Poco prima di essere condannato a 12 anni, l’attentatore di Macerata ha provato a dimostrare di essersi pentito. Ma la sua dichiarazione è piena di contraddizioni.

Ieri si è svolta l’udienza conclusiva del processo di primo grado a Luca Traini, il responsabile della tentata strage dello scorso 3 febbraio a Macerata. Per lui, che dalla propria auto aveva aperto il fuoco contro sei passanti di colore, per poi consegnarsi alla polizia avvolto in un tricolore e facendo il saluto romano, l’accusa ha chiesto e ottenuto 12 anni di reclusione per strage, porto abusivo d’armi e danneggiamenti, con l’aggravante dell’odio razziale.

La novità di ieri, oltre alla condanna, è che Traini ha voluto leggere una dichiarazione spontanea, scritta in stampatello su cinque fogli di quaderno, in cui per la prima volta si è dichiarato pentito per le proprie azioni. Nei giorni successivi all’attentato la musica era un po’ diversa: Traini aveva dichiarato sotto interrogatorio che “tutti i neri sono spacciatori” e di aver pensato che “se nessuno fa nulla contro questa gente lo faccio io, li faccio fuori tutti.” L’unico rammarico l’aveva espresso per aver colpito una ragazza — Jennifer Otiotio, nigeriana di 25 anni, in seguito bersaglio di una valanga di commenti razzisti per la propria richiesta di risarcimento.

L’ex candidato leghista sembrava trovarsi perfettamente a proprio agio nel ruolo di “giustiziere” bianco contro i crimini degli immigrati, ruolo per cui ha incassato una quantità preoccupante di messaggi di solidarietà già nelle prime ore successive alla tentata strage, oltre alla giustificazione più o meno diretta della maggior parte delle forze politiche in piena campagna elettorale — da Forza Nuova che si offriva di pagare le sue spese legali, all’allora ministro Minniti che dichiarava di aver “fermato gli sbarchi perché aveva previsto Traini” (come a dire: sono gli “sbarchi” ad aver creato Traini –> la colpa è delle vittime)

Lo striscione appeso a Ponte MIlvio in supporto a Luca Traini all’indomani della tentata strage

Lo striscione appeso a Ponte MIlvio in supporto a Luca Traini all’indomani della tentata strage

A maggio, la madre di Pamela Mastropietro accoglieva volentieri, senza “nessun imbarazzo,” la corona di fiori inviata da Traini per i funerali della diciottenne, un altro gesto dal forte impatto mediatico per rinforzare quest’immagine di “neofascista dal cuore d’oro,” che ha sparato (contro delle persone innocenti, ma poco importa) solo per vendetta e sete di giustizia — un’immagine accreditata e rafforzata da molte ricostruzioni giornalistiche inclini al patetico e poco propense a riconoscere la natura chiaramente razzista e fascista dell’attentato.

Poi, a quanto pare, qualcosa è cambiato: “Dopo 8 mesi di detensione [sic] ho constatato che il male è insito nell’uomo, a prescindere dal colore della sua pelle,” scrive Traini nella sua dichiarazione, riportata per intero da Repubblica. Una folgorazione improvvisa? Una maturazione spirituale? Un pentimento sincero? O una ritrattazione di comodo, magari suggerita dal suo avvocato, per intenerire la corte last minute e sperare almeno in una sentenza d’appello più morbida? Non lo possiamo sapere con certezza, ma vale la pena rileggere due o tre volte questo testo per trarne alcune considerazioni.

1—La dichiarazione di Traini è contraddittoria

Traini, a cui è stata riconosciuta piena capacità di intendere e di volere, esordisce dicendo di non voler “eludere o minimizzare” le proprie responsabilità. Dopodiché, procede a fare esattamente questo: giustificarsi, attribuendo il proprio gesto a tutto fuorché alle proprie personali convinzioni. In particolare, Traini dà la colpa ai “problemi familiari,” che non gli hanno consentito “una crescita armonica e serena,” e alla tossicodipendenza della fidanzata. In secondo luogo, alle notizie di cronaca nera, che gli avrebbero fatto scattare l’imperativo di “dover agire.” Una causa interna, dunque — il “malessere interiore” — e una esterna, che fa in qualche modo da catalizzatore.

L’approdo logico, ovviamente, è negare le accuse di razzismo: “Ad oggi posso affermare dal profondo del mio animo che questo termine non mi è mai appartenuto,” scrive Traini, salvo contraddirsi alla riga immediatamente successiva, in cui afferma di aver “constatato” solo dopo otto mesi di prigionia che “il male” non deriva dal colore della pelle. Quindi prima di essere arrestato lo pensava, giusto?

2—Nemmeno i fascisti sanno difendere le proprie idee

Questa contraddizione così palese sfuggita dalla penna del terrorista è significativa, e si può leggere come parte di un fenomeno più ampio che riguarda da vicino tutte le destre post-fasciste — nell’accezione che dà a questo termine lo storico Enzo Traverso: l’occultamento sistematico della propria matrice ideologica. A parte le frange più estreme e minoritarie — come in Italia CasaPound e Forza Nuova — nessuno dei partiti nazionalisti europei ora sulla cresta dell’onda, dalla Lega al Rassemblement National a AfD, fa un’aperta professione di razzismo.

“Non sono razzista, ma.” Il tormentone che prende in giro il razzismo inconscio e interiorizzato, diffuso in tutti gli strati della società, si incarna perfettamente nell’azione di queste forze politiche, la cui agenda discriminatoria è sempre mascherata da qualcos’altro — tipicamente, preoccupazioni securitarie o legalitarie. Traini non può dire di aver voluto colpire i neri: dice di aver voluto colpire gli spacciatori (“il pensiero di colpire chi potesse essere uno spacciatore, un venditore di morte, era prevalente”), e il collegamento tra le due cose — nero dunque criminale, criminale in quanto nero — resta implicito.

