Tre incontri, a Milano e dintorni, in cui abbiamo scoperto che non lo è quanto dovrebbe.

Nella varietà del sistema scolastico italiano le scuole medie rappresentano un momento nevralgico: un periodo di transizione, relativamente breve, in cui si abbandona l’infanzia e ci si prepara alla scelta della scuola superiore. È il periodo della preadolescenza a cui guardiamo spesso con disgusto o tenerezza. Litighi con i tuoi, dai del Lei agli insegnanti, segui le mode, scopri le gioie dell’autoerotismo, vuoi farti accettare, inizi la famosa pubertà e tutti ti dicono che è una questione di ormoni, che stai cambiando, stai diventando grande. Ma al di là di questo, spesso ci si può trovare in situazioni difficilmente gestibili all’età di 12 anni, siano esse scolastiche o non.

I genitori non sempre possono essere fisicamente presenti o fornire ai loro figli — a causa di fragilità economiche, abitative, ma anche lavorative e culturali — il supporto e i mezzi per uscirne al meglio.

È qui che entrano in gioco numerose realtà extrascolastiche che mirano ad accompagnare i ragazzi in questi tre anni cruciali (ma non solo) della loro vita. Si manifestano sotto varie forme, più o meno organizzate, e vanno dai semplici doposcuola ai centri diurni per minori passando per i centri di aggregazione giovanile (C.A.G). Si tratta spesso e volentieri di realtà spontanee, nate dal basso per favorire l’inclusione sociale, che si affidano alla capacità del tessuto cittadino di rispondere a esigenze quotidiane e impellenti, per cui spesso mancano risposte adeguate da parte delle istituzioni.

Il C.A.G S. Agostino si trova a Treviglio, una tranquilla cittadina della provincia bergamasca. Al mio arrivo vengo accolto da Viviana, una giovane educatrice che gestisce insieme e coordina il Centro di Aggregazione Giovanile insieme ad alcuni colleghi. “Non siamo un doposcuola” ci tiene a precisare. “Siamo un centro di aggregazione, attivo tutti i pomeriggi. Non facciamo solo i compiti, non sono delle ripetizioni, cerchiamo piuttosto di accompagnare e di potenziare i ragazzi su tanti aspetti.”

Spazio ricreativo

Spazio ricreativo

I ragazzi sono 45. “Alcuni doposcuola hanno un rapporto tra studenti e operatori di uno ad uno — è anche una scelta e dipende tantissimo dal numero di volontari. Centro di aggregazione significa lavorare sul gruppo, sulla socializzazione. Siamo tre educatori più alcuni volontari.” Durante la settimana due pomeriggi sono invece dedicati ai ragazzi dei primi tre anni delle superiori, che a volte finiscono per diventare volontari per assistere i più giovani colleghi delle medie.

Più della metà dei ragazzi sono stranieri. Le chiedo se il fatto che si tratti di un oratorio sia mai stato un ostacolo per alcune famiglie non cristiane. “No, anzi, spesso diventa un’occasione di confronto, anche se comunque i valori che proponiamo sono quelli del cristianesimo laico.”

Oratorio

Oratorio

La collaborazione con la scuola media è attiva e viene rinnovata periodicamente. Questo permette di rendere più diretto il passaggio dei ragazzi in questi centri, segnalati dalle stesse scuole, e allo stesso tempo viene reso più efficace il coordinamento tra insegnanti e educatori sui programmi scolastici. Secondo Viviana, gli interlocutori privilegiati per svolgere il proprio ruolo in modo efficace devono essere i genitori. Le famiglie sono spesso più impreparate ad affrontare questo periodo di cambiamento come e più dei ragazzi. Non sono rari casi in cui il problema è legato ai genitori stessi e ciò può rendere problematica l’adesione dei figli a queste attività.

