Un nuovo studio ha misurato che i supereroi protagonisti dei film commettono in realtà più atti di violenza dei loro antagonisti.

È difficilissimo pensare a grandi opere di fiction, capolavori, senza trovarsi di fronte a opere gonfie di violenza, scontro, orrore. Il conflitto, sia interiore o fisico, è quello che rende una narrativa interessante. Il colore viola e Il buio oltre la siepe sono testi fondamentali, e testi che vengono spesso consigliati anche a lettori adolescenti, ma che non funzionano, semplicemente, senza affrontare il tema della violenza sessuale. La violenza è parte della realtà, e moltissime narrative ha bisogno della violenza per essere realistica.

Questo è un dato assodato, ma che non risolve il problema più ampio e complesso della contemporanea estetizzazione della violenza, in particolare nella fiction per un pubblico di giovani e giovanissimi.

Un nuovo studio pubblicato dall’American Academy of Pediatrics, realizzato guardando dieci film di supereroi pubblicati tra il 2015 e il 2016 (cosa non si fa per la scienza), ha misurato che i supereroi protagonisti dei film commettono in realtà più atti di violenza dei loro antagonisti: rispettivamente, 23 aggressioni per ora, in media, rispetto ad una media di 18 da parte dei “cattivi.”

Si tratta di dato narrativamente semplicissimo da spiegare: essendo film d’azione per un pubblico giovane, la violenza da parte dei protagonisti è considerata come galvanizzante, emozionante, inevitabilmente buona. Al contrario, la minaccia e la minacciosità degli antagonisti va necessariamente limitata, ed è in larga parte implicata, o lasciata nel sottotesto. Il primo Avengers mette in scena uno scontro colossale tra il supergruppo e un’invasione aliena: ma ai mostri è concesso unicamente di urlare in camera, e saltuariamente distruggere un palazzo. Molto meglio vederli fatti a pezzi dai nostri eroi, tanto sono brutti e urlano, che tipo di empatia possiamo sviluppare per loro? Nessuna.

Lo stesso studio misura che i personaggi maschili sono quelli responsabili in larga parte per la superviolenza: con 34 atti di violenza per ora rispetto alle “sole’ 7 dei personaggi femminile.

Qualche numero—

Nei dieci film gli “eroi” sono stati responsabili di:

  • 1021 atti di combattimento;
  • 659 usi di armi letali;
  • 199 casi di distruzioni di proprietà;
  • 168 omicidi;
  • 144 scene di bullismo, intimidazione e tortura.

In nessuno di questi campi gli antagonisti riescono a superare i supereroi. Sì, anche uso di armi letali: i “cattivi“ le usano 599 volte, nei film presi in esame, più di un decimo in meno rispetto agli eroi.

L’autore dell’abstract, Robert Olympia, suggerisce ai professionisti della pediatria di informare le famiglie sulla quantità di violenza presente nel genere e dei rischi a cui i bambini potrebbero esporsi cercando di emulare i propri eroi.

Sono stati tantissimi gli studi in questi anni che hanno cercato di collegare i livelli di violenza rappresentata nei media con quella nella società — studi che vengono solitamente accolti con allarmismo o minimizzando, ma mai con serietà. Tra i tanti studi, il più adatto a commentare la situazione è il secondo volume di Television Violence: Content, Context, and Consequences, del ricercatore e attivista Joel Federman, in cui si sottolinea quanto sia grave la giustapposizione tra violenza e contesto umoristico, diventato vero e proprio marchio di fabbrica dei film supereroistici Marvel. Questa giustapposizione “è di particolare preoccupazione per gli effetti che può avere a lungo termine,” in quanto prelude a una maggiore tolleranza — si potrebbe dire assuefazione — alla violenza effettiva.

Queste osservazioni vanno contestualizzate pensando al luogo di concezione e produzione di questi prodotti di intrattenimento — gli Stati Uniti d’America. È noto come la violenza, negli USA, sia sistemica. Quest’anno, in 312 giorni, ci sono state 311 sparatorie di massa. Circa il 50% di privati cittadini in possesso di armi da fuoco nel mondo risiede negli Stati Uniti, e i grandi interessi della lobby delle armi — la NRA — rendono molto difficile, se non impossibile, proporre una seria revisione delle leggi e anche delle consuetudini statunitensi, nonostante negli ultimi anni si sia acceso un dibattito quasi obbligato a riguardo.

I fumetti — da cui i personaggi di questi film sono tratti — sono stati colpiti da studi e critiche simili per anni, ma recenti studi hanno ampiamente rivalutato il mezzo, caratterizzandolo come un ottimo strumento educativo che inizia alla lettura di testi più complessi. In particolare, è un medium che — strutturalmente — predilige storie dialogiche rispetto a scene d’azione, che sono sì narrativamente presentate come risolutive, al termine di un volume o di una saga, ma che per necessità di mancanza di elemento cinetico — in parole povere: un fumetto non scorre — non sono ingrediente principale dell’intrattenimento.

Fuori dall’accademia, è proprio sulle pagine di storie a fumetti che si possono leggere alcuni degli esempi di autocritica sull’uso della violenza nelle narrativa supereroistica. Il primo volume di “Ms. Marvel,” di G. Willow Wilson e Adrian Alphona, è forse l’esempio contemporaneo più maturo di decostruzione della figura supereroistica e della violenza del genere. Nel settimo numero, in una conversazione con il navigato Wolverine, si legge una difesa spassionata della violenza degli eroi: “Il dolore deve andare da qualche parte,” spiega Logan. Ma la protagonista della serie, Kamala Khan, eroina liceale e pakistana, non è affatto impressionata da questa dimostrazione di machismo pragmatico dell’ X–Man. La violenza nei fumetti — dopo l’indigestione degli anni Ottanta e Novanta, nella costante cavalcata di film comici ultraviolenti — non è più realistica, è solo ottusa.

 

— FIN —