in copertina, un uomo intrappolato in Libia, foto di Medici Senza Frontiere su Twitter

Nel suo nuovo saggio il giornalista newyorkese Suketu Mehta cerca di costruire una nuova teoria della migrazione, delineando un profilo eroico del migrante e inquadrando l’accoglienza come equivalente alle riparazioni di guerra.

Da quando in Europa è divampata la cosiddetta “crisi dei migranti” ogni anno, in occasione della giornata mondiale del rifugiato, si può constatare che le cose vanno peggio rispetto all’anno precedente.

In soli dodici mesi gli eventi e le leggi che prima ci scandalizzavano hanno assunto il grigiore di una normalità ingiusta, ma accettata. Il mondo è in una spirale discendente: serve costruire una teoria che non sia semplicemente alternativa a chi vuole negare al prossimo il diritto alla vita, ma che sia completamente indipendente e contraria a quegli stessi meccanismi.

In quest’ottica, per la giornata mondiale del rifugiato consigliamo la lettura di This is Our Land: an Immigrant Manifesto, il nuovo saggio di Suketu Mehta uscito due settimane fa per i tipi di Farrar, Straus and Giroux. This is Our Land è una lettura emozionante e illuminante proprio perché si distacca completamente dal bieco dibattito su migranti e rifugiati che è rimasto all’interno della politica e della conversazione quotidiana della nostra società.

Suketu Mehta è un giornalista di New York di origini indiane, che potreste aver letto sul New Yorker o su Granta, e che è stato a un passo dal Pulitzer nel 2005, con l’autobiografico ‌Maximum City: Bombay Lost and Found (anche questo molto consigliato).

‌This is Our Land è organizzato in quattro parti: “I migranti stanno arrivando,” “Perché stanno arrivando,” “Perché fanno paura,” e “Perché devono essere benvenuti.” Il libro è un assalto retorico inarrestabile: unisce esempi storici che mostrano l’ipocrisia del populismo razzista contemporaneo a report raccolti in prima persona dal confine col Messico, dal Marocco, nel sud della Spagna, costruendo un vero e proprio discorso ideologico.

Le leve retoriche che Mehta tira sono sostanzialmente tre:

  • la costruzione di un profilo eroico del migrante, che nel migliore dei casi è stato costretto a lasciare la propria famiglia alle spalle, quando non scappa da atrocità, che svolge lavori durissimi e rinuncia anche a parte della propria magrissima paga per inviare soldi alla propria famiglia;
  • la decostruzione dei confini tra migrante e rifugiato, spiegando la sfacciata ipocrisia che si cela dietro il concetto di migranti economici, e sottolineando come gli stessi meccanismi di “promozione” da migrante a rifugiato siano così diversi in giro per il mondo da renderli privi di significato, un cavillo burocratico dietro cui i paesi occidentali murano diritti e servizi;
  • l’inquadramento dell’accoglienza come equivalente alle riparazioni di guerra: l’Occidente ha distrutto il mondo, e ora le conseguenze sono queste. Se il dibattito fosse focalizzato non su vuoti “aiutarli a casa loro,” ma su veri piani di finanziamento per ricostruire economia e società dei paesi che l’Occidente ha colonizzato, saccheggiato, bombardato, immediatamente anche tra i piú conservatori l’opzione dell’accoglienza sembrerebbe la piú ragionevole.

La pietra angolare di questo ultimo punto è l’imminente ondata di migrazioni causate dal cambiamento climatico, che renderà nei prossimi decenni parti intere del pianeta sostanzialmente invivibili — un fenomeno che non ha niente di naturale, ma degli evidenti responsabili, che hanno non solo il dovere ma l’obbligo di affrontarne le conseguenze.

Metha spiega che non c’è spazio per il dibattito o per contrattare soluzioni condivise sull’argomento con le destre populiste e xenofobe. La loro non è una posizione politica alternativa alla nostra: è una truffa, e va spiegata, e affrontata con questo codice.