Sala giochi

Sala giochi

A Treviglio l’esperienza dei doposcuola e dei centri di aggregazione è nata per la volontà di alcuni sacerdoti ed è sostanzialmente legata agli oratori. “Il bisogno è molto ampio. Un tempo questi centri erano sovvenzionati pubblicamente e pressoché ogni paese ne aveva uno. Senza i finanziamenti però alcuni hanno chiuso. Sono nati i centri diurni per minori, che sono centri semi-residenziali, ma che hanno uno scopo diverso. Non si tratta di aggregazione giovanile in senso stretto, che fanno una prevenzione diffusa. Per accedere a questi centri è richiesto direttamente l’intervento dei servizi sociali.” Negli ultimi anni, essendo diminuite le risorse, sono cambiate le finalità dei fondi e quindi anche le politiche rivolte ai giovani, con una maggiore attenzione ai progetti di intervento piuttosto che di prevenzione e promozione sociale.

Secondo Viviana, la loro attività non può essere svolta solo da volontari, per quanto motivati e preparati. “Spesso ci si trova davanti a situazioni non facili, che non si sanno gestire o che non è neanche giusto reggere.” C’è ancora una percezione sbagliata del ruolo dell’educatore, un lavoro silenzioso che è ingiustamente sottovalutato. L’educatore è prima di tutto un esempio. Prima ancora che a parole, è fondamentale rappresentare un modello con le proprie azioni, nel rispetto reciproco e nella gestione dei litigi. “I ragazzi quando vengono devono poter respirare la collaborazione, cosa significhi fare un passo indietro per venirsi incontro. E noi dobbiamo prima di tutto esserci… Con una bella presenza.”

Ma in che modo le scuole si prendono carico dei ragazzi al di fuori dell’orario scolastico? Lo chiedo a Nicoletta, preside della scuola secondaria di primo grado “Tommaso Grossi”, sempre a Treviglio. “Ogni anno stipuliamo un Protocollo d’Intesa con i vari centri e doposcuola per rendere stabile questo servizio, ma non c’è una vera e propria regolamentazione a livello ministeriale.” Nonostante il coordinamento tra oratori e il buon numero di volontari, però, purtroppo al Sant’Agostino non si riesce ad accettare tutti i ragazzi che fanno domanda.

Nicoletta mi racconta di un tavolo di discussione, avuto recentemente insieme ad altri dirigenti scolastici, con l’Arcidiocesi di Milano: “È emerso che purtroppo non si tratta di realtà molto diffuse.” Da un lato serve la presenza e l’organizzazione di questi centri, che richiedono una forte partecipazione di volontari, dall’altro è necessario che gli istituti scolastici prendano contatto e promuovano tra i ragazzi questo genere di attività.

In questa diffusione a macchia di leopardo tanti preadolescenti finiscono per non avere un supporto, o quantomeno un luogo dove poter passare i loro pomeriggi.

Tutto ciò è anche il frutto di una serie di politiche ben precise, soprattutto l’autonomia scolastica decisa dal ministro Berlinguer nel 1999. “Il ministero nel corso degli anni ha sposato la particolarità della progettazione, lasciando autonomia alle scuole,” mi spiega Nicoletta. “Sono stati indetti bandi e progetti con enti locali, regionali e scolastici. Sta all’istituto decidere se partecipare o meno e come organizzare gli accordi con le altre realtà presenti sul territorio.” Mi dice che , alla fine, difficilmente verrà esteso a tutte le scuole l’onere di promuovere queste attività pomeridiane. “Il problema è che si tratterebbe di una riforma a costo zero ma che comporterebbe una serie di costi aggiuntivi difficilmente sostenibili da tutti gli istituti. Andrebbe, però, almeno riconosciuto e apprezzato il valore di questo genere di servizi.”

È importante, inoltre, che queste attività avvengano al di fuori della scuola. “Può essere formativo per i ragazzi poter sperimentare diversi modi di socializzazione altrove. Ma anche solosapere che c’è qualcuno che si occupa di loro, che esiste un tessuto cittadino attivo e solidale e che tutto ciò possa essere un modello. In altre realtà, invece, dove viene meno questo tessuto, penso ad alcune periferie di Milano o di Roma, è importante che la scuola diventi un baluardo, quasi un centro culturale, aperto ed in contatto con il territorio.”

