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La norma svela uno dei fondamenti che saldano le due forze di governo: l’odio contro tutti gli altruisti.

Sommersi da un’ondata di proteste dal mondo del volontariato e della chiesa, è arrivata oggi per bocca di Di Maio la promessa di una marcia indietro sul raddoppio dell’IRES per tutte le no–profit. Solo una promessa, per ora, perché dopo aver perso mesi a giocare al muso duro con la Commissione europea ora il tempo per cambiare la manovra non c’è più, e il testo della legge deve passare così com’è. Le associazioni si fidino, i soldi non dovranno pagarli, sembra promettere il vicepremier.

La dichiara di Di Maio non è la prima in merito, e anche Salvini aveva concesso che quanto meno la norma fosse criticabile, ma senza andare oltre lo sbottare “se c’è qualcosa da migliorare lo faremo.” Quando? Ovviamente nessuno dei due ministri chiarisce, perché ammesso che la marcia indietro sia vera, è ancora tutto da decidere. Di nuovo.

Lunedì 24, arrivato il testo della vera legge di bilancio al Senato, era stato rapidamente scoperto come nelle pieghe della manovra fosse nascosto il raddoppio dell’IRES per tutte le organizzazioni senza fini di lucro. Si parla, in Italia, di 343432 no–profit, che muovono 812706 dipendenti — una realtà gigantesca e importante per il funzionamento del paese, ma che per il governo sarebbe sembrata solo un numero: 118 milioni in più, o “in meno,” da cercare, nel disperato tentativo di trovare finanziamenti per misure che si possano spacciare per quelle promesse in campagna elettorale. In realtà, si tratta di un attacco perfettamente inquadrabile nell’attività di governo di questi mesi — e proprio per questo la marcia indietro di queste ore risulta poco credibile. Non solo i conti appena arrivati alla Camera sono stati raggiunti a fatica, ma non si tratta in nessun modo di una decisione imprevista da parte del governo.

Il terzo settore, oltre ai dipendenti, muove più di 5 milioni di volontari, che regalano almeno 3 ore alla settimana — senza contare le emergenze per terremoti e alluvioni. A valutarle solo 10 euro l’ora, scrive Gian Antonio Stella sul Corriere, raggiungerebbero un valore totale di 8 miliardi e mezzo l’anno.

Il dimezzamento dell’IRES sul volontariato è una norma dalla lunga data che risale al 1973, e riguarda non solo la CEI come hanno caritatevolmente titolato alcuni giornali, ma tutti gli istituti di assistenza sociale, le società di mutuo soccorso, gli enti ospedalieri, di assistenza e beneficenza, le accademie e gli istituti autonomi per le case popolari.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Angela Marchisio, co–fondatrice dell’associazione NoWalls, che ha definito la norma “triste:”  “È triste pensare che il governo abbia visto in associazioni che raccolgono fondi per chi ne ha bisogno solo un’occasione per fare cassa. Perché in realtà le cifre che si prevedono di raccogliere, buttate nel calderone dell’economia di governo sono quattro soldi — è invece tantissimo nelle mani dell’associazionismo che raccoglie con fatica e quindi investe con oculatezza. Noi siamo una piccola associazione, per cui non verremo colpiti, ma ci sono associazioni che raccolgono per offrire servizio che semplicemente lo stato non offre. E ci sono categorie di persone che riescono a raggiungere una vita decorosa, o anche semplicemente dei momenti di svago e piacevolezza solo grazie ad associazioni.”

La decisione di raddoppiare l’IRES sulle no–profit e il modo con cui la norma è apparsa in manovra costituiscono due modelli perfetti del modo di governare della coalizione Lega–M5S.

Innanzitutto, si tratta di una norma che non sarebbe mai sopravvissuta al confronto parlamentare. Non solo per l’influenza della chiesa nella politica, ma per la vicinanza di tantissimi politici, perfino nel centrodestra, con realtà del terzo settore. Una norma come questa può passare, anche ora che è nota, solo grazie all’offuscamento delle responsabilità che avviene bypassando le Camere. Chi sarebbe pronto pubblicamente a difendere una norma come questa? Nessuno. Ma nella furia di passare una legge di bilancio all’ultimo minuto, dopo aver passato letteralmente mesi a fingere di contrattare con l’Unione Europea, si può fare questo e altro. In questo senso, rappresenta forse il più grande successo finora della truffa della “democrazia diretta” vantata dal Movimento 5 Stelle, che sostituisce al ruolo del parlamento quello di un forum privato, senza però riconoscerne nessuna autorità. Nel contesto dell’attività di questo governo — ammesso che poi la tassa venga di nuovo dimezzata l’anno prossimo — l’unica speranza contro improvvisi incattivimenti del governo è creare il caso mediatico, senza il quale sembra essere impossibile sperare in qualsiasi funzionamento di garanzia da parte delle Camere.

La decisione conferma inoltre una delle idee che più saldano le due forze di questo governo — non solo il “banale” razzismo, ma una diffidenza radicale verso chiunque non mostri di avere un secondo fine: per i comunicatori del governo nessuno può essere altruista, perché tutti devono sentirsi sempre soli e indifesi. Solo così lo stato può giustificare la propria continua crudeltà verso altri indifesi, e solo così i due partiti di governo hanno una speranza di protrarre il proprio rapporto messianico con i propri sostenitori fedeli ora che sono al potere. La retorica dei cittadini onesti–contro–tutti del Movimento 5 Stelle e la virulenza della Lega verso chi non ritiene che i migranti debbano annegare tutti si sono così fuse perfettamente.

Il bombardamento della retorica individualista del governo danneggia le no–profit in più di un modo. Marchisio la chiama “educazione all’inciviltà:” e gli effetti sono già misurabili — “Nell’ultimo anno anche tra persone che conosco, ho trovato molta più difficoltà nel raccogliere donazioni,” ci racconta.

L’aggressione del terzo settore è più che una semplice operazione per tentare maldestramente di far quadrare i conti. È una precisa aggressione alle strutture che garantiscono maggiore solidità del tessuto sociale, che permettono ai cittadini non solo di trovare soccorso ma di aiutare il prossimo. Meccanismi che sono incompatibili con il nuovo impianto morale del governo, quello che riconosce la fatica solo se individualista, quella magari di un uomo che paga i propri lavoratori in nero per far quadrare i conti di un’azienda di famiglia che doveva essere chiusa da anni, ma certamente non di chi alla sera va a servire un pasto caldo a perfetti sconosciuti, o, peggio ancora, che addirittura salpa in mare per salvar loro la vita.

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