Mehta collega il razzismo della politica occidentale alla teoria del complotto della sostituzione etnica, teorizzando la presenza di una sorta di fobia nei confronti della densità di popolazione. Questa lente di interpretazione, inedita, svela la perfetta continuità tra il pensiero nazifascista, l’isteria anti-indiana di matrice britannica sopravvissuta agli anni Sessanta, e l’attuale retorica dell’invasione dei populisti xenofobi, dai barconi alle carovane.

Questa paura della sovrappopolazione è in realtà, prosegue Metha, uno schermo che nasconde un razzismo più profondo, quello che non riconosce ai paesi non industrializzati il diritto al progresso.

Il razzismo assume così esplicitamente i colori di un’ideologia retrograda e genuinamente antimoderna, fondata sulla retorica bei tempi andati, che si maschera nelle proprie forme meno estremiste e più liberal in una fascinazione per le tradizioni e le culture delle popolazioni africane e mediorientali, senza però accordare loro nessuna via verso il progresso. Metha cita Lévy–Strauss per evidenziare come queste recondite paure della sovrappopolazione e del progresso nei paesi “arretrati” siano diffuse ben oltre i confini dell’opinione che definiamo comunemente razzista.

Una delle battaglie più grandi della nostra generazione consiste proprio nel cercare di sconfiggere la paura dei politici occidentali verso il progresso e l’aumento di popolazione nelle aree non caucasiche.

In un editoriale impeccabile sul New York Times della settimana scorsa, Mehta sintetizza il suo pensiero sulla questione: “perché i migranti dovrebbero ‘rispettare i nostri confini?’ L’Occidente non ha mai rispettato i loro.” Nel pezzo Mehta introduce ai lettori la propria idea servendosi di un’evidente forzatura retorica, di cui è difficile negare la solidità, e cioè che i paesi Occidentali dovrebbero, come minimo, accettare le migrazioni come riparazioni di guerra.

“Circa 12 milioni di Africani sono stati schiavizzati e trasportati attraverso l’Atlantico dai poteri europei,” scrive Mehta. “Non è forse giusto che almeno 12 milioni di persone dall’Africa siano accolte in Europa, per vivere nei paesi che si sono arricchiti alle spese dei loro antenati? Sarebbe meglio per tutti: per gli africani che vivono in paesi che ancora soffrono le conseguenze della schiavitù, e per i paesi europei, che guadagnerebbero, questa volta lecitamente e con paghe regolari e dignitose, un grande influsso di nuovi lavoratori.”

Esattamente come siamo arrivati a concepire una “carbon tax,” prosegue Mehta, dovremmo iniziare a ragionare a una “migration tax,” nei confronti dei paesi che si sono arricchiti sulle spalle dei migranti, che costituiscono il 3% della popolazione del mondo, ma contribuiscono al 9,4% del reddito pro capite mondiale. Mettere in parallelo i flussi economici con quelli umani, spiega Mehta nel proprio saggio, rivela con trasparenza quello che sta succedendo. Dal 1970 al 2010, il Messico ha perso 872 miliardi di dollari in flussi illegali che li hanno portati in banche statunitensi. Nello stesso periodo, dal Messico, sono emigrati 16 milioni di persone. Stavano seguendo i loro soldi, spiega il giornalista.

Intanto, l’Occidente continua a intervenire, manipolare e impoverire ulteriormente le aree del mondo che più avrebbero bisogno di sostegno. Un sostegno che arriverebbe organicamente, se si accogliessero persone da quei paesi, che continuano a contribuire alle finanze delle proprie famiglie che restano indietro.

Secondo i dati dell’UNHCR sono 70 milioni i rifugiati e le persone sfollate interne: non si vedevano numeri così alti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Garantire loro accoglienza e un posto sicuro dove vivere, è una vera e propria emergenza politica che l’Unione europea sta fingendo di non vedere, mentre la politica continua a rigurgitare retorica su un’invasione che semplicemente non sta avvenendo.

Per contrastare questa retorica servono misure emergenziali — come la fallita riforma del trattato di Dublino dell’anno scorso — ma anche la forza di imporre una retorica non dialogica ma completamente antagonista a quella della destra con la stessa foga, con la stessa rabbia, con cui i demagoghi raccontano che la nostra cultura è in pericolo.

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