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Anche il 2019 è stato un anno di fallimenti europei sull’immigrazione

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I naufraghi soccorsi dalla Ocean Viking sbarcheranno a Taranto, ma il Mediterraneo è ancora privo di un sistema di ricerca e soccorso adeguato, mentre in Libia si aggrava la guerra civile e in Italia proseguono le politiche di repressione

Il Viminale ha assegnato Taranto come porto di sbarco per i 159 migranti soccorsi dalla nave Ocean Viking. Secondo il Ministero, l’Unione europea ha già attivato la procedura per la loro “redistribuzione,” in base agli accordi di Malta che, in base alle dichiarazioni della ministra Lamorgese, sono ufficialmente operativi a partire da inizio dicembre, anche se coinvolgono sempre lo stesso gruppo ristretto di paesi. In questo caso, avrebbero dato la propria disponibilità Francia, Germania e Portogallo.

La notizia dello sbarco imminente è stata accolta con un applauso e esclamazioni di gioia da parte dei naufraghi:

La nave, gestita dalle Ong SOS Méditerranée e Medici Senza Frontiere, aveva soccorso 162 naufraghi in due distinte operazioni di salvataggio al largo della Libia tra il 20 e il 21 dicembre. A bordo sono rimasti in 159 dopo che, nella notte di ieri, una donna è stata evacuata d’urgenza per ragioni mediche insieme al figlio di un anno e mezzo e alla sorella. Sempre ieri, a causa delle cattive condizioni meteorologiche, è fallito il tentativo di trasbordo di 50 naufraghi a bordo di un pattugliatore maltese. Si trattava delle 50 persone salvate nella seconda delle due operazioni, avvenuta in area SAR di competenza maltese.

Nonostante il tempismo relativamente rapido nell’assegnazione di un porto sicuro da parte delle autorità italiane — specialmente rispetto a quando al Viminale sedeva Matteo Salvini, ma anche rispetto alle prime settimane di insediamento del nuovo governo (ricordiamo che a ottobre la stessa Ocean Viking è rimasta in mezzo al mare per più di 10 giorni con più di 100 persone a bordo) — il meccanismo basato sulla “redistribuzione volontaria” dei naufraghi continua ad essere farraginoso e inutilmente rischioso sia per i migranti sia per i loro soccorritori, costretti in ogni caso a passare ore o giorni (spesso, come ieri, in mezzo al mare grosso) in attesa dell’autorizzazione. Questo tralasciando il fatto che si tratta di ripartizioni arbitrarie (362 da settembre ad oggi, secondo il Viminale), che non tengono conto delle volontà dei singoli migranti, spostati come “pacchi postali” da un paese all’altro.

Da quando è partita la campagna di criminalizzazione contro il soccorso in mare, le Ong sono riuscite a resistere e a vincere gran parte delle proprie battaglie anche in sede giudiziaria: da ultimo la Sea-Watch 3, dissequestrata dal Tribunale Civile di Palermo quattro giorni fa (mentre restano ancora sotto sequestro le navi di Mediterranea). Ma si tratta di vittorie molto parziali: all’orizzonte non si vedono né una revisione organica del trattato di Dublino, per estendere e garantire un reale diritto all’accoglienza a livello europeo, né la re-istituzione di un meccanismo di soccorso e salvataggio a carico dei governi europei nel mar Mediterraneo, né una revisione del sistema dei visti e l’apertura di canali legali di immigrazione verso l’Europa (in una parola: libertà di movimento), al di là dei corridoi umanitari che riguardano ancora una minoranza troppo ristretta di persone.

La situazione, così, si trascina uguale a se stessa, in mezzo al Mediterraneo così come sulle due sponde, in Libia e in Italia. Da una parte peggiorano le prospettive della guerra civile, con la possibilità sempre più concreta di un intervento militare turco a protezione del governo di al-Sarraj, dall’altra prosegue, in piena continuità con il governo “giallo-verde,” la politica di repressione contro i migranti che si trovano già in Italia. Pochi giorni fa è stato inaugurato il nuovo Cpr a Gradisca di Isonzo, in Friuli, mentre nelle prossime settimane dovrebbero aprire altri due Cpr a Macomer (Sardegna) e a Milano, in via Corelli, nonostante le proteste della rete No Cpr.

👉 Leggi anche: Perché ci opponiamo alla riapertura dei Cpr

I titolari di protezione umanitaria — abolita dai decreti sicurezza, ancora intatti nonostante le promesse dell’attuale governo — dovranno lasciare le strutture di accoglienza entro il 31 dicembre, in base a una circolare inviata pochi giorni fa dal Servizio Centrale Sipromi (che fa capo al Viminale). Nonostante le rassicurazioni di Lamorgese, secondo cui “a breve” sarà pubblicato un nuovo bando per 39 progetti finanziati dai fondi europei per “iniziative di accompagnamento all’autonomia e all’inclusione,” si teme che oltre un migliaio di persone possa trovarsi in mezzo alla strada da un giorno all’altro.

Il 2019 si chiude quindi con una triste sconfitta per chi sperava di vedere una “discontinuità” nelle politiche sull’immigrazione, in Italia come nel resto d’Europa. Anche sulle altre frontiere del continente, infatti, la situazione è drammatica: sulla “rotta balcanica,” lontano dai riflettori, i migranti che tentano di attraversare il confine tra Bosnia e Croazia sono soggetti continuamente a una dura repressione della polizia — che non si fa scrupoli ad aprire il fuoco. Sulle isole greche, migliaia di persone continuano ad essere segregate in strutture (o campi profughi a cielo aperto) programmate per poter trattenere poche centinaia di persone. A Samos, quattro giorni fa, una rivolta (l’ennesima) è stata repressa dalla polizia antisommossa, e, per ritorsione, le autorità che gestiscono il campo hanno sospeso la distribuzione del cibo e i servizi essenziali.

Di fronte a questa situazione, l’impotenza (volontaria) dei governi europei è esemplificata alla perfezione dalla CDU, il partito di Angela Merkel in Germania, il cui ministro dell’Interno ha rifiutato ieri la proposta avanzata dai Verdi di garantire asilo politico ai bambini (circa 4000) che vivono nelle baraccopoli sovraffollate sulle isole greche. Il motivo? “Le campagne a favore dell’ammissione unilaterale per certi gruppi di persone non sono una soluzione.”


In copertina: naufraghi a bordo della Ocean Viking, via Twitter

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