foto di Marta Clinco

Con Davide e Alessandro di Linearetta siamo stati a Granja Farm, un’azienda agricola di lotta che produce vino all’interno del cantiere TAV di Chiomonte.

Le grandi opere spesso vengono contestate per buoni motivi. L’esempio più chiaro in Italia, nell’ultimo quarto di secolo, è stata la TAV, il treno ad alta velocità: in particolare il tratto che avrebbe dovuto collegare — e forse collegherà — Torino a Lione, attraverso la val di Susa. Dalla fine degli anni ’90 un largo movimento popolare ha dato vita a proteste, manifestazioni, atti di sabotaggio e di resistenza diffusa verso un’opera percepita non solo come imposta dall’alto, ma inutile e dannosa.

La risposta dello stato è stata dura e, in molti casi, violenta e repressiva. Vari attivisti sono stati arrestati durante e dopo scontri tra manifestanti e polizia — come quelli del 3 luglio 2011, in cui vennero feriti più di 300 tra poliziotti e manifestanti, e fermate cinque persone. Inoltre, fatto particolarmente rilevante per chi vive nella valle, l’area del cantiere a Chiomonte è stata recintata, diventando una piccola fortificazione: barriere di cemento, filo spinato e checkpoint della polizia.

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È proprio dentro questo fortino che si trovano alcune vigne recuperate dai ragazzi di Granja Farm, un’azienda agricola biologica fondata da Luca Barbich che nasce direttamente dalla lotta No TAV, e che adesso è al suo secondo anno di produzione commerciale. Siamo andati sul posto per capire com’è fare il vino in quella che è, di fatto, una zona militarizzata.

La vigna si trova proprio al di là di un checkpoint, assortito con ogni tipo di barriera di cemento e acciaio — tanto da sembrare assurdo.

Un ufficiale dei carabinieri, che non sembra avere granché da fare, ci chiede i documenti: gli diciamo che siamo qui per “vendemmiare con Luca” e, dopo un breve controllo, ci lascia andare. Finalmente riusciamo a entrare nella vigna.

Dentro il perimetro del cantiere, il panorama è del tutto simile a quello esterno — è quasi una sorpresa, dopo tutte queste fortificazioni. Ci viene incontro M, uno dei collaboratori di Luca: quando arriviamo stanno procedendo a pieno regime le operazioni di vendemmia. “Nella vigna c’è un po’ di uva di tutti i tipi,” ci racconta M, mentre ci addentriamo tra i tralci, “perché erano tutte vigne di consumo domestico. Si prendeva uva tutta diversa, con diversi gradi di maturazione, e alla fine ne risultava un vino molto ricco.”

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Il prodotto principale di Granja Farm è il Black Rebel, prodotto con uve barbera, avanà e biquet. Lo si può degustare, sempre, da Linearetta.

Il presupposto da cui nasce Granja Farm è che questi sono terreni abbandonati: in parte per il cantiere TAV, ma non solo. La montagna, infatti, si sta spopolando da generazioni, e spesso per raggiungere le vigne bisogna inerpicarsi per centinaia di metri sui versanti alpini. Gli anziani smettono progressivamente di curarle e non ci sono più giovani a garantire un ricambio generazionale.

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Granja Farm sta provando a portare avanti un modello biologico e sostenibile che riesca ad ottenere frutti da un terreno che, di fatto, è ancora ottimo. “Facciamo pochi trattamenti,” ci spiega M. “Quest’anno non abbiamo superato i 5-6 trattamenti a vigna. Anche perché qua contiamo su freddo, vento, fattori che tengono a bada molti parassiti.” L’età dei vigneti è mista — la vite è una delle piante domestiche potenzialmente più longeve, che raggiunge la massima qualità dei propri frutti dopo i 30 anni di vita. “Ci sono piante sopra i 60 anni e altre sui 20,” continua a spiegarci M.

“Quest’anno è stata abbastanza dura, nonostante il successo del primo vino: è stata un’annata difficile a causa delle piogge.”

Fare agricoltura biologica come i ragazzi di Granja, infatti, ha i suoi lati difficili: se da un lato si è più in armonia col territorio e si porta avanti una politica di sviluppo più sostenibile per le persone e per l’ambiente, dall’altro si hanno meno armi a propria disposizione per combattere le varie avversità che insidiano le piante — e la vite è una pianta piuttosto delicata.

dsc_0704“C’è un problema di mal dell’esca e altre malattie. Alcuni anziani del posto ci hanno suggerito di andarci a prendere i portainnesti dispersi qua nel bosco, che si è mangiato alcuni vigneti, che risalgono agli anni ‘50. Visto che abbiamo recuperato anche alcune piante un po’ malate dobbiamo stare molto attenti durante il taglio — ad esempio, sterilizzando le cesoie dopo ogni singolo uso. È uno sbattimento, che non si potrebbe fare in un contesto di viticoltura intensiva. Bisogna tenere una pompetta sotto il braccio, che schiacci e spruzza una gocciolina di sali quaternari di ammonio.”

M. è arrivato a lavorare a Granja Farm tramite il sistema del woofing. “Sono a lavorare in vigna da quest’estate, ma non è la prima volta che vengo in valle. Sono livornese ma ho vissuto a Roma 12 anni, nel Lazio faccio il potatore,” ci racconta M. “Sono venuto per la lotta notav, venivo spesso quassù, e tutti mi parlavano tutti di questo tizio un po’ matto, e visto che sapevano che mi occupavo di vino mi hanno detto di andarlo a conoscere.”

