi impossibile nelle città in quarantena, con biblioteche e bar chiusi.

Ma l’aspetto più grave, secondo Maggi, è l’isolamento. “Per le persone che vivono in strada questa emergenza rappresenta una prova durissima. Vivono già delle forme di solitudine ed esclusione molto forti e questa situazione non fa che aggravare tutto: il senso di affaticamento, la sfiducia nel futuro… Chi poi soffre di qualche forma di disagio mentale o di dipendenza in questi giorni sta decisamente peggio. Per questo noi di Sant’Egidio cerchiamo di coniugare la dimensione di aiuto materiale all’attenzione per la persona. È importante che non si sentano abbandonati, che sentano di avere ancora un valore. A chi ha il telefono, telefoniamo un paio di volte al giorno, mentre chi non ce l’ha viene raggiunto per strada un paio di volte la settimana.”

Questa è la realtà milanese, ma quanto succede nel capoluogo lombardo per tutte le altre grandi città che in questo momento si trovano a gestire un lockdown senza precedenti. Il corpo di chi vive per strada è un corpo provato, indebolito da malattie accumulate negli anni, fame e dipendenze. Un corpo che avrebbe bisogno più che mai di vicinanza e contatto, e che per soddisfare queste esigenze è pronto a mettere le precauzioni sanitarie in secondo piano. Come le oltre 3500 persone che al momento dormono ammassate nelle strade e nella metropolitana di New York — dove la catastrofe rischia di essere ancora più grave.

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