La festa nera, il nuovo romanzo della scrittrice uscito per Chiarelettere, racconta il viaggio di tre documentaristi in un’Italia trasfigurata dalla violenza e dall’irrazionalismo.

I legami sociali sono andati in pezzi, l’economia fuori controllo ha trasformato le città in isole invivibili e sempre più persone si sono isolate in confraternite pseudo-religiose fuori dalla società. Millenarismo, violenza diffusa, interi paesi decimati da epidemie di morbillo o meningite: l’Italia tra meno di 10 anni è una sorta di Medioevo in cui sono collassati i fragili equilibri che oggi — ancora per poco — sembrano tenerla insieme.

In questo quadro si muovono i tre protagonisti de La festa nera, il nuovo romanzo di Violetta Bellocchio uscito lo scorso 14 giugno per Chiarelettere. Sopravvissuti alla propria apocalisse personale e uniti da un rapporto pieno di cicatrici, i documentaristi/youtuber Misha, Nicola e Ali partono per girare un documentario nella nuova Mecca delle confraternite: la Val Trebbia.

Ho fatto quattro chiacchiere con l’autrice — che il 26 giugno presenterà La festa nera a Milano alla Libreria Gogol — per parlare del libro, della letteratura di genere, di Cannibal Holocaust e della situazione della produzione culturale in Italia.

Ciao Violetta, raccontami un po’ com’è nata l’idea del libro.

La genesi è questa: ci sono io che dopo quasi vent’anni nella professione non so se continuo a fare la scrittrice o se vado a fare la sober coach o la barista, a fronte di delusioni professionali e situazioni umane durissime (non entro nei dettagli, se no dicono che ne parlo per promuovere il libro). Michele Vaccari, che è un brillante scrittore in proprio e un editor tostissimo, sta lavorando con Chiarelettere per una collana di italiani che immaginano il futuro [Altrove, ndr].

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A me il progetto viene presentato così: facciamo Black Mirror, riportiamo in auge gli Urania, facciamo libri popolari, però carta bianca a voi autori. La richiesta originale di Michele era che scrivessi un reportage dal futuro — un’idea bellissima ma che non sarei riuscita a reggere, non sono abbastanza brava. La mia controproposta è stata: ti faccio un romanzo su tre persone che partono per fare un reportage nel futuro prossimo. Michele sapeva qual era l’itinerario e la dinamica. Sapeva che il libro era articolato su tre personaggi, conosceva la loro personalità, ed era molto contento del punto di vista che avevo scelto.

Intendi il punto di vista di Misha o della narratrice?

Tutti e due. Dovevo avere dei personaggi che fossero abbastanza sgradevoli: non ho raccontato tre santerelli allo sbando, ma persone che sono state meschine nel gestire i rapporti con gli altri e poi l’hanno pagata. Tenevo moltissimo al punto di vista della narratrice, che non sappiamo neanche come si chiama perché le hanno affidato un nome da stagista. Rispetto ai miei libri precedenti c’è uno scarto, perché non ho mai avuto un libro dove il narratore e il protagonista fossero due persone diverse. Qui ho detto: probabilmente la vera protagonista è Misha, perché in campo c’è sempre lei, ma dev’esserci necessariamente una voce narrante di qualcuno ai margini, che non è la star, che essendo un po’ defilata, meno privilegiata, si rende conto di cose che gli altri non vedono.

Com’è il futuro che descrivi nel libro?

Le città fanno schifo, sono costosissime, sempre più gente si sposta a vivere isolata, ma poi non ce la fa a stare semplicemente nei boschi e quindi tende a vivere in gruppetti che si organizzano delle vite devastanti sulla base di regole, principi, aderenze… Ma anche fragilità. Ci sono filter bubble ovunque, universi chiusi, ma molto diversi l’uno dall’altro: un conto è crearsi un universo chiuso perché sei andato in galera per reati violenti e dici che una volta in libertà questa è la tua via migliore, o perché sei esasperato dalla tua vita lavorativa e cerchi di ripartire da zero, o perché hai male interpretato delle credenze cristiane e quindi ti sei ricavato una sorta di vita da hipster a chilometro zero, ma in realtà sei una calamita di disagio. A me interessava moltissimo fare un libro di genere di un certo tipo. Sono partita dicendo: va bene, o la va o la spacca, faccio un B-Movie.

A proposito, a un certo punto ho notato una citazione abbastanza esplicita da Cannibal Holocaust: anche lì c’è un gruppo di documentaristi che fa un viaggio attraverso la “disumanità.”

