32 dischi che abbiamo ascoltato quest’anno

(Rigorosamente e democraticamente organizzati in ordine di uscita.)

Non avete bisogno che questo pezzo vi dica che anno è stato il 2017: è stato un anno burrascoso e un anno complesso — per la politica, per la società, e anche per l’industria musicale.

È difficile fare un’analisi dei migliori dischi usciti quest’anno senza entrare nel merito di come sia stato il mondo fuori dalla musica, e per questo non proviamo a farlo.

Quali sono i migliori LP (e anche qualche EP particolarmente bello) di quest’anno? Quelli che rivendicano la propria natura di album, che sanno essere spaziosi, e costruiscono qualcosa oltre a essere contenitori di singoli sparsi tra B-Sides. Quali sono i migliori LP e EP di quest’anno? Quelli che non hanno ignorato il mondo che li circondava, ma in piú di un modo lo hanno commentato — sia attraverso i propri testi che semplicemente esistendo.

Sì, perché se vogliamo a tutti i costi estrapolare un tema dalla migliore musica di quest’anno è che il sangue che scorre, a sentirne il polso, è multiculturale come non mai.

Uno dei dischi italiani migliori dell’anno è di cumbia, il disco pop piú divertente è di un ragazzo congolese che abita in Belgio, SZA, Sudan Archives e Hak Baker hanno esplorato il rapporto tra la cultura di colore e la musica pop in profondità ancora inedite. Il nostro disco indie rock preferito parla della comunità queer di colore di Brooklyn, e la migliore house la fa una ragazza coreana del Queens.

È stato un anno difficile — ma forse anche per questo la musica di quest’anno è stata così interessante.

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Wednesday Campanella, SUPERMAN

SUPERMAN apre con uno dei nostri singoli preferiti dell’anno scorso e continua il lavoro di reinvenzione totale del pop giapponese di KOM_I, Kenomochi Hidefumi e Dir.F. Dal vaporwave cattivissimo di “Sakamoto Ryoma” a “Onyakonpon” — un pezzo che francamente non sappiamo descrivere: prog lounge? — se volete sentire qualcosa che non avete mai sentito prima, SUPERMAN è il disco che fa per voi.

Priests, Nothing Feels Natural

Nothing Feels Natural è il disco punk di quest’anno, e uno dei migliori dischi punk da anni, più o meno dal lontanissimo Tape One, sempre dei Priests, questa volta alla prova con il loro primo LP. Inerentemente politico, è forse il disco che meglio di ogni altro in questa lista interpreta il perenne stato di confusione e disorientamento del mondo dopo l’elezione di Donald Trump. Ma che cos’è natural, normale? Il disco decide che nessuno può essere normale, come nel pezzo super introspettivo “Nicki,” ma avverte che in una società in cui “nothing feels natural,” presto il precipizio in cui si vive diventa pericolosamente la norma, il quotidiano.

Aristophanes, 人為機器 Humans Become Machines

Probabilmente anche voi avete scoperto la rapper taiwanese ascoltando “Scream,” pezzo assurdo di Art Angels di Grimes. Dopo due singoli prodotti lo scorso anno Aristophanes esordisce sul mercato internazionale con il proprio primo LP, variegato e pienissimo di collaborazioni, ma sempre terrorizzante. Un disco letteralmente stupefacente.

Stormzy, Gang Signs & Prayer

Con questo album Stormzy è riuscito in un’impresa che pochi avrebbero pronosticato. Dopo l’EP Dreamers Disease e qualche singolo, ormai già ampiamente noto, Stormzy riesce a tenere insieme un album che non perde l’asprezza del grime, corteggia il pop inglese — l’album comprende, tra le altre, la partecipazione di Lily Allen — e riesce a parlare con sorprendente profondità di una malattia ancora stigmatizzata come la depressione.

“Like man’a get low sometimes, so low sometimes, Airplane mode on my phone sometimes, Sitting in my house with tears in my face, Can’t answer the door to my bro sometimes.” Imprescindibile quanto l’album quest’intervista rilasciata a Channel4.

Oltre a tutto questo, nel 2017 Stormzy ha anche sostenuto la campagna elettorale di Jeremy Corbyn in quello che Simon Reynolds ha definito un unlikely love affair, a conferma del totale rinnovamento di contenuti che Michael Omari ha portato all’interno degli stilemi del grime.

Sinkane, Life & Livin’ It

Ahmed Gallab, in arte Sinkane, londinese di origini sudanesi, riporta freschezza nell’afrobeat con un disco che riesce a mescolare indie rock, elettronica, pop e influenze afro senza risultare forzato. Life & Livin’ It è un album da ballare, prima, da ascoltare con serietà, dopo.

