La lotta alla mafia dell’ultimo Dalla Chiesa, raccontata a fumetti

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Matteo Ludiano e Davide Bonfanti sono gli autori di Carlo Alberto Dalla Chiesa, una graphic novel edita per BeccoGiallo con cui raccontano appunto l’ultimo periodo di vita del generale Carlo Alberto dalla Chiesa come prefetto di Palermo, prima del suo omicidio il 3 settembre del 1982.

Entrambi diplomati alla Scuola del fumetto di Milano, Laudiano e Bonfanti ci hanno spiegato cosa significa imbastire una graphic novel su una figura centrale di un tema mai abbastanza affrontato, la lotta alla mafia.

Matteo, come ti sei approcciato a un personaggio conosciuto più di nome che di fatto eppure chiave?

Laudiano: Ho scelto di raccontare la vita di Carlo Alberto dalla Chiesa anche perché mi sento legato a tutto ciò che riguarda l’antimafia da quando, in quinta liceo, ho fatto una gita scolastica in Sicilia guidata da volontari di Addiopizzo. Tuttavia, se i miei interessi mi hanno consentito di apprendere in che modo, ad esempio, un giornalista o un magistrato possono combattere la mafia, prima di affrontare quest’opera non potevo dire lo stesso circa il ruolo di prefetto. Immaginavo quindi che lavorandoci avrei aggiunto un nuovo tassello alle mie conoscenze.

Che ruolo hanno avuto le fonti e soprattutto l’intervista di Bocca nella tua sceneggiatura?

Laudiano: Essenziale. Basti pensare che i dialoghi sono tutti fondati sulla documentazione che ho studiato in fase di progettazione. Per esempio, mi sono servito molto dell’intervista realizzata da Giorgio Bocca: quando l’ho letta, ho capito immediatamente che mi sarebbe stata utilissima, a livello di sceneggiatura, come aggancio per raccontare, senza forzature, anche vicende antecedenti all’incontro tra il giornalista e dalla Chiesa. Tra l’altro, mi ha colpito la data in cui è stata pubblicata, il 10 agosto 1982; dalla Chiesa è stato ucciso il 3 settembre dello stesso anno. Mentre loro parlavano forse si stava già pianificando l’uccisione del generale, il contenuto di quell’intervista è potente anche e soprattutto per il momento in cui è stata fatta.

Davide, c’è un continuo salto temporale nel racconto. A livello di disegno come hai reso fisicamente questo salto?

Bonfanti: Attraverso la differenza di stile. Tendenzialmente si alternano matita e china, nera o colorata. In questo caso abbiamo scelto di non colorare, il bianco e nero rende di per sé, rimanda allo “storico,” anche al poliziesco volendo, conferisce drammaticitá. Perció abbiamo deciso di non contaminare troppo l’immagine e inserire nei flashback un colore che avesse una valenza simbolica, il verde della speranza e della sua divisa.

Attraverso quali passaggi hai studiato i personaggi, principali e non, per poterli rendere graficamente?

Bonfanti: In generale per me è importante impossessarmi della psicologia del personaggio, visto che poi devo farlo recitare. In questo caso è stato interessante perché, se si fosse trattato di un supereroe, per tratteggiarlo sarei partito da uno stereotipo. Dalla Chiesa invece era un essere umano reale e la sua riproduzione doveva perciò essere realistica, fedele. Ci sono momenti in cui parla in pubblico o con Bocca e ha un’impostazione militare, ma anche momenti in cui è pensieroso, riflessivo, addirittura, non certo senza ragione, impaurito. Nel caso del discorso ai ragazzi della scuola superiore, si fa veicolo di speranza e insieme resta il generale lucido che mette in conto la fine che può fare. Tutte queste sfumature devono vedersi per rendere realistica e non piatta e stereotipata la recitazione.

Lo conoscevi come figura pubblica?

Bonfanti: Lo conoscevo in maniera superficiale. Avevo conosciuto la figura di Borsellino tramite degli incontri fatti sia alle elementari sia alle medie con Rita Borsellino e nonostante avessi il “tema mafia” a cuore, non avevo mai approfondito la figura di dalla Chiesa. È stato interessante rendersi conto come, con il suo approccio, fosse stato un precursore del modo di condurre la lotta alla mafia negli anni seguenti. Capisci che dalla Chiesa è entrato nella psicologia dei cittadini, come diceva essere necessario fare.

Dall’intervista si evince da parte del generale un certo ottimismo, pur restando cosciente dei rischi e della situazione.

