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“Milano mi ha cambiato, in senso positivo.” Siamo stati con Testacoda in uno dei primi posti che ha conosciuto quando è arrivato in città. Ne abbiamo approfittato per parlare di manga, e del suo ultimo EP è proprio una cattiveria.

Il 19 giugno è uscito per Digitale 2000 “è proprio una cattiveria”, il nuovo EP di Testacoda, una delle proposte più originali e fresche in circolazione. Ci siamo fatti accompagnare da Lorenzo in uno dei posti che per primi l’ha accolto al suo arrivo a Milano, la fumetteria Yamato Shop di Porta Venezia. Ne abbiamo approfittato per parlare di anime e manga e farci raccontare meglio il suo ultimo lavoro, che affonda le radici nell’emo rap pescando da un immaginario che strizza l’occhio alle sonorità e all’estetica giapponese. 

Perché hai scelto proprio una fumetteria?

Diciamo che se devo scegliere tra leggere qualcosa o guardare qualcosa di solito mi butto più sulla seconda. Negli ultimi anni ho un po’ perso la concentrazione, quella forza nella lettura. Anche se sono fumetti sono facili da leggere…

Come mai ti piacciono proprio anime e manga e non, che ne so, Dylan Dog?

Hai preso proprio il nome preciso, perché si da il caso che Dylan Dog sia il mio fumetto preferito. (ride

Da piccolo mi ricordo che andavo a casa dove vivevano mia mamma e le mie zie da bambine e trovavo i Diabolik e i Dylan Dog. Quelli e Alan Ford, però lui non mi piaceva. Invece Dylan Dog e Diabolik mi sono sempre piaciuti un sacco perché entrambi sono molto dark. Poi però crescendo mi ricordo che alle medie avevo un amico che era già in fissa coi manga. Mi ricordo che leggeva Nana, Naruto, One Piece e i titoli un po’ più famosi. Allora scoprii il manga di Hunter × Hunter dopo aver visto il cartone su Italia 1, quindi forse in effetti è tutta colpa di Italia 1. Anche se ad esempio Dragon Ball in realtà non l’ho mai collegato a sta roba. 

Ai tempi mi piaceva leggere, molto più di adesso. Verso la seconda o la terza media c’è stata la svolta. Era uscito Death Note, che per quanto possa essere mainstream e la gente possa odiare questa cosa, rimane uno dei manga più fighi di sempre.

Come mai proprio questa fumetteria? Ho letto che vieni da Como e ho pensato fosse stato uno dei tuoi primi punti di riferimento quando ti sei trasferito qua.

Perché il mio migliore amico vive proprio qui di fianco. La fumetteria l’ho trovata per caso venendo a trovarlo. Tra l’altro quando ho trovato questo posto, passeggiando, erano anche tre o quattro anni che mi era calato molto l’interesse verso questo mondo. Avevo smesso di guardare e leggere qualsiasi cosa e praticamente ero solo su YouTube. Quindi ho visto il negozio, mi sembrava pieno di cose interessanti, sono entrato e ho comprato il manga di Ichi the Killer.

Com’è sfociata questa passione per anime e manga nella musica?

Quando ho scoperto queste cose, da piccolo, mi colpivano sempre le sigle e gli opening, che sono un po’ trash ma mi piacciono. Esplorando ho scoperto anche un minimo di musica giapponese. C’è stato anche un periodo in cui cercavo di pescare ancora più concretamente dal city pop, che è tipo la musica 80s, credo, ma fatta in giapponese e ancora più esagerata. Ascoltando quelle cose lì ho pensato si potessero iniziare a campionare suoni e si potesse usarla per fare cose utili. Anche se poi l’ho fatto relativamente. Per esempio in “Abitudini” c’è il sample giapponese di un’intervista a una band di idol. Ho preso quella roba lì perché ha un sound lo-fi che secondo me richiama molto l’estetica orientale.

Anche in “Tagli” il suono richiama a quel mondo.

In quel caso però la strumentale l’abbiamo cambiata all’ultimo, quindi all’inizio era abbastanza diversa. In generale io provo anche nei video a prendere quel tipo di estetica. 

Alla fine di “Tagli” invece c’è uno stacco e un campione di qualcosa…

Che è un campione di “Tagli” (ride)… Praticamente abbiamo preso la strumentale, l’abbiamo rallentata un po’ e abbiamo aggiunto una chitarra e la voce del ragazzo che ha fatto il beat.

