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Dopo i Thegiornalisti anche Benji & Fede si sono sciolti. Continuando di questo passo in Italia non ci sarà più spazio per alcuna band, duo o trio. Ma è una cosa negativa?

Siete ancora scossi per lo scioglimento improvviso di Benji & Fede? No eh. In ogni caso non vi preoccupate, è normale, in Italia le band non sopravvivono quasi mai alle aspirazioni individuali dei loro componenti. 

Esercizio: adesso concentratevi e cercate di ricordare il nome del bassista delle Vibrazioni. 3, 2, 1… Non ci siete riusciti, vero? È praticamente impossibile, la statistica vi rema contro. C’è più gente che in buona fede giura di aver avvistato un Sasquatch di quella pronta a puntualizzare che nella storia delle Vibrazioni ci sono stati due bassisti: Emanuele Gardossi e Marco Castellani. Esiste poi un sottoinsieme ancora più ristretto al quale appartengono quelli che sarebbero anche in grado di associare un volto ai due nomi. Ma voi siete già impaludati a digitare periodi lunghissimi su un motore di ricerca tipo: “Non mi ricordo il nome della band o della canzone ma le parole erano qualcosa del genere…” Non è fattibile, non è il disturbo di attenzione, la colpa non è di nessuno. Il punto è che in Italia il frontman è il piatto principale mentre il gruppo sono le verdure lesse di contorno, dopo tre forchettate hanno già stufato. 

Così come siamo sempre più abituati a veder coincidere le sembianze di un partito con quelle del proprio leader — rieccoci con la politica, scusate —, allo stesso modo identifichiamo quasi sempre la nostra band preferita con il nome e il cognome del suo cantante. Indirettamente l’ha ammesso tempo fa anche Tommaso Paradiso individuando nella sua ascesa solitaria all’interno del gruppo il motivo principale dello scioglimento dei Thegiornalisti: 

“Marco Primavera disse molto chiaramente, ma anche pacificamente se vuoi: questa da anni non è più una band. È una band sul palco ma per tutto il resto non lo è… Sulla scrittura delle canzoni, sulla produzione, sull’andare in studio. E quindi mi ha fatto riflettere… E lui ha detto, se le cose devono stare così — che è anche giusto che stiano così perché alla fine ci hai portati anche qui — è meglio forse che ti chiami con il tuo nome e il tuo cognome. Io ho detto guarda, onestamente forse tu hai ragione e ho preso la palla al balzo.”

Il loro è uno degli ultimi casi in cui le aspirazioni di un membro hanno preso il sopravvento sugli altri componenti. In questo senso l’abbandono dei Lunapop da parte di Cesare Cremonini ha fatto storia. Erano in cinque ma per tutti, in realtà, sono sempre stati in due, Cremonini e Ballo — che infatti ha intuito il potenziale accodandosi al cantante dopo la rottura. All’elenco interminabile — da lacrimoni — di scissioni d’oro vanno aggiunte Paola e Chiara, Albano e Romina, i Litfiba, i Sottotono, dei casi da etichettare con la sigla separati in casa come Carl Brave x Franco126 o i Club Dogo, ma anche i Cosang (per rimanere nell’hip hop), gli immortali Pooh, gli Articolo 31, i Bluvertigo, gli 883. Tutti non si possono citare, veramente, sono troppi, perderemmo tempo a fare elenchi.

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In tutto il mondo le band si formano, resistono e poi, all’improvviso, si sciolgono. A volte senza un perché, come diceva Luca Carboni. E in alcuni casi sicuramente è così, succede e basta, perché in fondo nella vita le cose capitano per lo più per caso. Possono però c’entrare un mix di fattori personali. Le prospettive migliori di guadagno di quello che fa saltare i ponti, il suo sentirsi in qualche modo “migliore,” forse professionalmente arrivato. Ma può c’entrare anche la frustrazione nel sentirsi parte di un progetto considerato ormai superato. Anche fare pop — per chi lo fa — può condizionare in parte la scelta, essendo un genere più legato alla melodia che alla costruzione di un suono in cui ciascun strumento riveste un ruolo cruciale per la resa delle canzoni. Alcuni degli “scissionisti” magari si saranno chiesti: cosa me ne faccio di una band quando potrei funzionare benissimo anche da solo?

Poi c’è il contesto musicale. Lo streaming garantisce feedback puntuali e spietati, impone razionalità attraverso meccanismi di produzione rigidi e sempre più serrati. Le canzoni che funzionano sono quelle immediate, che ti arrivano dopo quindici secondi, con un pubblico attivo pronto a condividerle — altrimenti skip, ciao. I brani diventano un contenuto come un altro, combattono con lo scroll, devono spuntarla nel marasma delle classifiche, galleggiare fra le playlist del momento. Sembrare fancy ma senza menarsela troppo, perché il pubblico deve essere largo, i concetti devono capirsi al volo e le radio ti devono passare — sui social ci sono artisti che con la cover di “Viral 50” campano mesi interi.

Le canzoni fanno a gara tra di loro — essendo spesso molto simili e riconducibili ad altre cose già sentite — e con la nostra curiosità. Nel mucchio potremmo trovarci a concedere un ascolto distratto al titolo più stravagante, ironico, sarcastico. Tanto, che tu sia concentrato o no, lo stream è sempre lo stream. Uno vale uno — ma solo in questo caso. E d’altronde non c’è nemmeno più tempo per la profondità. Il rock è morto già da un pezzo, le hit per lo più replicano scientificamente schemi già rodati, si rimpiazzano in fretta con altre hit, tutte pop, e sono tante — vatti a ricordare qual era il pezzo che andava nella primavera di tre o quattro anni fa. Non c’è più tempo per studiare un suono diverso, fare la muffa in studio, sperimentare. Le classifiche dei brani più trasmessi nell’estate 2019 non mentono, ancora una volta i cantanti hanno dominato. 

Quindi che fine fanno le band?

Se sopravvivono, nella maggior parte dei casi corredano il frontman. Quelle che mantengono formalmente questa definizione possono essere descritte con l’espressione band = cantante + x, dove x corrisponde al numero di componenti del gruppo. Fate un altro piccolo esercizio, prendete una band qualsiasi e cercate di ricordarvi tutti i nomi dei musicisti. Probabilmente non ci riuscirete. Vale per i The Kolors, che hanno il volto di Stash; per i Negramaro, che tutti associano a Giuliano Sangiorgi; così come per i Tiromancino, i Negrita, i Modà — ma Kekko dice: “Io ho bisogno di loro. Sono una seconda famiglia.” 

Non spicca sempre il più talentuoso ma il più in vista, la voce, quello che alle conferenze stampa tiene il gelato e assorbe le domande dei giornalisti. Così può succedere che il più esposto realizzi improvvisamente la sua centralità nel progetto e nella vita del gruppo e decida di muoversi per conto suo. E a farne le spese è sempre il gregario, quello che nel video musicale vaga per l’inquadratura mentre il cantante limona. 

Le band sopravvivono nell’indie — Ex-Otago e Selton, Tre Allegri Ragazzi Morti, Zen Circus, Eugenio in via di gioia e tanti altri. Anche qui potremmo fare elenchi su elenchi — ma anche fra le major rimane qualcosa, vedi i Pinguini Tattici Nucleari, una realtà freschissima del panorama musicale italiano. Il resto sono per lo più dinosauri che si estinguono — autoctoni come i Pooh, o internazionali come i Toto — e forse non è un male che le band facciano sempre più fatica a reggere, ma solo un segno che i tempi stanno cambiando. In meglio.

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