Thundercat, Drunk

Il nuovo lavoro di Thundercat è un fiume in piena di deliri p-funk, R&B e fusion, con una stravaganza a metà strada tra George Clinton e Frank Zappa. La prima reazione all’ascolto di solito è “dafuq?”, ma per orientarvi nel magma potete partire dai singoloni: “Friend Zone” e “Them Changes” sono già due classici di psych-R&B contemporaneo.

Sampha, Process

Presente di diritto qualsiasi classifica di fine anno, l’album di debutto di Sampha, rivelazione inglese del neo-soul, è un capolavoro: beat serrati, elettroniche minimali, a tratti sembra di sentire come suonerebbero i Radiohead se Thom Yorke fosse originario dell’Africa Occidentale. Ma soprattutto, Process è un disco struggente: rigira il coltello in tutte le ferite che avete e fa piangere dall’inizio alla fine.

Giorgio Poi, Fa niente

Di tutta la nuova ondata di artisti che includiamo vagamente nell’“indie italiano,” possiamo dire che Giorgio Poi resterà. Fa niente è un manuale di come si possa essere pop anche senza essere facili e banali, e di come si possano costruire veri e propri tormentoni (“Niente di strano,” “Acqua minerale”) anche senza ritornelli orecchiabili e ruffiani.

Colombre, Pulviscolo

Il progetto di Giovanni Imparato, musicista prima dei Chewingum poi di Maria Antonietta, è un “pulviscolo” di suoni e atmosfere serpeggianti tra il funk e l’indie, dove ci si immerge in una rievocazione continua, a volte sofferta, a volte spensierata, di un artista che si mette a nudo totalmente nero su bianco. Il filo conduttore è una linea malinconica che accompagna tutti i pezzi, scanditi da suoni ricercati e riverberi. Esordendo con la collaborazione con Iosonouncane in “Blatte”, Colombre ci ha accompagnato dalla primavera all’estate con un progetto immersivo che non possiamo far altro che sperare sia solo l’inizio di una lunga serie di lavori.

Daye Jack, No Data

Arrivato dalla Nigeria negli Stati Uniti con la speranza di trovare un posto nella Silicon Valley, le cose per Daye Jack sono andate un po’ diversamente. Dopo un EP celebrato dalla critica e due dischi ancora non completamente maturi, Jack è tornato quest’anno con un disco solido, sempre futurista / futuribile ma per la prima volta davvero introspettivo. Iniziate da “Raw,” prodotta da Elizondo e remixata da Denzel Curry e Grim Dave, per le cose serie, e da “No Data” per divertirvi.

Aye Nako, Silver Haze

Se volete sentire che suono ha l’indie rock nel 2017 — o che dovrebbe avere l’indie rock nel 2017 — il secondo album della band di Brooklyn è tutto quello che vi serve: suoni pop punk deformatissimi, cori stonati e testi così veri da fare male. Aye Nako scrivono con assurda maturità — soprattutto per il genere su cui cantano — di identità di genere, dello stigma contro la comunità di colore, della costretta politicità delle comunità queer e trans.

Carl Brave X Franco 126, Polaroid

Ogni traccia di questo album è stata riconosciuta e canticchiata quest’estate. Da “Pellaria” a “Noccioline,” è stato uno dei dischi caratterizzanti di serate all’aperto, sottofondo ideale per quelle serate oziose e un po’ a caso, così ben descritte nei testi. Romani veraci, Carl e Franco riescono a immergere chi li ascolta nella capitale, senza rendersi incomprensibili per chi proviene da altre città. E se per caso aveste qualche dubbio su chi sia “Lo zozzone” o cosa sia “la Posta di Sonia,” ecco un video-glossario che fa al caso vostro.

Populous, Azulejos

Andrea Mangia, in arte Populous, con il suo ultimo album ha portato in Italia i suoni lenti e sensuali della cumbia. Azulejos è il risultato della permanenza di Andrea a Lisbona dove ha cambiato case e quartieri per ascoltare nuovi suoni per le strade della città europea più rivolta all’America Latina.

SZA, Ctrl

Sono pochi gli artisti che possono vantare featuring con Kendrik Lamar, Isaiah Rashad e Travis Scott, tutti assieme, nel proprio album di esordio. Forse perché SZA esordiente tanto non è: il suo primo EP esce nel 2014, scoperta dalla Top Dawg Entertainment, che vantava tra le sue fila anche Lamar. Ctrl rientra in quel filone neo soul dalla patina pop che piace un po’ a tutti; SZA rientra tra quegli artisti da tenere d’occhio.

