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Prendere le case: cosa può insegnarci la storia di un’occupazione abitativa

L’esperienza di un’occupazione abitativa a Messina raccontata da Pietro Saitta nel suo ultimo libro spinge a farsi diverse domande: dal rapporto tra assemblea e leader nella prassi politica quotidiana, al ruolo inaspettato che possono rivestire gli “spettri” e i “fantasmi”

L’esperienza di un’occupazione abitativa a Messina raccontata da Pietro Saitta spinge a farsi diverse domande: dal rapporto tra assemblea e leader nella prassi politica quotidiana, al ruolo inaspettato che possono rivestire gli “spettri” e i “fantasmi”

 

Ho letto gran parte di Prendere le case (ombre corte, 2018) di Pietro Saitta durante un viaggio in treno dall’estremo meridione verso nord. Qualche sedile dietro di me un uomo, parlando in inglese con alcuni turisti, denigrava il welfare sanitario italiano e ne auspicava la privatizzazione. Ero incuriosito da quella conversazione e dai luoghi comuni gentisti e auto-orientalisti che la reggevano; ma il libro era decisamente più promettente, così mi sono messo i tappi nelle orecchie — letteralmente: li porto con me in un astuccio azzurro — e ho continuato a leggere. 

In quelle pagine Saitta racconta della sua partecipazione in duplice veste a un sindacato di base messinese, nel corso del 2017: “Desideravo così tanto narrare questo movimento […] quanto militare, almeno per una volta, al di fuori della mia classe,” trovandosi  cioè “a fianco di quel (sotto)proletariato diffuso, nato a ridosso del disastro del 1908 e poi riprodottosi nell’arco dei decenni seguenti, che costituisce il centro dell’organizzazione sociale nella città dello Stretto.” Si trattava di un sindacato sui generis, come è necessariamente quello dell’abitare. Che, dopo alcuni passaggi rivendicativi intrapresi presso un lotto di case popolari, promuoverà un’occupazione abitativa. 

Da quel viaggio in treno, con la compagnia di carta e inchiostro che avevo scelto, mi porto dietro tre domande. E, fatalmente, molte meno risposte.

Assemblea e leader 

La prima domanda è: quanto è larga la faglia che si apre, nella prassi politica quotidiana, tra istanze assembleari e tensione leaderistica? La sindacalista che Saitta chiama “Crepax”, motore della piccola organizzazione, sembra pensare alle persone in disagio abitativo soprattutto come mezzi per affermare il proprio progetto politico-sindacale. Non siamo qui in un’ottica pienamente personalistica, nessuno che sia ambizioso sceglierebbe un sindacatino di base come trampolino: le corde di Crepax sono invece quelle “benevolenti” di chi cerca di aiutare le persone in sofferenza abitativa a raggiungere un’autonomia di classe e cioè a divenire, seppure in modo abbozzato, classe per sé e non più solo classe in sé

Fatalmente questo scarto, se agito dall’alto ed eludendo le reali dinamiche tra i soggetti, non potrà affermarsi. Infatti, specularmente, da parte di alcuni dei/delle partecipanti all’occupazione, è il sindacato, e quindi anche la sua dirigente, a divenire mero strumento per ottenere uno scopo. Non solo quello, sacrosanto e materiale, dell’avere una casa, ma anche quello di riprodurre, proprio dentro la casa occupata, le “condotte” e gli stili di vita piccolo-borghesi che esercitano la loro presa sull’immaginario dei ceti subalterni.

Questo tentativo, aggravato dalla reazione poco meditata della dirigente sindacale, azzoppa l’occupazione e la rende facile preda di sindacati collaborativi, che ripropongono “il ritorno a modalità politiche interne a una classe — quella “borghese” — con i suoi rituali fatti di cineforum e cultura alternativa.” Ovvero proprio quei rituali da cui Saitta, militando fuori dalla sua classe, cercava di allontanarsi.  

Questa deriva ci viene raccontata non solo con le note di campo ma anche con la trascrizione delle chat di WhatsApp: chat create, intasate di un fiume di messaggi, spesso lunghi vocali, e poi abbandonate. Chi ha pratica di attivismo oggi, sa bene come l’uso delle chat sia strumento di riproduzione e consolidamento di gruppi dirigenti informali e autoreferenziali, e costituisca una minaccia costante alle decisioni assunte collettivamente in assemblea. Le pagine di Saitta, su questo punto, fungono anche da caveat.  

Autonomia e rivendicazione

La seconda domanda che il testo apre riguarda le frizioni tra autonomia di classe e rivendicazione dei diritti che le istituzioni dovrebbero garantire (e c’è ovviamente molto idealismo in questo “dovrebbero”). Le istituzioni sono sempre sempre più sorde, e l’autonomia è ben lontana da poter essere raggiunta. Certo: un’occupazione è un gesto di autodeterminazione, e il flessibile che apre le serrature intona sempre la Resolution der Kommunarden di Bertolt Brecht: “Dato che laggiù ci sono case / mentre senza tetto ci lasciate / decretiamo: ci entreremo e subito!”; ma gran parte delle occupazioni è anche un gesto di rivendicazione; è “una rivolta”, come scrive Saitta in riferimento a questa messinese, “che si muove in realtà dentro i confini culturali dello Stato.” 