Esatto. Solo che le cose sono messe talmente bene che per essere disumani non devi andare in Amazzonia, ma ti basta fare un giro su una strada statale italiana. A Michele lo dicevo regolarmente: sì, racconterò delle cose sui rapporti di potere, perché mi interessano, ma di base sto facendo Cannibal Holocaust con le femmine.

Per me è un film importantissimo. Non a caso, di tutta quella stagione, è uno di quelli che è rimasto, e non solo per via del grande scandalo e delle cose molto antipatiche che son state fatte durante la realizzazione. I miei colleghi che hanno 28-30 anni lo conoscono tutti: all’interno di un filone che godeva di ottima salute e che in quel momento ha campato tanto sullo shock — “mai visto niente di così sconvolgente, il film più violento della storia” — Cannibal Holocaust è rimasto, ed è un film a cui gli studenti di cinema danno un’occhiata. È molto più forte per come monta le scene che non per quello che ti sta facendo vedere effettivamente. Quando parte lo scarto a metà — “va bene, abbiamo capito che hanno fatto la fine dei topi, ma adesso che abbiamo il loro materiale vediamo chi erano veramente queste persone” — è un film spaventosamente disturbante, anche oggi che ci siamo abituati al peggio.

La parola “distopia” ti sembra abusata?

Sì, ma è abusata negli ultimi quattro mesi della nostra vita in Italia. Tra noi appassionati di genere un po’ ci scherziamo: prima eravamo quattro gatti e adesso siamo milioni… Ci ho fatto caso quando è uscito VanderMeer in Italia con Einaudi e poi quando è uscito il film, Annientamento. Il fatto che abbiano avuto tanto successo, sia commerciale sia critico, delle operazioni raffinate che giocavano con il genere, ha sicuramente fatto respirare più tranquille tante persone che adesso possono dire “ah, a me queste cose sono sempre piaciute, io sono un grande appassionato di fantascienza, di speculative fiction.” C’è una rivincita dei nerd collettiva, che porta anche a situazioni surreali, tipo serate tra adulti in cui si parla della Casa 2.

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Quindi insomma ti sei trovata a tuo agio con il genere.

Non mi sono mai divertita tanto a scrivere un libro. Il corpo non dimentica è stata una bella esperienza, molto intensa, ma poi è stato un incubo, perché ricevevo solo domande sulla mia vita personale, non su quello che avevo cercato di scrivere. Questa volta è diversa: è un libro di genere e sono felice di portarlo in giro così. Mi sono sentita molto libera: è stato come un esordio. Una rinascita totale — la mia vita poi è cambiata completamente da quando ho cominciato a scriverlo e adesso che l’ho pubblicato. Sto facendo una vita che mi piace di più, ho collaborazioni con riviste, scuole e istituzioni che mi piacciono, ho dei rapporti umani molto più godibili.

Una fase positiva che in qualche modo contrasta con la visione nera del futuro.

Beh, io sono in una fase positiva, ma se guardo il mondo che mi circonda non c’è un cazzo da ridere. Per questo da qui in avanti vorrei sostenere autori italiani di prima generazione e firme queer. Non abbiamo assolutamente abbastanza di nessuno dei due.

Gli italiani di pelle non bianca che hanno un posto come scrittori e come artisti sono pochissimi, per tante ragioni. Può essere che alcune persone ci abbiano provato e siano state avvilite dall’ambiente che si sono trovate davanti. Può essere che ci abbiano provato e che siano state incasellate nello slot “nero” o “queer” o “gay” e che abbiano detto: io non sono qui a fare la schiavetta domestica, con l’etichetta.

Quindi l’uscita di questo libro è anche il punto di inizio per nuove attività per te?

Molte persone della mia età sono state triturate da un orizzonte di crescita economica molto brutale. Quando hanno cominciato a esserci meno soldi negli ultimi anni sono aumentati i pettegolezzi, le cattiverie, è aumentata molto la meschinità e ciascuno si è chiuso sempre di più nella sua bolla di interessi. Sono mesi che le persone con cui parlo di più e con cui cercherò di lavorare di più sono gli under 30.  La cosa che sto dicendo a tutti i miei colleghi giovani in questo momento è: scordatevi di stare in cameretta. Non è il momento, non è il momento del ripiegamento sul privato.

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Violetta Bellocchio presenterà La festa nera a Milano il 26 giugno alla Libreria Gogol alle 19 e il 27 giugno alla Feltrinelli RED di Viale Sabotino.


Foto: Vincenzo Ligresti.

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