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Lo Ius soli non è abbastanza

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In copertina foto dalla pagina Facebook Italiani senza cittadinanza, foto di Elton Gllava

Lo ius soli è il minimo in un paese occidentale moderno, in cui una parte rilevante della popolazione — soprattutto quella in età lavorativa — ha origini straniere.

Oggi l’Italia si è svegliata con una notizia inattesa: qualcuno nel Partito democratico ha provato a proporre con una certa urgenza una questione di sinistra. Il segretario Nicola Zingaretti, infatti, al termine della convention in cui si sono discusse e approvate alcune modifiche allo statuto del partito, ha segnalato a gran voce la necessità di tornare a discutere la legge sullo Ius soli, affossata da vari fuochi amici e incrociati al termine della scorsa legislatura. Dal Pd è anche emersa la volontà di “rivedere” i decreti sicurezza d’età salviniana in modo più radicale di quanto previsto finora e di ragionare su una legge per la parità salariale tra uomini e donne.

Le reazioni non si sono fatte attendere e va notata soprattutto quella di Luigi Di Maio, che si è detto “sconcertato” dalla proposta e dal comportamento del segretario Pd, in questi giorni di emergenza climatica e nel pieno della vicenda ILVA. Alla critica ha risposto in modo piuttosto insolente Andrea Orlando, sostenendo che i membri del Partito democratico possono “pensare a più di due cose nella stessa giornata.”

Cosa significa, in concreto, Ius soli? Con lo Ius soli chiunque nasca sul suolo di un paese è cittadino di quel paese — da qui l’espressione, che in latino significa letteralmente “diritto del suolo.” Lo Ius soli, ad esempio, è in vigore negli USA. Il diritto italiano preferisce lo ius sanguinis, secondo cui si ha la cittadinanza se si è figli di genitori di una data nazionalità. In passato il nostro è stato un paese di migranti, e lo ius sanguinis ha mantenuto i legami con le comunità italiane residenti all’estero, che ancora oggi sono cittadini e votano per la madrepatria. È diventato insufficiente, però, da quando il nostro è un paese di immigrazione. Attualmente esistono limitatissime occasioni in cui in Italia si applica lo Ius soli. Il procedimento normale per ottenere la cittadinanza italiana è diverso: può farne richiesta qualunque straniero nato in Italia, e residente nel paese ininterrottamente per almeno i suoi primi 18 anni di vita: un procedimento contorto e di compromesso.

È necessario ricordare però che lo Ius soli, semplicemente, non è abbastanza. Il fatto che oggi venga visto come un provvedimento “radicale” da parte di Di Maio e da una larga fetta dell’opinione pubblica è semplicemente una prova di come il dibattito pubblico sia scivolato a destra in maniera drastica.

Lo Ius soli in effetti non può che essere descritto come il provvedimento minimo in un paese occidentale moderno, in cui una parte rilevante della popolazione — soprattutto quella in età lavorativa — ha origini straniere: ad oggi, circa l’8,5%. Mantenere in vigore l’ordinamento attuale svela una volontà non troppo nascosta di continuare a dividere la popolazione, soprattutto chi lavora, in due categorie con diritti e prerogative diverse. Ogni passo a destra dello Ius soli è un passo verso un riconoscimento giuridico della segregazione razziale di fatto in atto in Italia.

Una riforma forte della cittadinanza, davvero progressista, potrebbe consistere ad esempio nel dare il diritto di voto a chi è titolare di un permesso di soggiorno, chi lavora nel paese da più di un certo numero di anni, o altri parametri che non siano basati solo sul sangue. Una proposta simile non è nemmeno troppo estremista — a quante cose già si ha diritto con un permesso di soggiorno? Alla sanità, ad esempio, e al sacrosanto diritto di pagare le tasse sul proprio lavoro.

La proposta del Pd dunque è solo apparentemente radicale, e ci sarebbe bisogno di spingersi oltre per contrastare il clima di razzismo e le effettive disuguaglianze che funestano sempre di più questo paese. Ciò detto, va comunque registrato come positiva l’uscita di Zingaretti. Più di una volta abbiamo fatto notare come l’unico modo per dare senso a questo governo, nato come accordo argine per l’avanzata dell’estrema destra, sia semplicemente avere il coraggio di non dire e fare cose di estrema destra. La proposta di Ius soli, se venisse approvata, sarebbe un ottimo progresso, e potrebbe aprire la strada alla discussione di proposte anche più inclusive in futuro.

Una buona fetta dell’attuale esecutivo, soprattutto la parte che fa capo al M5S, sembra essere letteralmente terrorizzato di fare qualcosa per cui possa essere esplicitamente attaccato dall’ex amico Salvini. E all’interno del movimento, il più terrorizzato di tutti sembra essere Luigi Di Maio, che — forse anche per convinzione personale — non ha mai rinnegato i provvedimenti estremisti presi dal suo precedente avatar gialloverde, cercando di sviare il dibattito o difendendo sostanzialmente quanto fatto.

Per dare senso a questa presenza al governo il Partito democratico deve dettare la propria agenda al M5s, almeno in un punto fondamentale per il benessere civile del paese com’è lo Ius soli. Dare senso a questo governo è anche l’unica vera arma nelle mani di quello che ancora oggi si definisce centrosinistra che può essere utilizzata per fermare la deriva verso di questo paese verso la destra fascistoide.

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