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in copertina, foto via Twitter

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha lanciato un appello chiedendo di trovare alternative agli sbarchi in Libia, dove i migranti sono costretti in campi di concentramento. La deportazione e la detenzione arbitraria dei migranti in Libia avviene con il supporto del governo italiano, che però fa finta di niente.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha pubblicato un appello alla comunità internazionale in cui chiede di attivare programmi alternativi agli sbarchi in Libia. Il documento si apre esplicitamente, scrivendo di essere rivolto alla comunità internazionale — “compresa l’Unione Europea.” Le notizie che hanno fatto scattare l’appello sono gravissime: negli ultimi giorni 200 persone sono state riportate a Tripoli solo poco ore dopo un bombardamento nella capitale libica da parte delle forze del generale Haftar. Il bombardamento ha colpito proprio un porto della città, e secondo le dichiarazioni del governo di unità nazionale, i missili avrebbero mancato di poco un carico di GPL, che, se colpito, “avrebbe potuto causare un disastro umanitario e ambientale.” L’attacco al porto metterà comunque in difficoltà le infrastrutture della città, che non hanno sistemi di stoccaggio del carburante.

Federico Soda, capo missione per l’OIM in Libia, spiega nell’appello che “è il momento di mettere in atto azioni concrete per assicurarsi che le persone soccorse in mare siano fatte sbarcare in porti sicuri e che il sistema di detenzione arbitrario venga terminato.”

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La Libia, semplicemente, non è un porto sicuro: sono documentati innumerevoli casi di abusi, spesso perpetrati da miliziani che sono benvenuti in Italia. Il sistema di detenzione in cui sono costretti i migranti in Libia è composto da, per definizione dell’UNHCR, veri e propri campi di concentramento, ma resta nel completo silenzio sostanzialmente supportato da entrambe le parti del parlamento italiano. Sono ancora più di duemila i migranti imprigionati nelle carceri libiche. Nelle ultime settimane 600 sono stati trasferiti in una nuova struttura controllata direttamente dal ministero dell’Interno libico — e ora di loro non si ha più notizia.

L’appello è stato ripreso anche da Carola Rackete, la comandante della Sea Watch 3 trascinata nella fama dall’aggressione della propaganda di destra l’anno scorso. In un tweet, Rackete commenta secca, “sono necessari piano di ricollocamento, per risolvere il pasticcio di cui siete complici (finanziando la cosiddetta guardia costiera libica)”

Si tratta a tutti gli effetti di una crisi umanitaria per la quale le più grandi organizzazioni intergovernative lanciano da mesi allarmi e appelli chiedendo che si faccia qualcosa. Anche questa volta, però, il richiamo sembra essere caduto nel vuoto. Nelle ultime ore la politica italiana parla infatti d’altro. L’attività social del ministro degli Esteri Luigi di Maio è concentrata sul rimpatrio degli italiani che si trovano in Giappone a bordo della nave da crociera Diamond Princess, il premier Conte invece ieri era impegnato alla cerimonia di firma del protocollo d’intesa tra la Presidenza del Consiglio e la Banca Europea per gli investimenti. Anche il segretario del Pd Zingaretti non ha ancora commentato l’appello — non è detto che lo farà — e ha parlato su Twitter dell’attentato in Germania, di economia green e Green Deal europeo. A destra nelle ultime ore si è invece continuato ad alimentare la retorica anti-immigrati. Giorgia Meloni ha pubblicato su Facebook e  Twitter un intervento fatto al Tg4 in cui rivendica la necessità di un blocco navale, una soluzione non solo necessaria ma possibile: “il blocco navale si può fare.” Nessun componente del governo ha rilasciato dichiarazione in merito all’appello di OIM.

Ma i tentativi di attraversare il Mediterraneo continuano e hanno spesso esiti drammatici. Mentre scriviamo, fortunatamente, continuano le missioni umanitarie. Come quella della Sea Watch 3, che ieri ha soccorso 121 persone da un’imbarcazione in difficoltà. La Ocean Viking invece in questo momento ha a bordo 274 persone ed è in attesa di un porto sicuro.