È apparso sul recentemente rinnovato blog di Beppe Grillo un approfondimento di Jacopo Berti che ha un titolo che vi renderà piú stupidi solo a leggerlo.

Risolviamo l’emergenza migranti grazie alla Blockchain

L’autore dell’articolo è Jacopo Berti, startupparo consigliere in regione Veneto per il Movimento 5 Stelle, per cui è stato anche candidato contro Zaia alla presidenza della regione. Berti, un personaggio di cui ci eravamo dimenticati dopo la sconfitta elettorale, ha una pagina Facebook molto animata, è a favore dell’autonomia del Veneto e nutre fame di giustizia contro il “business dell’immigrazione.” In passato aveva anche criticato la Lega per essersi astenuta, insieme agli europarlamentari di Forza Italia, in occasione del voto sulla riforma del regolamento di Dublino.

L’esempio di Berti, spogliato dal tecnottimismo da forum del 2009, sembra uscito da un racconto distopico afrofuturista.

Il consigliere regionale racconta l’esperienza del campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove un gruppo di 100 mila profughi ha accesso a cibo e risorse del World Food Program attraverso pagamenti via blockchain di Ethereum. Utilizzando la blockchain, riporta esaltato Berti, il World Food Program è riuscito a tagliare tutti i costi bancari e di intermediazione per raggiungere i profughi. I profughi possono poi utilizzare i fondi a loro emanati dall’ente per comprare beni di consumo in uno speciale “supermercato” dove gli acquisti sono scalati automaticamente dalla loro quota, perché ogni migrante è schedato e riconosciuto attraverso un sistema di pagamento basato sul riconoscimento della retina.

Il blog di Beppe Grillo, che non è estraneo a passioni futuriste e futuribili — ne ha raccolte alcune settimana scorsa Federico Martelli per Motherboard Italia — è una casa perfetta per una tirata tecnologista di questo tipo, persa in supposti meccanismi di assistenza per i migranti senza valutare in nessun modo qualsiasi altro fattore — soprattutto, garantire che la volontà dei migranti sia rispettata.

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Berti è estasiato: è Amazon go?, si chiede. No: è un sistema per limitare ulteriormente qualsiasi libertà che il migrante potrebbe — almeno provare — a rivendicare.

Berti continua, affermando che “oggi abbiamo 1,1 miliardi di persone che non hanno un’anagrafe in grado di garantire riconoscimento e che di fatto non permettono ai paesi ospitanti di ricostruire la provenienza né tutelare i diritti di queste persone.” Un problema vero, ma che si traduce — nel mondo reale in cui i pensieri non sono offuscati dal profumo di melone della sigaretta elettronica dei propri colleghi techbros — soprattutto in un controllo sistematico, totale e totalitario dei flussi di migrazione.

Berti è un ottimista, e si vede — scrive: “Cambiamo paradigma dunque. Finché vedremo l’immigrazione come un problema le cui uniche soluzioni sono muri e blocchi navali non lo risolveremo mai veramente. Anzi, ne creeremo di maggiori come stiamo vedendo in questi giorni.” — ma sono le azioni, non i blogpost, che contano. In questo momento il suo partito è alleato fedelissimo in un governo di coalizione che sta facendo delle proprie disumane politiche migratorie la pietra fondante dell’attività di governo.

Nel contesto del governo Salvini — di cui il Movimento 5 Stelle è azionista di maggioranza  e dunque responsabile principale di ogni azione — le parole di Berti sembrano distaccate dalla realtà in maniera allarmante, o pubblicate sulla testata del partito allo scopo di offuscare l’operato reale del governo. La cronaca, al contrario dei sogni ad occhi aperti del Movimento 5 Stelle, racconta storie problematiche di incroci tra nuove tecnologie e politiche migratorie.

Moltissime multinazionali dal volto liberal sono drasticamente compromesse con forze di governo repressive, in Europa come negli Stati Uniti. Parallela alla tragedia delle famiglie separate al confine degli Stati Uniti è emersa nelle scorse settimane la vicenda della collusione di Microsoft e molte altre aziende con l’agenzia federale statunitense ICE, che nei piani dell’amministrazione Trump deve garantire l’incarcerazione sistematica dei migranti che salgono dal confine sud degli Stati Uniti.

È impossibile non menzionare lo scandalo riportato da Reuters del software usato da ICE per valutare la pericolosità di un migrante fermato e valutarne l’arresto — alterato lo scorso anno per rispondere sempre di incarcerare i migranti, e continuando tuttavia a nascondere il razzismo dietro la presunta imparzialità della macchina.

Il tecnottimismo, applicato a migrazioni o diritti delle minoranze, si è sistematicamente dimostrato infondato: ad ogni occasione aziende e stati hanno utilizzato il progresso per indorare la proprie politiche repressive.

Citavamo Microsoft tra le tante aziende compromesse con il braccio armato dell’amministrazione Trump perché Microsoft — insieme a Accenture — è direttamente menzionata nel pezzo di Berti, per il progetto ID2020, che auspica esattamente di risolvere la necessità di una “identità riconosciuta” per quel miliardo di persone che non l’hanno. Un’operazione degna di merito — se l’idea di un sistema di identificazione transnazionale gestito da privati non vi tiene svegli la notte — ma assume connotazioni fosche per chi sta fuggendo dal proprio paese.

Non possiamo che citare, di nuovo, Margaret Hu, docente della facoltà di giurisprudenza Washington and Lee di Lexington, che nel saggio Crimmigration–Counterterrorism (disponibile su SSRN) descrive nel dettaglio le politiche di contrasto alla criminalità e al terrorismo colorate dal pregiudizio etnico e razziale, che qualsiasi sistema di identificazione transnazionale automatizzato non faranno che facilitare.

Un “registro totale” dei possibili migranti è un sogno lungamente desiderato dall’asse razzista che attraversa oggi l’Unione Europea. Ricordiamo solo l’intervista al coordinatore delle attività antiterroristiche del Consiglio europeo Gilles de Kerchove, che in un’intervista a FT dello scorso dicembre sognava controlli ai confini capaci di verificare i dati dei migranti sulle impronte digitali raccolte in Siria e Iraq.

Questo è il futuro che il Movimento 5 Stelle vuole per i migranti? Costretti in campi profughi, schedati e sorvegliati costantemente, non con un reddito minimo ma con una “carta fedeltà” virtuale, che gli permette di consumare solo in specifiche strutture convenzionate? Come si può parlare di “soluzioni” all’emergenza migranti senza sottolineare le stragi in mare, la vendita di schiavi in Libia?

Sono domande che, lo sappiamo, il partito della Casaleggio Associati ha deciso di ignorare, letteralmente sacrificando vite all’altare della politica semplice che cerca i voti facili.


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