in copertina: un render brutalista del naviglio a Gioia

Dieci anni fa riaprire i navigli di Milano era un’idea da bar. Oggi la situazione è profondamente cambiata. Abbiamo provato a capire cosa c’è sotto i futuri navigli di Milano, con un approfondimento in tre parti.

Inizia dalla prima parte—La riapertura dei navigli: storia di un’idea bizzarra diventata mainstream

I benefici economici della riapertura dei navigli, evidentemente, vanno cercati altrove — anche secondo chi l’ha proposta per primo. “Ci guadagneremo tutti anche perché secondo noi portano ricchezza: turismo, cultura, valorizzazione delle aree circostanti e riprogettazione della città,” afferma Biscardini, fondatore dell’associazione Riaprire i navigli. “Se succederà, si sarà obbligati a riprogettare buona parte delle zone adiacenti al centro storico.”

Questo potrebbe essere necessario vista la crescita demografica e di prestigio della Milano negli ultimi anni. Invertendo la tendenza allo spopolamento in favore dei comuni dell’hinterland, oggi la popolazione di Milano cresce di circa ventimila persone all’anno, in larga parte giovani e stranieri che si trasferiscono nella città più dinamica e ricca d’Italia. Quando, nella prima metà del novecento, Milano è stata interessata da una crescita economica e di popolazione così tumultuosa, a pagarne il prezzo sono state la vivibilità della città e il suo patrimonio storico. È importante che questo errore non venga ripetuto.

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“I navigli furono chiusi nel 29 dal fascismo. Documenti che abbiamo raccolto dimostrano che furono chiusi per un’operazione immobiliare — non perché erano sporchi, non erano sporchi, tant’è che la gente ci faceva il bagno, ci pescava. La retorica fascista disse che bisognava chiuderli perché facevano schifo: la retorica di modernità del fascismo, Marinetti, il futurismo, rivendicava più strade. Ma dietro si nascondeva l’interesse immobiliare,” secondo Biscardini.

E anche oggi potrebbe essere proprio l’interesse immobiliare uno dei principali fattori di spinta — a riaprirli, però. È prevedibile che le case che si affacceranno sulle zone interessate dal progetto di riqualificazione urbana riceveranno un corposo incremento di valore — che è ancora presto per quantificare, ma che non c’è ragione per non prevedere cospicuo. In Italia, nessuna città ha visto incrementare il valore del proprio patrimonio immobiliare come Milano. In particolare, secondo il Corriere della Sera, la zona di Milano in cui il valore degli immobili è cresciuto di più è quella tra Porta Genova e l’Università Bocconi, l’unica della città in cui i navigli sono ancora aperti e la riqualificazione della Darsena sta ancora producendo i suoi effetti.

A Milano, come in tutta Italia, sembra difficile uscire dalla logica che quello che è bene per l’edilizia è bene per tutta l’economia, e dunque per tutto il paese. In molte zone della città la riqualificazione è sfociata in una gentrificazione fortissima, come ad esempio Isola, Lambrate — o la stessa Porta Ticinese, il quartiere dei navigli appunto, dove chi non aderisce ai nuovi standard del quartiere, come i condomini e gli occupanti degli stabili ALER di via Gola, viene considerato un ostacolo al “decoro” del quartiere.

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Va detto che quasi tutte le zone attraversate dal nuovo corso del naviglio non sarebbero soggette a una vera e propria gentrificazione: sono tutti quartieri centrali di Milano, in cui le case valgono già un buon numero di migliaia di euro al metro quadro. Uno dei tratti che sembra di più probabile e facile riapertura, quello tra la Statale e il Policlinico in via Francesco Sforza, non correrebbe nemmeno tra abitazioni private, ma tra spazi pubblici, così come buona parte del tratto in piazza Vetra.

A crescere di valore dunque potrebbero essere tutte le case di Milano, e a guadagnare dall’operazione, sarebbero comunque soprattutto i proprietari di immobili — in generale guadagnerà un po’ di più soprattutto chi già oggi guadagna e possiede qualcosa. Il che non farebbe altro che aumentare il divario tra Milano e la propria regione e il resto del paese, che a livello non solo economico è già oggi considerevole. Ma è possibile una riqualificazione che non abbia come prezzo un’ulteriore crescita delle disuguaglianze in Italia e in Lombardia?

“Io temo che diventi un’operazione immobiliare. Per la M4, ad esempio, ci sono statistiche secondo cui il valore degli immobili interessati dall’opera è aumentato. Un’opera che avviene ancora una volta nel migliorare la qualità del vivere in un’area ristretta della città è un investimento che diventerà un’operazione immobiliare. Le case che si affacciano sui canali saranno valorizzate, e gli altri?”