Laudiano: “Credere” era per lui una parola fondamentale e aveva trasmesso fiducia a molte persone. Il giorno del suo funerale qualcuno ha fissato un cartello, nella via dove è stato ucciso, recante la scritta “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Si sperava che il Generale di ferro potesse davvero fare arretrare la mafia.

Dalla Chiesa era riuscito a infondere speranza attraverso un raffinato lavoro di tipo psicologico, che ha poi influenzato i movimenti antimafia, nati solo successivamente. Per esempio nel libro raccontiamo di quando il prefetto fece un giro al mercato ittico, notoriamente luogo di mafia, senza scorta. Ecco, in quel momento stava cercando di diffondere un messaggio, invitando a non avere paura e sfidando la status quo.

Come hai scelto i passaggi salienti della sua vita che hai poi messo in evidenza

Laudiano:Nell’approcciarsi alla realizzazione di una biografia a fumetti bisogna scordarsi di poter mostrare tutto. Nella nona arte la sintesi è fondamentale. Spesso le vite sono lunghe e per certi versi noiose, bisogna saper scegliere momenti salienti; l’obiettivo è raccontare chi è il protagonista, ciò che ha compiuto di importante e cosa lo ha motivato a farlo.

Immagino sia stato determinante anche il rapporto con Nando dalla Chiesa.

Laudiano: Sono convinto che quando si lavora su un fumetto biografico, sia necessario interfacciarsi con gli eredi. In questo caso ho potuto dialogare, in fase di soggetto e sceneggiatura, con il professor Nando dalla Chiesa, che è stato gentilissimo e di enorme aiuto: ha letto il mio lavoro vignetta per vignetta dandomi consigli minuziosi. Ciò può riflettersi anche in dettagli: per esempio, ho potuto stabilire con più cognizione di causa quando far indossare la divisa al Generale e quando, invece, indicare a Davide di rappresentarlo in borghese. Sembra banale e si tratta di particolari che spesso passano inosservati, ma solo quando vengono ben studiati; se qualcosa stride, invece, salta subito all’occhio.

In qualche modo la tua esperienza nell’antimafia è stata una base?

Laudiano:Trovarsi a scrivere una storia simile senza vivere sulla propria pelle l’antimafia sarebbe stato certamente diverso. Direi che è stato importante soprattutto per capire cosa significa, per una persona qualunque, avere a cuore la lotta alla criminalità organizzata. In altre parole, questo bagaglio mi ha aiutato a immedesimarmi nei cittadini che vedevano in dalla Chiesa un punto di riferimento importante.

Cosa avete riscontrato come difficile nel rendere e far recitare i personaggi di questa graphic novel?

Bonfanti: Un punto che è stato importante da considerare, è proprio la delicatezza con cui trattare questi personaggi. Questo libro tocca insieme temi di politica, societá e un certo orgoglio nazionale. La bravura di Matteo si vede nel toccare temi cosí importanti, senza essere offensivo. Non è una storia che fa venire in mente per prima la parola “delicatezza”, eppure è un termine essenziale da tenere a mente, in fase di realizzazione, per capire come trasmettere il messaggio efficacemente.

Laudiano: Mi sono trovato a dover inscenare molti dialoghi: interessantissimi, intendiamoci, tuttavia il materiale era costituito, spesso, da persone che parlano e questo crea difficoltà essendo il fumetto narrazione per immagini. Per fortuna ci sono espedienti che permettono di rendere più dinamica una conversazione, escamotage che tamponano il rischio di vedere ripetute troppe volte le stesse inquadrature. Ho inframezzato i dialoghi con momenti di azione e movimentato le scene in cui i personaggi conversano attraverso altri tipi di accorgimenti, più sottili: fargli bere un caffè, farli gesticolare, farli passeggiare. L’obiettivo è stimolare il lettore a proseguire nel racconto, cosa non banale.

Effettivamente leggendo il soggetto ho pensato al lavoro titanico del disegnatore per non rendere ripetitivo un personaggio che può apparire statico.

Bonfanti: È stato difficile. Per esempio nella scena del discorso che ha tenuto nella scuola, si trova in palestra e ho dovuto gestire cinque o sei pagine in cui parla e basta.