Ma quando è costretto a tracciarlo (per rispondere alla facile obiezione: se volevi “punire” gli assassini di Pamela, perché hai sparato a degli innocenti per strada?) entra in gioco uno stratagemma logico particolarmente divertente:

Quella mattina del 3 febbraio ho vissuto un conflitto interiore, mi sentivo investito “di un dover agire,” fra mille pensieri che avevo, uno solo era un imperativo che non trovava risposta, se non nel dover punire quelle persone a cui la mia mente imputava una sorta di associazione con coloro i quali avevano commesso quello scempio, contro la povera giovane (grassetto mio.)

Traini è un militante leghista che frequentava ambienti neofascisti. A casa sua, gli inquirenti hanno trovato una copia del Mein Kampf e altre pubblicazioni “di area,” oltre a una bandiera con la croce celtica. Ha due tatuaggi: una croce celtica e una Wolfsangel, simbolo araldico adottato, tra gli altri, dalla formazione neofascista Terza Posizione negli anni Settanta e Ottanta. Ma le sue convinzioni politiche (su cui tace del tutto) non c’entrano niente, vuole dirci: è stato il suo malessere interiore, stimolato dal caso di Pamela, e poi uno scherzo della sua “mente,” che — ops! — imputava “una sorta di associazione” tra qualsiasi-persona-di-colore e gli assassini della diciottenne.

Ora, se sono poche le persone che di buon grado ammettono apertamente di credere nella superiorità della razza bianca, è merito di una battaglia culturale che dalla fine della Seconda guerra mondiale è riuscita, faticosamente, ad associare al razzismo uno stigma diffuso e profondamente radicato, abbastanza da farsi percepire dai razzisti stessi. Questo, purtroppo, non vuol dire che il razzismo sia estirpato — al contrario, il razzismo implicito, mascherato, occultato, negato, razionalizzato, il razzismo della falsa coscienza delle destre del XXI secolo e di gente come Luca Traini (nella sua versione redenta), è ancora più pericoloso e va denunciato e additato come tale ogni volta che se ne sente l’odore.

3—Traini non è davvero pentito

Ma poi, sarà sincero questo pentimento? Anche se la Corte ha accolto in pieno le richieste dell’accusa, riconoscendo l’aggravante di odio razziale, il procuratore capo di Macerata Giovanni Giorgio ha commentato che “le dichiarazioni spontanee dell’imputato dimostrano che è in corso un processo di ravvedimento.”

Eppure, a leggere bene queste cinque pagine, il pentimento sembra molto timido e sempre controbilanciato dalle rivendicazioni. Dopo essersi giustificato levandosi di dosso la responsabilità dell’attentato, Traini dice che il suo rammarico, inizialmente riservato alla ragazza ferita, si è “ampliato,” nei mesi successivi, “nel vedere foto e volti delle vittime.” Ma questo slancio di umanità è seguito da un’affermazione curiosa:

Recentemente ho provato profonda amarezza nel constatare che tra le vittime della mia follia vi sono realmente spacciatori.

Traini si riferisce probabilmente all’arresto recente di Gideon Azeke, uno dei feriti, sospettato di spaccio e accusato di resistenza a pubblico ufficiale. La “profonda amarezza” — immaginiamo — dovrebbe significare che, nonostante si trattasse di uno spacciatore, non meritava di essere ammazzato per strada. Ma perché non ha scelto di esprimere profonda amarezza per tutti gli altri, che spacciatori non erano? Perché non esprimere amarezza per le vittime e basta, senza insinuare giustificazioni?

Perché insinuare una giustificazione è esattamente l’obiettivo del discorso. Traini dice: volevo colpire gli spacciatori; che amarezza, tra le persone che ho colpito c’era davvero uno spacciatore; e poi rimarca nella conclusione:

Dopo “i fatti di Macerata” è emerso in città e provincia un sistema criminale ramificato e organizzato che le forze dell’ordine cercano di debellare con estrema difficoltà… A loro và [sic] il mio ringraziamento; uomini e donne che tutelano il futuro dei nostri giovani, affinché tragedie come quella di Pamela non si ripetano mai più.

Tradotto: vedete che avevo ragione? Anzi, è anche merito mio se adesso la città è più sicura.

4—Chi ha radicalizzato Traini?

In tutta questa carta straccia, c’è un punto che merita di essere salvato e preso seriamente: il bombardamento mediatico delle notizie di cronaca nera da cui Traini dice di essere stato “destabilizzato.” È evidente, come abbiamo visto, che il suo intento è alleggerire le proprie responsabilità. Ma la questione sollevata è seria, e si ritrova anche nelle dichiarazioni rilasciate immediatamente dopo l’arresto, quando non si può sospettare che volesse intenerire qualcuno:

Ho sentito un servizio giornalistico che descriveva quello che hanno fatto a Pamela. Ho detto: questa è la goccia che fa traboccare il vaso.

Traini è un estremista di destra, ma i panni da giustiziere della razza bianca li ha vestiti in reazione, in risposta a una situazione di percepito pericolo. Di questa percezione sono equamente responsabili i media e la politica, che da anni gonfiano a dismisura “l’emergenza” immigrazione. Di recente si è discusso molto del rapporto dell’Istituto Cattaneo sulla percezione distorta delle presenza di cittadini stranieri in Italia — sovrastimata in media del 17,4%. Ecco, per evitare i Luca Traini del futuro, si potrebbe cominciare a lavorare almeno da qui.


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