Beppe Sala, durante la sua campagna elettorale, ha fatto di tutto per presentarsi come manager efficiente e allo stesso tempo uomo di sinistra, cercando di coniugare la cura e la valorizzazione del centro storico e di aree sensibili come gli scali ferroviari all’attenzione per le periferie, definite da lui stesso un suo “chiodo fisso.” La composizione del voto, sia alle amministrative del 2016 che alle ultime elezioni politiche, però, illustra bene quale sia il principale bacino di voti del sindaco: la zona 1, compresa nella cerchia dei bastioni. Non è strano che l’azione di Sala sia rivolta soprattutto a quelli che, alla fine, sono i suoi elettori più affezionati.

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Per valutare in modo corretto la proposta sulla riapertura dei navigli bisogna necessariamente inquadrarla nel contesto politico, sociale ed economico dell’Italia e dell’occidente di oggi.

Varie grandi città europee stanno prendendosi cura delle loro vie d’acqua, spesso ereditate da un passato in cui avevano un’importante funzione commerciale e dimenticate nel corso del Novecento. “Parigi il suo canal St. Martin l’ha difeso e l’ha pulito e perfezionato ed ora è un luogo di grande attrazione, Camden a Londra, i canali di Berlino… Adesso addirittura Madrid sta aprendo il Manzanarre, a Seoul hanno riaperto un canale che era stato coperto da un’autostrada urbana… In tutto il mondo si vuole riavere l’acqua nelle città,” conclude Biscardini.

Molto probabilmente la città di Milano uscirebbe più graziosa da questa esperienza — ma a beneficiarne davvero sarebbe chi già oggi è benestante. Il vero quesito che viene sollevato in parte da questa vicenda, ed emerge spesso se si segue il dibattito cittadino, è la difficoltà di urbanisti e amministratori a pensare a un piano di riqualificazione delle aree più svantaggiate delle città, nel caso di Milano le periferie, che vada oltre la sistemazione di qualche alberello di verde pubblico e il prolungamento di una linea di autobus ogni tanto.

“A Milano, ma anche in tutta Italia, c’è un grande problema di redistribuzione della ricchezza. Sarei falso se non ammettessi che Milano non ha avuto un rinnovamento grazie ad Expo ad esempio, ma chi ci ha guadagnato? Se a guadagnare è solo chi lavora nell’accoglienza, nella ristorazione e così via bisogna riflettere se è giusto, perché poi nelle periferie si vive male. Gli investimenti pubblici bisogna vedere dove ricadono, perché se non ricadono su chi sta peggio sono inutili: un’amministrazione che ha la velleità di presentarsi come di sinistra deve fare una politica di ridistribuzione. Se il giorno in cui avremo riempito almeno in parte il divario tra centro e periferie ci saranno risorse in più le useremo anche per fare i navigli: se no forse dovremmo fare altro, prima.”

È difficile non pensare a quante cose potrebbero essere fatte in zone sensibili di Milano con cinquecento milioni di euro tutti in una volta.

Ad esempio per risanare le case popolari, che da decenni sono mal gestite e spesso necessitano di un’impellente ristrutturazione. Secondo un documento presentato dai consiglieri comunali milanesi di maggioranza Aldo Ugliano e Michela Fiore, per ristrutturare il patrimonio di case popolari ALER — quindi di proprietà della regione — occorrerebbero un miliardo e 264 milioni di euro.

Non si tratta di benaltrismo: quando i soldi a disposizione sono limitati, come in questa fase storica per le amministrazioni pubbliche, bisogna scegliere con cura a cosa destinarli — è un discorso di priorità. Inoltre va tenuto conto del fattore privato, che come abbiamo visto è ormai quasi imprescindibile quando si parla di opere pubbliche. È evidente che la maggior parte degli investitori privati avranno più interesse a partecipare a un’opera prestigiosa come la riapertura dei navigli rispetto a un piano di ristrutturazione edilizia in periferia.

“È un’opera che non ci possiamo permettere perché non abbiamo risorse così ampie da mettere a disposizione,” commenta ancora Rizzo. “Se l’operazione in sé è semplicemente un’operazione di alcune aree centrali per motivi di valorizzazione immobilare è un po’ complicato che l’amministrazione pubblica possa intervenire. È un momento in cui la qualità dell’amministrazione si misura in cosa riesce a fare per migliorare la qualità di vita dei cittadini più disagiati — e quindi delle periferie.”

Una volta preso atto di come funziona oggi la città di Milano e di come questo provvedimento difficilmente potrà migliorare la situazione dei cittadini meno fortunati, si può anche ammettere che tra tutti i progetti di riqualificazione con un occhio di riguardo per il centro storico che sono stati proposti per la città di Milano in tutta la sua storia postunitaria questo sia probabilmente uno dei migliori e senza dubbio uno dei più affascinanti. Certo: per il centro storico.


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