Il tizio un po’ matto è Luca Barbich, il fondatore di Granja Farm, che ci raggiunge alla vigna intorno all’ora di pranzo a bordo di un pick-up. Da giovane era immerso nella cultura rave, e si manteneva andando in giro col suo camion su cui era montato un gigantesco impianto di amplificazione — poi ha scelto di fare il viticoltore. Come il suo collaboratore, Luca ha raggiunto la Val di Susa tramite la lotta No TAV.

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Mentre andiamo verso il pranzo, ci facciamo raccontare qualcosa di più del vino e di cosa ne pensano gli abitanti della valle della loro attività biologica. “Diciamo che il popolo è contento: tutti i vecchietti e chi vinifica a Chiomonte approva il nostro vino. Chi lo fa per professione da vari anni invece è più scettico, ti guarda un po’ con un sorriso,” sostiene Luca. “Io ho imparato tutto da qualche anziano del posto, partendo dal presupposto di non utilizzare la chimica. L’anno scorso è il primo anno che abbiamo imbottigliato — e il mese scorso abbiamo imbottigliato tutto il 2017.”

Per pranzo è stato organizzato un lungo tavolo a cui vengono a trovarci alcuni abitanti del posto — la maggior parte, con nostra sorpresa, anziani.

“Tommaso ha delle vigne a Bussoleno, ci ha insegnato a potare e fare un sacco di cose. Gildo invece aveva delle vigne ma non aveva voglia di lavorare,” sorridono Luca e M. La maggior parte di chi collabora qui è arrivato, come M, tramite woofing. C’è un quarantenne ligure che fa il cuoco sulla Riviera, a Montecarlo, e ha deciso di fare la stagione della vendemmia alla fine della stagione balneare. C’è Mamadou, un ragazzo del Gambia che ha provato a passare il colle della Scala insieme ad altri quattro compagni — ma all’ultimo momento, lui ha deciso di fermarsi in Val di Susa, dove ha vissuto negli ultimi sei mesi.

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Durante il pranzo — durante tutta la giornata — il largo appezzamento di valle dentro il cantiere è sorvegliato da agenti in borghese, posteggiati in un parcheggio che si potrebbe dire in posizione strategica, dal quale è possibile vedere una buona fetta della vendemmia e di quanto accade nella zona.

“Il ministero dell’Interno paga 90.000 euro al giorno per difendere questo posto,” ci racconta M. “Quando stanno qua è come stare in guerra a Mogadiscio o Kabul, gli agenti hanno un più a livello economico. Oggi no, ma in genere c’è sempre la camionetta. A parte questo, quando vengono qua sono belli tranquilli, stanno lì a giocare a carte — però il mese scorso, ad esempio, ci hanno fatto un sacco di problemi per entrare in vigna.”

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L’area recintata per il cantiere, già molto estesa, nei piani di costruzione andrebbe estesa ancora. Da dov’è la vigna, per raggiungere il foro di trivellazione, bisogna oltrepassare un crinale e raggiungere la località Clarea. “Io sto qua da sei mesi e ho sentito la trivella una sola volta,” ci racconta M, “e si sente forte. È venuto un europarlamentare e quindi era un’occasione speciale, diciamo.”

Dopo pranzo è il momento della visita alla vera e propria cantina, di proprietà del chiomontino Andrea Turrio. Per raggiungerla bisogna inerpicarsi ancora più in profondità nell’area recintata del cantiere, fino a raggiungere il museo etnografico della Maddalena — teatro di alcuni tra gli scontri più duri tra polizia e attivisti no tav. La cantina si trova proprio dietro il museo, ed è letteralmente circondata da jersey di cemento, reti metalliche e fortificazioni di vario tipo — del resto il vino è un bene prezioso.

“In realtà questa era la cantina di una cooperativa,” ci racconta Luca. “Quando si è sciolta è rimasto l’ultimo socio. Nel contratto fondativo della cooperativa c’era scritto che la cantina fosse in uso a tutti, quindi la usiamo anche noi.” Inoltre, i locali sono enormi:” usarla da soli non avrebbe senso.” Ci sono un sacco di botti, la linea di etichettatura e altri locali che non si usano. Tutte le vigne intorno alla cantina, come molte altre della valle, sono state piantate vent’anni fa col progetto vigne della comunità montana. Oggi la comunità montana non esiste più: è passato tutto al comune di Chiomonte, che emetterà un nuovo bando per l’uso della cantina. “Speriamo di continuare ad usarla: l’idea era di mettere una clausola che chiunque la prenda debba vinificare anche per terzi.”

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Dopo la visita alla cantina, decidiamo che anche noi e i ragazzi di Linearetta vogliamo provare a entrare in vigna a raccogliere l’uva per la vendemmia — un po’ per sdebitarci del pranzo, un po’ perché siamo a nostro agio. Raccogliamo una cassetta di uva a testa — “non puoi dire che hai fatto vendemmia se non ne raccogli almeno venti,” ci ammonisce M, — e siamo pronti per tornare a Milano. Lasciamo Luca promettendo di rivederci giovedì 29 novembre, quando a Linearetta si potranno gustare i prodotti di Granja Farm — in particolare, la nuova annata di Red Rebel, prodotto proprio nella vigna che abbiamo appena finito di vendemmiare.

contenuto sponsorizzato da Linearetta

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