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Questa ambiguità, già difficile da sciogliere, è esacerbata dal comportamento sempre più sfuggente, e depoliticizzato, delle istituzioni. Che nella migliore ipotesi – quella in cui si mostrino “dialoganti” – incaricano funzionari e propongono “tavoli” per poi affossarne gli obiettivi, appellandosi a ristrettezze di bilancio o ad altre compatibilità neoliberali; mentre nella peggiore agitano legalitarismo e, a stretto giro, fanno calare i manganelli. 

Anche la terza questione che ho fermato nei miei appunti ferroviari resta senza una soluzione. D’altronde questo libro rifugge ogni scorciatoia quasi per sua natura, e ogni comodità. Pur non essendo mai inutilmente provocatorio e autodenigratorio per la militanza nella sinistra radicale, esso apre, nondimeno, questioni dolorose. L’ultima di quelle che riporto (e non sono tutte) è la più sfuggente, la più ectoplasmatica

Spettri e telecamere

Quali sono le rappresentazioni del reale che attraversano le narrazioni politiche, tanto le nostre quanto quelle che contrastiamo? Per i moderati e i “progressisti” neoliberali questo tema si risolve nel contrasto alle cosiddette fake news; contrasto che spinge, in realtà, solo alla produzione di fake news più sofisticate. Non c’è infatti ascolto delle esigenze sociali e delle motivazioni sottostanti la diffusione di una notizia falsa (ne ha parlato qui Mariano Tomatis); e neppure (sul piano più sofisticato) c’è comprensione di come la menzogna sia strutturalmente parte della comunicazione politica, se questa è volta a catturare il consenso elettorale disancorandolo dalle condizioni materiali. In fondo la fake news di maggior successo è quella che nega la divisione in classi della società, proponendone invece una lettura organicistica (“siamo tutti sulla stessa barca”): questa fake news è accettata come vera da tutta la politica mainstream.  

Ad ascoltarli, invece, miti e false notizie raccontano una storia; e quella storia ci deve interessare, soprattutto quando, come in questo caso, riguarda i ceti subalterni. Una volta entrati nell’edificio scelto, diversi tra gli/le occupanti prendono a parlare dei fantasmi che lo infesterebbero. Scrive Stefano Portelli in una recensione per Napoli Monitor a questo stesso volume:

Gli spiriti condensano l’invisibile insito in ogni rapporto umano; non sono sopravvivenze di un mondo pre-moderno, ma testimoni permanenti di quanto ogni società rimuove, nasconde, ma non può eliminare. Quelli di Messina hanno sicuramente radici nel mondo magico contadino, però infestano la città, dove è proprio l’urbanizzazione a far emergere la parte oscura. 

Quando, assai rapidamente, l’occupazione messinese entra nella sua fase declinante, si diffonde la diceria che siano entrati i carabinieri e abbiano piazzato telecamere e microspie. L’edificio viene così percepito da alcuni come non più infestato da spettri, ma dagli occhi elettronici delle forze dell’ordine. Scrive Saitta, a proposito di questo slittamento:

Gli spiriti esercitano una funzione che fu anche di Dio, ma che ora è indubbiamente in seno allo Stato con effetti tangibili: il potere di vedere, monitorare e, soprattutto, punire le condotte sulla base della visione di esse effettuata in remoto […]. In tal senso la relazione con gli spiriti mima meno i rituali e discorsi della Chiesa […] e riecheggia maggiormente le attività della polizia giudiziaria.

La fantasia di spettri che infesta l’occupazione ha, a ben pensarci, più di una corrispondenza nel discorso pubblico mainstream. Anzi: parlando di “presenze” e “anime” gli occupanti ne riconoscono implicitamente la dimensione, appunto, fantasmatica; quando invece un giornalista come Federico Rampini afferma che il centro di Bologna sarebbe pericoloso dopo le 22, crede fermamente di dire una verità. Rampini è inseguito dagli spettri della povertà (dei migranti poveri), che pure non lo sfiorano; mentre Salvo, uno degli occupanti, ben più lucidamente si fa una domanda fondamentale: “Minchia, mi sento osservato! Non capisciu se sunnu i sbirri oppure i spirti.” 

Neppure gli spettri, insomma, sono neutri; neppure gli spettri sono “né di destra né di sinistra”: ci sono spettri perfetti per i reazionari e ci sono spiriti-sbirri che tormentano i subalterni quando decidono di prendere in mano il proprio destino occupando, collettivamente, una casa vuota. L’autore scrive di aver infine dismesso, negli ultimi giorni della sua partecipazione all’occupazione, “la posa da distaccato osservatore” e di aver affermato, “persino con rabbia” di non aver “mai creduto alle presenze” e che “se dobbiamo parlare, dobbiamo farlo in termini reali.” 

Sul punto propongo però uno scioglimento diverso: non penso infatti che ciò che ci serve sia ancora un di più di razionalismo. Abbiamo bisogno di racconti di riscatto possibile, di momenti in cui si esercita una fantasia liberatrice, non consolatoria; e dobbiamo imparare a scegliere con cura i compagni spettri e i fantasmi nostri complici. Quelli che spaventano Rampini, per esempio, sono tra i più promettenti.  

***

Wolf Bukowski ha scritto su Giap, Internazionale e Jacobin Italia. Il suo ultimo libro è La buona educazione degli oppressi (Alegre, 2019)


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