New York 52 è il viaggio di Bianca Giacobone attraverso la New York multiculturale del ventunesimo secolo: una collezione di momenti cittadini, una piccola guida turistica, il tentativo di andare oltre la superficie, un quadro incompleto ma coinvolgente della metropoli più famosa del mondo.

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Mondo di sofferenza:
eppure i ciliegi
sono in fiore.
—Kobayashi Issa (1763-1827)

A New York l’inverno pare non finire mai. M’avevano avvertito, c’è da dire, quando a metà febbraio ingenuamente osservavo che la primavera non era poi così lontana. Ma non avevo capito che un lungo inverno volesse dire tempeste di neve protratte fino a fine marzo, cappotti pesanti e venti gelidi ad aprile inoltrato. “6 mesi d’inverno”, ama ripetere la mia insegnante di yoga mentre ci osserva attorcigliarci nella sequenza del mattino, “poi una settimana di primavera. Se ci va bene. E poi creperemo tutti di caldo.” L’oracolo climatico è stato confermato da qualsiasi altro newyorkese con cui capiti di parlare del tempo. E il tempo, essendo sempre o troppo caldo o troppo freddo, è un argomento di conversazione molto popolare.

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Ad Aprile, quando si inizia a sentire nell’aria il profumo di una nuova stagione, il Brooklyn Botanic Garden tempesta i newyorkesi affamati di aria tiepida, sole e parchi, di pubblicità sui suoi ciliegi in fiore. “Venite a vedere i germogli che sbocciano! Le chiome farsi tutte rosa, e i narcisi punteggiare di giallo i prati verdi! Venite a ricordarvi che la primavera esiste ancora, e viene sempre, anche in questa infinita distesa di ferro e cemento! Venite, pagate il biglietto, che quando i ciliegi fioriscono sembrano zucchero filato, nuvole al tramonto, ghirlande di caramelle, e cosa volete di più per arricchire il vostro profilo di Instagram! Venite, e con la giusta dose di fantasia vi sembrerà di essere in Giappone, in quelle foto che avete di sicuro visto, una volta o l’altra, in una pubblicità di una compagnia aerea su una rivista patinata!”.

E i newyorkesi, elettrici di energie primaverili, accorrono. Tanto che, sebbene abbia volutamente programmato la mia visita di martedì pomeriggio lavorativo, e il cielo sia piatto e bianco di nuvole, all’entrata del parco c’è la coda.

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Nonostante l’entusiasmo dei visitatori, tuttavia, e l’Aprile inoltrato, dei cento e più ciliegi del giardino botanico soltanto cinque o sei hanno deciso di schiudere le loro gemme nella colorata fioritura tanto attesa. In barba alle promesse delle pubblicità sui vagoni della metropolitana, e alle speranze dei cittadini digiuni di natura, la maggior parte degli alberi è nuda e impassibile, che l’inverno quest’anno è stato lungo. Attorno a quei cinque o sei ciliegi fioriti si raggruppano capannelli di visitatori, che fotografano e si fotografano con tanto entusiasmo che quasi sembra che gli alberi siano animali allo zoo. I rami straripanti di rosa fremono al vento, i telefoni filmano tutto, e c’è nell’aria una paradossale sensazione di mancanza di rispetto per la privacy vegetale.

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In Giappone, la fioritura rosa dei ciliegi coincide con la pratica dell’hanami, ovvero la contemplazione della bellezza dei fiori appena sbocciati.

A New York, penso guardando tutti i cellulari e tutta la gente attorno a quei cinque o sei alberi, dimentica del resto della natura attorno, perché è quegli alberi che è venuta a vedere, così come dicevano di fare le pubblicità e i consigli del mese di Time Out, la pratica dell’hanami non funziona, e tutta l’esperienza risulta dislocata, meccanica. La metropoli rumoreggia di sottofondo, le strade non sono abbastanza lontane, i palazzi tozzi di Brooklyn spuntano da dietro i cespugli, e nonostante i fiori non ci si dimentica che si è in città. Più rilassante, penso, penetrare nel cuore di Central Park, così più grande. O prendere un treno, andare Upstate, guardare lo skyline che scompare dall’orizzonte e sperimentare l’improvviso calo di adrenalina peculiare solo al lasciarsi New York alle spalle. È curioso come questa città ti assorba completamente quando ci sei dentro, e quanto velocemente sfumi sullo sfondo non appena la si lascia, anche per un pomeriggio soltanto. La fioritura graziosa dei giardini botanici di Brooklyn è un magro compromesso.

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I ciliegi, quelli che già han buttato fuori i fiori, son pur sempre belli, c’è da dire. Sembrano ghirlande in festa, soprattutto quando pendono sul laghetto giapponese in mezzo al parco, spolverando l’acqua di petali. Una visitatrice s’è vestita per l’occasione, con un kimono rosa acceso e due onde d’ombretto viola sopra gli occhi, e si mette in posa davanti a vari tronchi. Tutti quegli alberi ancora invernali devono averla delusa, come un po’ hanno deluso me. Avremmo dovuto consultare la mappa della fioritura sul sito dei giardini, aggiornata in tempo reale, che prende i ritmi della natura e, con nonchalance, li inserisce nei ritmi dell’attrazione turistica.

Questo weekend c’è il festival dei ciliegi in fiori, ma ho controllato sulla mappa, e non sono ancora fioriti.


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