Mac Demarco, This Old Dog

Con This Old Dog Mac Demarco porta a piena maturità quel senso di chill malinconico e distaccato che rende le sue canzoni così seducenti. Crea dipendenza. Highlight: “On The Level,” da ascoltare mentre si passeggia strafatti nello spazio.

The Mountain Goats, Goths

Se c’è un autore che può ambire alla definizione di cantautore statunitense del ventunesimo secolo è lui, John Darnielle, leader — e spesso membro solista — dei Mountain Goats. Goths è un’opera strana: scritta e composta con una tale nonchalance da chiedersi se, a questo punto della propria carriera, Darnielle non potrebbe ambire a vette ancora più alte. In Goths Darnielle sembra quasi vantarsi della propria agilità e naturalezza, scegliendo di raccontare le vite di quella che forse è “la scena” più eterna di tutte: storie che potrebbero essere dell’87 come del 2017, ma che raccontate quest’anno hanno un valore di commento particolarmente evidente.  

LAPS, Who me? EP

Dopo un primo esperimento nel 2014 torna il superduo di Glascow formato da Cassei Ojay (di Golden Teacher) e Sue Zuki (Organs of Love). In un EP frastornato che mescola R&B con post-punk, house con cani che abbaiano. Ascoltate “Gush” per capire che LAPS sono sul serio, e “Edges,” e “Who Me?” per divertirvi forte.

Sudan Archives, Sudan Archives EP

Non avete mai sentito una violinista con così tanto gas. Brittney Denise Parks, 23 anni, in arte Sudan Archives, mescola club rap, R&B e suoni che non avete mai sentito in un EP che non si ferma mai. Il risultato è un disco assurdamente atmosferico dove pezzi così diversi di musica si mescolano perfettamente, senza scontrarsi mai.

Natsuko Nisshoku, 鸚鵡 

La pianista jazz giapponese torna con un nuovo disco di piano rock / anti folk. Classe 1991, formata pianista classica inizia la propria carriera come producer EDM, per poi trovare un proprio genere con 異常透明 nel 2012. Oggi, cinque anni e cinque dischi dopo, Nisshoku sembra per la prima volta essere certa del proprio posto nel mondo.

Acid Castello, Woman 5000

Teppisti dell’elettronica retro, nel loro LP d’esordio gli Acid Castello mantengono la promessa di un trip di space disco che non lascia un attimo di respiro. Woman 5000 è la colonna sonora perfetta della vostra prossima lotta contro una nuova generazione di robot assassini venuti dallo spazio.

Ibeyi, Ash

Il duo franco-cubano delle gemelle Lisa–Kaindé e Naomi Díaz torna con un disco indefinibile, cupo e funk, che in qualche modo riesce a coniugare il pop di “Me Voy” con la cavalcata di “Transmission/Michaelion,” con una lettura del diario di Frida Kahlo della madre delle gemelle Díaz. (C’è anche un altro passaggio spoken word: con un remix di campionamenti di discorsi di Michelle Obama.)

Rkomi, Io In Terra

Novità del panorama trap nostrano, Rkomi è grintoso e abile nel far filare bene le rime. Ascoltarlo è un viaggio nella notte, reale e metaforica, dei pensieri sul passato delle azioni. Milano, gli sbatti quotidiani, l’amore e il mal di vivere sono tutti elementi di questo disco dai suoni sincopati e ipnotici.

Zola Jesus, Okovi

Nika Danilova continua la propria discesa nell’oscurità, abbracciata pienamente nell’EP del 2010 Stridulum nel proprio quinto LP, Okovi. Ed è un LP strano: seguito di un disco, Taiga, che Danilova sperava l’avrebbe portata alla celebrità mainstream, fuori dalla nicchia. Ma non era un momento zeitgeist però, per l’artista di Phoenix. Tra Taiga e Okovi la vita di Danilova ha assorbito tanta della cupezza che cantava, tra depressione, un amico che ha tentato due volte il suicidio, la lotta contro il cancro di un parente prossimo. Zola Jesus esce da questi anni come da una completa metamorfosi. I versi del suo goth pop — a volte francamente un po’ adolescenziali — hanno lasciato il passo a una maturità lucida quando non fredda, tra storie vere e racconti pulp da non dormire la notte.