All’EP hanno lavorato più produttori. Mi chiedevo come fosse andata, perché ormai siamo abituati a vedere lavorare i rapper quasi sempre con lo stesso produttore.

Di solito a dire la verità faccio così anch’io. Nell’EP vecchio c’era un sound più omogeneo. In questo ho puntato a variare un po’ nel corso dell’EP. Oltre a Slowheal ho un po’ di amici che producono a cui ho chiesto sostanzialmente di mandarmi dei beat.

Come mai sei uscito con due EP ravvicinati e non hai pubblicato un album?

Perché mi piace cambiare suono spesso. La mia paura più grande è quella di fare una cosa che funziona e provare a rifare quella cosa lì. Se una cosa ha funzionato basta, vorrà dire che proverò a far funzionare qualcos’altro. Quindi è per quel motivo che sono usciti due EP a distanza di poco tempo. In questo modo posso fare uscire quattro o cinque canzoni che condividono un certo stile, più o meno. Anche se in questo EP i brani suonano diversi perché poi sono frutto di influenze diverse. Però la base, il filone, più o meno è sempre lo stesso. Il prossimo EP, a cui sto già lavorando, avrà delle influenze più vicine all’alternative R’n’B. 

Cosa stai ascoltando in questo periodo?

L’ultimo EP di Guè, mi piace tantissimo. Ma anche cose più vecchie come il TruceKlan. Altrimenti Frank Ocean,  qualcosa di Kanye West, Dominic Fike, Kevin Abstract. Ogni tanto ascolto l’indie più emo americano. Cose tipo i Teen Suicide, i Beach House…

Lil Peep?

Si, anche se adesso non lo ascolto più molto. La seconda parte dell’ultimo album la trovo orribile, mi fa proprio schifo, si sente proprio che non sono finite le canzoni. Anche il penultimo a dire il vero non mi faceva impazzire. Non è che li ascolti più troppo, però quella corrente lì in fondo mi piace.

Non si dovrebbe chiedere ma te lo chiedo lo stesso. A cosa si riferisce il titolo del disco?

C’è una piccola storia dietro. Io vado al mare nelle Marche e una sera siamo andati a Civitanova in una discoteca e tornando in macchina all’alba ho visto una scrittona sul muro di un sottopassaggio, di quelle marce, in stampatello, fatta male e c’era scritto: “È proprio una cattiveria.” E io in quel momento, non so tra l’altro perché, l’ho inteso come una sorta di fine di una relazione, tipo toxic relationship, anche se in quel periodo ero in un momento molto tranquillo. 

In effetti nei tuoi pezzi ti riferisci sempre a un’altra persona.

Si si, in maniera più “incazzata” rispetto all’EP di prima. Ma c’è sempre un fondo di rabbia.

In “Sto cadendo” dici che Milano ti ha cambiato tanto. In cosa?

Beh il primo anno a Milano facevo tipo sei serate a settimana. Quando stavo a Como invece non uscivo mai di casa. Poi mi sono stabilizzato, chiaramente, e adesso magari esco solo un paio di sere. A dire il vero adesso non faccio nemmeno quasi quelle. 

Quello è stato un mega cambiamento. Prima di venire qua non uscivo di casa, non facevo niente. Sono stato mesi rinchiuso, tipo hikikomori, anche se non era così estrema come situazione, nel senso che la mia famiglia c’era, anche se per una questione di orari non vedevo nessuno perché stavo sveglio di notte e dormivo fino a tardi.

Quando sono arrivato a Milano è stato quasi un trauma. Andrea, il mio coinquilino, mi aveva proposto di trasferirmi qua. La scuola l’avevo già mollata, non avevo intenzione di trovarmi un lavoro a Como e quando sono arrivato qui mi sono creato un nuovo giro di amici, ho iniziato a lavorare e mi sono tirato anche fuori, mi sono ripigliato.

Ti sei creato una nuova vita.

Si, e creandomi una nuova vita ho riconciliato anche quella vecchia. Adesso con genitori e amici sono in buoni rapporti quindi l’essermi trasferito è stato utile anche per quello. Milano mi ha cambiato in senso positivo.

Leggi anche: “Manuale di sopravvivenza per fiati corti” è l’esordio emo rap di Maggio

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