Abbiamo dato fondo alla tecnica cinematografica, facendo campo e controcampo, soggettiva di lui, soggettiva degli studenti. Ogni inquadratura ha poi un proprio tono e una propria emozione, devi saper giocare, per esempio, sull’espressione di un ragazzo, magari inquadrandolo da vicino. Quando abbiamo “seguito” con una videocamera immaginaria il generale in giro per la cittá, abbiamo aperto sul panorama, insomma serve inventiva.

Laudiano: Il lavoro dell’autore non si esaurisce con la consegna della sceneggiatura all’editore. Quando il rapporto tra sceneggiatore e disegnatore funziona, ci si confronta e insieme si perfeziona l’opera. Ci sono disegnatori che stravolgono il lavoro dell’autore e altri che seguono meccanicamente le direttive dello sceneggiatore, senza esporre il proprio punto di vista, che invece è sempre utile ai fini della riuscita finale. Il nostro rapporto equilibrato ha permesso uno scambio reale.

Immagino sia importante l’aderenza alla realtà anche dei minimi dettagli.

Laudiano: Per ricostruire un periodo storico, si possono sfruttare diversi strumenti. A livello di sceneggiatura ho potuto inserire nella narrazione dialoghi in cui dalla Chiesa commenta un determinato evento, come l’assassinio di Pio La Torre o quello di Piersanti Mattarella. Anche mostrare nell’inquadratura automobili d’epoca, è utile per far “respirare“ al lettore il periodo storico. Il lettore non dovrebbe mai percepire incoerenze, perché non appena nota un elemento fuori posto, l’incantesimo si spezza. Sul piano dei dialoghi, inoltre, espressioni e termini dialettali sono utili per permettere a chi legge di immergersi nel contesto.

Bonfanti: Grazie all’accessibilitá agli atti processuali, la scena dell’uccisione, è storicamente accurata. Uno dei sicari ha descritto ai magistrati persino come era seduto chi ha sparato. Saperlo aiuta a rendere il tutto realistico, a non far cadere la tensione, come spesso succede in molte fiction italiane. Un tiratore esperto non spara in movimento, in questo caso l’assassino era giá seduto con il mitra in mano, pronto a scaricarlo.

Laudiano: Leggendo e rileggendo l’intervista di Bocca, ho notato particolari interessanti per la narrazione. A un certo punto dalla Chiesa e Bocca si recano a pranzo in un ristorante in piazza Marina, a Palermo. Grazie a questo dettaglio ho avuto la possibilità di movimentare il dialogo senza alterare gli eventi.
Tra l’altro, il racconto di Bocca consente di percepire vividamente la condizione di profondo isolamento in cui si trovava il prefetto. Le uniche persone che il cronista ha notato al suo arrivo in prefettura, oltre al generale, sono due guardie all’ingresso e un segretario. È spiazzante che il prefetto di una cittá come Palermo non fosse ben protetto, che fosse anzi da solo all’interno dell’istituzione che rappresentava. Per trasmettere questo senso di solitudine ho utilizzato inquadrature che mostrano ambienti ampi, ma vuoti.

Cosa vi ha colpito di piú di tutto quello che è emerso da questo lavoro, durato un anno abbondante?

Bonfanti: Sicuramente il fatto che in dalla Chiesa la deontologia professionale e la parola data superassero di gran lunga l’interesse per la carriera e per il mantenimento del potere. Visti i recenti chiari di luna, non è affatto scontato, come già non lo era all’epoca.

Laudiano: Nando dalla Chiesa, nel libro Delitto Imperfetto, parla di un incontro tra dalla Chiesa e Giulio Andreotti, soffermandosi sul momento in cui il primo dice al secondo che non avrebbe avuto riguardi nei confronti dei suoi elettori in Sicilia. Di recente Scarpinato, procuratore generale di Palermo, ascoltato dalla Commissione Parlamentare Antimafia, ha dichiarato che l’ordine di eliminare dalla Chiesa arrivò dal deputato democristiano, vicino alla massoneria e andreottiano, Francesco Cosentino.
La grande forza di dalla Chiesa è stata quella di riuscire a infondere speranza nelle persone, fatto non scontato in generale e ancor meno scontato nella Palermo di quegli anni. La mafia è sempre più radicata, in tutto il Paese, e la lotta spesso non viene condotta in modo adeguato. Spesso accade che si conviva con il male e così facendo lo si legittima. Dalla Chiesa da questo punto di vista è un esempio prezioso: la sua figura incarna un senso civico e un ethos incrollabili. Non è mai sceso a compromessi. Ha svolto il suo lavoro fino in fondo, perché era l’unico modo in cui riteneva giusto e possibile farlo.

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