Willie Peyote, Sindrome di Toret

Sindrome di Toret è un salto di qualità per il rapper torinese, sotto tutti i punti di vista: old school senza essere vecchio, Willie Peyote si fa beffe delle mode e dei vezzi della scena rap italiana e opta per 13 brani in cui spiccano prima di tutto il ruolo della band e gli arrangiamenti pieni di groove, tendenti al funk e alla disco.

St. Vincent, MASSEDUCTION

MASSEDUCTION, quinta uscita per Annie Clark, è uno dei dischi fondamentali dell’anno. Per chi ha anche tangenzialmente seguito il percorso artistico di St. Vincent il disco segna una svolta da ascoltare, riascoltare e capire. Dopo anni di sempre crescente sperimentalismo sonoro Clark si ferma e codifica il proprio stile in un nuovo canone pop per il ventunesimo secolo, musica dal futuro che potete ascoltare subito.

Hak Baker, Misfits

Dal grime del collettivo B.O.M.B Squad al cantautorato su chitarra acustica — è il percorso unico di Hak Baker, che dal proprio esordio solista, “Conundrum,” dell’anno scorso, è emerso come la voce dell’East End di Londra. Misfits, il suo EP d’esordio, traccia un manifesto dell’identità della comunità di colore della città, un documento importante e da ascoltare.

Témé Tan, Témé Tan

Tanguy Heasevoets, in arte Témé Tan, polistrumentista congolese che ufficialmente fa base in Belgio ma che più che altro è apolide, ha registrato il suo esordio omonimo tra Perù, Giappone, Norvegia, Nuova Guinea, Brasile. Il risultato è un disco indie pop profondamente segnato dalla musica world che resta fieramente congolese. Scosso da ispirazioni imprevedibili, tra Prince e i Tune-Yards, le influenze di Heasevoets sono sentite — nel senso di necessarie. Un disco che suona esotico perché ha una storia esotica da raccontare, una storia che è di tutti.

Yaeji, EP e EP2

La producer coreoamericana del Queens è forse il personaggio più di rottura di questa lista: dal proprio esordio, i due singoli “New York 93” e “Guap” — ripreso da Kitsuné — Kathy Yaeji Lee è passata dalla scena industriale più underground di New York a celebrità mondiale — grazie a due EP estremamente forti, che elenchiamo come parte di un lavoro unico. Iniziate da “drink i’m sipping on” se volete capirla, o da “raingurl” per ballare subito: è la migliore house che abbiamo sentito quest’anno.

Frah Quintale, Regardez moi

Di francese, oltre il titolo, non c’è niente. Ma c’è molto altro. Francesco ce ne parlava già a settembre, ci sarebbero stati pezzi già usciti (“Cratere,” “Nei treni la notte”) e inediti (i migliori “Sì, ah” e “Avanti/Indietro”) nel suo nuovo lavoro Regardez moi. Il tema principale è l’amore, o forse la fine dell’amore, o forse addirittura l’immaginazione di un amore che forse non ci sarà mai, esperienze quotidiane che a volte ti prendono e ti spezzano il cuore, ti fanno scrivere le canzoni, uscire a bere e fumare con gli amici e poi Ricominciar tutto da capo.   

Yehan Jehan, Expansions

Yehan Jehan, compositore e cantautore bosniaco che ha trovato seconda casa nel nord di Londra, dopo aver passato un anno e mezzo a far desiderare il proprio esordio ha pubblicato Expansions con Aphrodite questo dicembre. È un disco di cui si parlava come imminente dallo scorso luglio. L’attesa? Ne è valsa la pena. Expansions è un disco estremamente lo-fi, ma dal finish patinatissimo. È difficile inquadrare il genere di Jehan: pop ’80? Pop rock anni Novanta? Forse funk psichedelico. Ma non si tratta di un’operazione di revival banale — “Our Day Will Come,” la traccia che chiude il lungo EP, contestualizza l’intero disco come solo un primo movimento in qualcosa di più ambizioso, riprendendo temi dei pezzi precedenti in una conclusione complessa e elegante. La sensazione è che l’esordio di Yehan Jehan sia appena iniziato.

Tom Rogerson, Brian Eno, Finding Shore 

Avete presente quando cercate la musica adatta per concentrarvi o lasciar scorrere i pensieri? Una colonna sonora che non faccia semplicemente da sottofondo, ma che permetta di entrare in contatto con voi stessi, sorprendendovi di trovarvi alla fine, da tutt’altra parte rispetto all’inizio? L’album di Tom Rogerson e Brian Eno vi aiuterà a perdervi per ritrovarvi. O anche solo a perdervi.

— FIN —