Tra i quartieri di Baggio, Lorenteggio e Giambellino a Milano è attivo il C.D.E Creta. Ho l’occasione di fare due chiacchiere con Luca, uno degli educatori che lavora nel centro, a cui fa capo Azione Solidale, una cooperativa sociale che gestisce diversi centri di aggregazione giovanile e disabili nella zona ovest di Milano.

I doposcuola qui nascono negli anni Ottanta, quando un’intera generazione di giovani viene investita dall’arrivo dell’eroina e la zona diventa uno dei mercati dello spaccio più grandi d’Italia. “L’iniziativa è stata presa dagli scout e dalle parrocchie, sono gli stessi anni in cui si stava diffondendo la pedagogia di don Milani e si realizza che nei quartieri popolari ci sono più bocciature.” In questo senso, quindi, l’obiettivo diventa quello dell’inclusione sociale.

“Allo stesso tempo, però, negli anni Novanta, con la liberalizzazione del bacino d’utenza si sono cominciate a creare scuole di serie A e di serie B.”

CDE Creta

CDE Creta

Attualmente la maggior parte di questi centri, a Milano, è gestita da cooperative sociali finanziate direttamente dal comune. Ma anche in questo caso l’offerta non è sufficiente rispetto alla domanda. “C’è una lista d’attesa enorme. Abbiamo quaranta volontari, più noi educatori. Cerchiamo di iniziare percorsi reali di crescita con i ragazzi, affiancando ad ognuno di loro un volontario per tutto l’anno. Non si tratta di un posto in cui si fanno semplicemente ripetizioni, il centro è anche un punto di riferimento, un luogo dove costruire legami.” Mi spiega che i ragazzi solitamente arrivano tramite la scuola o il passaparola.

Come Nicoletta, anche Luca sottolinea l’importanza dell’ambito extrascolatico, in modo da facilitare la possibilità di arrivare davvero ai ragazzi.

Uno degli obiettivi primari è tentare di prevenire la dispersione scolastica, la cui causa principale, mi dice, è la povertà: la difficoltà nel reperire il materiale didattico, la precarietà abitativa, la mancanza di spazi e tempi dove poter studiare.

Questi ed altri sono i problemi che molti ragazzi, poco più che bambini, si trovano ad affrontare.

Il discorso finisce sulla riproduzione della disuguaglianza, su quanto la distinzione di classe segni ancora profondamente la vita di tutti questi ragazzi, un tema affrontato recentemente da Christian Raimo a proposito delle scuole superiori nel libro Tutti i banchi sono uguali. Il ragionamento potrebbe essere applicato anche per gli studenti delle scuole medie, dove questo distinguo comincia a diventare decisivo, sviluppandosi poi in funzione della scelta delle superiori: quando una scuola che dovrebbe promuovere e dare pari opportunità a tutti finisce semplicemente per reiterare la disparità di possibilità.

Laboratorio di cucina

Laboratorio di cucina

L’attività di promozione di Creta e di tutti gli altri centri attivi in periferia, tuttavia, è ostacolata da un’altra serie di scelte politiche. L’importanza delle idee di solidarietà e la valorizzazione delle culture popolari vengono spente da fenomeni di gentrificazione e dall’ossessione per il decoro, che poco hanno a che fare con la riqualificazione e che acuiscono, nei fatti, l’emarginazione di chi vive in povertà, con la mera creazione di nuovi quartieri per benestanti.

A questa prima panoramica sul tema potrebbero aggiungersi numerosi approfondimenti e riflessioni, essendo tra l’altro – quello dei doposcuola e dei centri di aggregazione giovanile – un ambito poco considerato dall’opinione pubblica. Il quadro generale che se ne ricava è frammentato, per la difformità dei contesti, e lacunoso, in particolare per quanto riguardo la copertura del territorio: sicuramente non adatto alle necessità di migliaia di bambini, perlopiù stranieri, che sin dalla nascita si trovano a fare i conti con forti disuguaglianze e storture che le istituzioni faticano ad intercettare e rimuovere. Per questo e per tanti altri motivi, la cura e il lavoro di Viviana, Nicoletta e Luca sono più che mai preziosi.


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