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Sul nuovo coronavirus i ricercatori italiani non sono stati i primi né i più bravi

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I media stanno dipingendo la ricerca allo Spallanzani come un’impresa titanica senza eguali, ma il coronavirus era già stato isolato in vari paesi del mondo.

Isolare un virus è il primo passo verso la sua analisi e il suo studio. L’isolamento in laboratorio permette di analizzare tutti i geni che lo compongono e studiarne tutti i possibili punti deboli, per arrivare alla formulazione di un vaccino. La stessa procedura è toccata al temutissimo coronavirus, portando tutti gli scienziati del pianeta a muoversi per trovare al più presto una cura. Il suo isolamento è già avvenuto proprio a Wuhan, epicentro della sua diffusione, grazie ad un team del Wuhan Institute of Virology, guidato dal virologo Zheng-Li Shi partendo da una paziente 49enne che aveva iniziato a sviluppare i primi sintomi il 23 dicembre.

Leggendo i giornali del nostro paese, però, sembra emergere un’altra versione dei fatti: a sconfiggere il nuovo coronavirus, infatti, per il bene di tutto il mondo, ci ha pensato l’Italia ai primi di febbraio. Da ieri, infatti, tutti i mezzi d’informazione italici sono lanciati a magnificare i risultati della nostra ricerca, con quella retorica nazionalista passivo-aggressiva che vizia il modo di raccontare qualsiasi risultato raggiunto dal nostro paese in ambito tecnico-scientifico.

La base da cui questa notizia è partita è ormai cosa nota: un team di ricercatori dell’istituto Spallanzani di Roma, composto in larga misura da donne, ha isolato il virus: un fatto effettivamente degno di nota visto che, per affrontare meglio la malattia, è importante raccogliere il maggior numero possibile di dati. Qui però la narrazione ha cominciato a diventare profondamente distorta, innestandosi inoltre sulla psicosi razzista scatenata sul coronavirus dalla politica e dalla stampa stessa. È cresciuta alimentandosi di retorica stucchevole e ha cercato di mettere in evidenza come gli scienziati italiani siano riusciti in un’operazione epica nonostante mille avversità.

Secondo Libero, infatti, abbiamo dato nientemeno che “una lezione al mondo” — e l’abbiamo fatto, per giunta, con ricercatori del sud. 

Anche il Corriere della Sera non scherza, con un’apertura trionfale, una dichiarazione virgolettata rilasciata chissà da chi: “Ora l’Italia cerca la cura.”

Una parte larghissima della stampa mainstream si è insomma avviluppata su se stessa, pescando a piene mani nella retorica più vuota e inutilmente patriottica, tradendo visioni profondamente conservatrici. È il caso anche di Repubblica, incastrata in una glorificazione che, in qualche modo, è riuscita a svilire il ruolo delle ricercatrici coinvolte con una banalizzazione dal sapore maschilista — diventate, non si capisce per quale motivo “gli angeli del virus.”

 

In realtà l’isolamento italiano, oltre ad essere successivo a quello cinese, non è nemmeno il primo in Europa: qualche giorno fa, alla fine di gennaio, gli scienziati francesi dell’Institut Pasteur sono riusciti a isolare il coronavirus, iniziando anche già a studiarlo. I ricercatori italiani insomma, proprio come i colleghi stranieri, hanno semplicemente fatto il proprio mestiere: anziché articoli-piagnisteo, meriterebbero quindi di essere pagati adeguatamente. A questo proposito — per capire come si sia persa un’ occasione per parlare dei problemi della ricerca italiana — ha avuto grande risalto la condizione contrattuale di una delle ricercatrici coinvolte, Francesca Colavita, secondo il Corriere della sera “precaria, con un contratto in scadenza nel novembre 2021.” Sarebbe opportuno, anziché provare a magnificare le virtù del Made in Italy, chiedersi come sia possibile che una persona evidentemente così preparata, scelta per affrontare un lavoro di tale delicatezza, sia in una posizione lavorativa così difficoltosa. Ma no, evidentemente le priorità sono altre: la storia di Colavita è raccontata con molto pathos e paternalismo, ma senza farsi troppe domande.

Quella del primato nazionale, inoltre, non è nemmeno l’unica “realtà distorta” che sta circolando in queste ore. Infatti, si sta diffondendo anche la notizia secondo cui gli scienziati cinesi avrebbero tenuto per sé i dati degli studi sul coronavirus, rallentando così l’isolamento da parte degli scienziati europei. Tuttavia, la realtà è ben diversa: al contrario, è grazie alle ricerche degli scienziati cinesi, condivise in Europa e nel mondo, che si sono potuti compiere veri e propri passi in avanti nel trovare una cura. I vari allarmismi circolati nelle ultime settimane hanno favorito sempre di più una visione pervasiva e totalmente anti-cinese, dove le bufale, come quella del coronavirus creato in laboratorio, hanno cominciato a circolare senza freni.

Sul nuovo coronavirus la stampa italiana sta dando il peggio di sé in un contesto già molto pericoloso, con episodi di razzismo e squadrismo come quello di cui sono stati vittima i negozianti cinesi di Brescia e Como nel corso del fine settimana. Fingersi superiori al razzismo, mascherando la propria complicità e deridendo i razzisti come ignoranti, non serve se si vuole provare a normalizzare una vicenda del tutto fuori controllo, in larga misura perché non si è riusciti a offrire un servizio d’informazione di qualità. Del resto, è passata solo una settimana da quando una larga parte della stampa italiana ha fatto rimbalzare la teoria del complotto sulle origini artificiali del virus, diffusa originariamente dal famigerato tabloid di estrema destra Washington Times.

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