“Sarebbe stato facile, tra virgolette, fare una produzione un po’ in coda a cose che oggi vanno molto bene. Però sei sempre in coda. Segui qualcosa che è già successo. Meno facile è invece cercare di seguire il proprio istinto, la propria testa.”

All’anagrafe: Angelica Schiatti. Alle spalle: una gran bella realtà, i Santa Margaret. Per il futuro: una scommessa, un disco da solista. Segni particolari: carisma e talento da vendere.

Chiuso il capitolo con la sua vecchia band, AngelicA da ormai più di un anno porta avanti il suo progetto solista. Il risultato di tutto ciò sarà un disco in uscita per la primavera 2019. Ad anticiparlo, due singoli: “Guerra e mare”, “I giocatori” e altrettanti video.

L’abbiamo incontrata a dicembre per farci raccontare cosa aspettarci dal suo lavoro, in occasione di un piccolo showcase presso il San Pedro Studio.

***

Ciao Angelica, questa intervista inizia malissimo. Sono reduce da una settimana di trasloco e quindi non mi sono assolutamente preparato. Parliamo a ruota libera e vediamo che viene fuori, ti va?

Ok!

Bene. L’unica cosa che ho pensato venendo qua, è l’enormità della fatica che ho fatto a trasportare la mia camera. Una semplice camera ma che, quando la smantelli, scopri essere piena di roba da cui poi alla fine non ti vuoi separare. Ecco, il tuo trasloco artistico dai Santa Margaret come l’hai vissuto?

Guarda, per preparare il nuovo disco mi sono ritrovata a lavorare nella stessa sala prove che usavo coi Santa Margaret quindi fisicamente sono rientrata nello stesso posto ma dopo due anni. Ho rivisto un sacco di cose, di oggetti, che mi hanno portato alla mente molti ricordi. E mentre ero lì, in quella saletta, ho proprio pensato a quello che mi stai chiedendo ora tu: quanta roba mi è rimasta addosso? La risposta ovviamente è tantissima! Qualsiasi cosa ha una conseguenza e ti lascia qualcosa.

Per rispondere però alla tua domanda direi che il grosso bagaglio che mi porto dietro dalla mia band è stato quello che poi ha formato l’anima del disco. Ovvero il fatto che sia estremamente “vero”, suonato e suonabile.

A proposito di live, mi fai qualche nome di artisti che ti piacciono o che hai sentito ultimamente, restandone colpita?

Il primo nome che ti faccio sono i Canova che oltre ad essere miei amici, hanno un live veramente interessante. Loro tra quelli della nuova generazione rendono molto evidente il percorso che hanno alle spalle e che li ha portati oggi a saper stare sul palco.

O sempre per ribadire il concetto di gente che viene da un’enorme esperienza di live: Giorgio Poi e Francesco Motta.


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Interessante, gli ultimi due nomi che mi hai fatto calzano a pennello. Sia Giorgio Poi che Motta arrivano da un’esperienza di band. In qualche modo è la strada che stai iniziando a percorrere tu. Mi viene da chiederti: quando si è soli in che cosa si guadagna e in cosa si perde. E perché secondo te, citando gli esempi che mi hai fatto, il successo è arrivato proprio da solisti?

Il principale pro è forse anche un contro — cioè una maggiore libertà nel portare avanti la propria idea. Che ovviamente diventa un contro laddove manca uno scambio, una contaminazione. Poi ovviamente oneri ed onori. Vai per la tua strada e sicuramente riesci a mantenere intatto il più possibile il tuo percorso. Poi se piace piace, se non piace la responsabilità è tutta tua.

Nel tuo modo di scrivere cosa è cambiato e come hai approcciato il disco?

Il disco è stato scritto alla chitarra o al piano ma fin da subito ho approcciato la scrittura con Logic. Una cosa nuova che ha ovviamente stravolto il mio modo di comporre. Per scrivere questo disco ci ho messo tanto perché ovviamente ho avuto bisogno prima di tutto di trovare un mio metodo e un mio linguaggio.

Considera che dei pezzi oltre a testi e melodia, ho curato anche gli arrangiamenti. Ovviamente come “mondo sonoro”, come direzione. Poi in studio è stato fatto il grosso di questo lavoro.

Ok Logic, ma in realtà, come dicevi prima, il tuo è un disco molto suonato e suonato “discretamente” data la platea di artisti che ne hanno fatto parte. Vai con i nomi, facci sognare.

Il merito va ovviamente a Cooper (Produttore del disco) con il quale abbiamo parlato tantissimo del disco, abbiamo razionalizzato quello che volevamo ed è stato lui a coinvolgere molti degli artisti.

In ordine cronologico diciamo.
Batterie: Fabio Rondanini e Teo marchese.
Basso: Ivo barbieri.
Basso, Synth, tastiere: Massimo Martellotta.
Adriano Viterbini ha suonato una 12 corde in un pezzo. Daniel Plentz. Stefano Verderi, Verano. E poi nel disco ci sarà anche un altro grande ospite…

L’ultima domanda è questa: la tua identità emerge chiara ascoltando il disco e dalle tue parole; se vuoi è qualcosa che va anche fuori da alcuni schemi che oggi sembrano doversi reiterare per forza. Quindi… fin dove è necessario concedere qualcosa per essere logicamente al passo coi tempi e quanto invece provare sempre e comunque a fare qualcosa di diverso e di proprio?

Sei sempre un po’ in bilico, quando provi a fare qualcosa di tuo che vuole allo stesso tempo cercare di essere nuovo, fuori dal coro ma anche fruibile.

Sarebbe stato facile, tra virgolette, fare una produzione un po’ in coda a cose che oggi vanno molto bene. Però sei sempre in coda. Segui qualcosa che è già successo. Meno facile è invece cercare di seguire il proprio istinto, la propria testa. Allo stesso tempo essere freschi, comprensibili e allo stesso tempo, entrare all’interno di una scena.

Che attenzione, mi interessa perché da una parte è necessario. Dall’altra parte però io ho un’idea ben precisa di cosa voglio. Alcune cose hanno necessità di una scena per vivere e per esistere, altre no. Hanno chiaro il proprio percorso ed io credo di sapere dove voglio andare.

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