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Il déjà vu della politica dei porti chiusi

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Matteo Piantedosi al Viminale riporta al centro dell’attenzione la guerra propagandistica contro le Ong, ma nella gestione delle migrazioni non c’è traccia di discontinuità con gli ultimi governi

Come previsto, Matteo Piantedosi al Viminale sta portando avanti una fotocopia delle politiche attuate quando al suo posto sedeva Matteo Salvini, e lui ricopriva l’incarico di capo di gabinetto. Un déjà vu dei “porti chiusi” e dei divieti di sbarco prolungati che hanno portato il leader leghista, attuale ministro delle Infrastrutture, ad essere indagato per sequestro di persona, con un processo ancora in corso — la prossima udienza è prevista a dicembre.  

La guerra contro le Ong che effettuano operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo ha già portato al primo incidente diplomatico del governo Meloni: come ha rivelato ieri sera Marco Damilano nel corso della sua trasmissione su Rai 3, il governo tedesco ha chiesto all’Italia di prestare “velocemente soccorso” ai 104 minori non accompagnati che si trovano a bordo della nave Humanity 1, battente bandiera tedesca. Nella nota inviata dall’ambasciata di Berlino si legge che, secondo il governo federale, “le organizzazioni civili […] forniscono un importante contributo al salvataggio di vite umane” e “salvare persone in pericolo di vita è la cosa più importante.” In risposta, la Farnesina avrebbe chiesto “chiarimenti” sulla situazione a bordo della Humanity 1, “in vista dell’assunzione di eventuali decisioni.”

Oltre alla Humanity, sono bloccate al largo delle coste siciliane ormai da più di una settimana anche la Geo Barents e la Ocean Viking, con un totale di quasi 1000 naufraghi a bordo. 

Da Minniti a Piantedosi: la discontinuità che non c’è

L’esortazione delle autorità tedesche è arrivata dopo le richieste del governo italiano che, ricalcando la linea seguita da Salvini nel 2018-2019, vorrebbe che i paesi di bandiera delle navi umanitarie si facessero carico dei naufraghi soccorsi — anche se questo è in contraddizione con il diritto internazionale, che prevede l’assegnazione del porto più sicuro di sbarco a prescindere dallo stato di bandiera dell’imbarcazione che ha effettuato il soccorso. Si tratta di una battaglia strumentale e propagandistica: l’ha spiegato chiaramente lo stesso ministro Piantedosi in un’intervista per il Corriere della Sera, ammettendo che i migranti che arrivano in Italia a bordo delle navi delle Ong sono solo una minima parte — circa il 16% — del totale. “Non possiamo farci carico dei migranti raccolti in mare da navi straniere che operano sistematicamente senza alcun preventivo coordinamento delle autorità,” sostiene il ministro, proprio perché “ci facciamo già carico del restante 84% dei migranti arrivati sulle nostre coste.” 

Insomma: sulla pelle di poche centinaia di persone, che non farebbero nessuna differenza nel bilancio dei flussi migratori, si gioca una battaglia politica e ideologica. E senza molte prospettive: prima o poi le navi dovranno comunque approdare — rallentare lo sbarco serve soltanto a rendere più difficili i soccorsi

Del resto, le idee di Giorgia Meloni sono chiare: convinta da tempo che le migrazioni siano parte di un disegno di “sostituzione etnica,” nell’intervista rilasciata a Bruno Vespa per il suo ultimo libro sostiene: “Se tu incontri per caso in mare una barca in difficoltà, sei tenuto a salvare chi è a bordo. Ma se fai la spola tra le coste africane e l’Italia per traghettare migranti, violi apertamente il diritto del mare e la legislazione internazionale. Se poi una nave Ong batte bandiera, poniamo, tedesca, i casi sono due: o la Germania la riconosce e se ne fa carico o quella diventa una nave pirata.”

È la vecchia idea dei “taxi del mare” — secondo l’infelice espressione coniata a suo tempo da Di Maio — e del “pull factor” che le navi delle Ong rappresenterebbero. Una circostanza già smentita nel corso degli ultimi cinque anni da innumerevoli studi e anche dalla realtà dei fatti, dato il susseguirsi degli sbarchi “autonomi” sulle coste italiane: proprio nei giorni scorsi ci sono state due grosse operazioni di salvataggio gestite dalla guardia costiera — naufraghi di “serie A,” che hanno il diritto di essere portati a terra immediatamente dopo il soccorso, rispetto ai naufraghi di “serie B” salvati dalle navi umanitarie e bloccati in mare per giorni o settimane.

In questo, in realtà, è davvero difficile notare una discontinuità tra i vari ministri che si sono succeduti al Viminale dal 2017 ad oggi: anche durante i due mandati di Luciana Lamorgese le navi delle Ong sono state regolarmente tenute al largo per molti giorni prima dell’assegnazione di un porto sicuro, anche se senza sbandierare motivazioni propagandistiche come sta facendo Piantedosi. Senza contare la pratica dei fermi amministrativi che è stata largamente applicata nel corso del 2021 per ostacolare il soccorso in mare, fino a una sentenza della Corte di giustizia europea dello scorso agosto

Il rinnovo del memorandum italo-libico

L’esempio più lampante della continuità tra i governi degli ultimi cinque anni in materia di migrazioni, al di là delle differenze nei toni e nella propaganda, è rappresentato dal famigerato memorandum italo-libico, di cui ieri è scattato il rinnovo automatico per altri tre anni. Anche a questo giro non sono servite a nulla le proteste di decine di organizzazioni della società civile, che hanno chiesto ai governi Draghi e Meloni di rivedere — se non abolire — il memorandum. Dall’inizio del 2022, secondo i dati dell’Oim, sono già più di 16 mila le persone intercettate in mare e riportate nei lager libici in virtù di questi accordi. Ora l’Italia fornirà alle milizie libiche altre 14 imbarcazioni veloci, in base a una commessa aggiudicata la scorsa primavera per 6,65 milioni di euro e curata da Invitalia, l’agenzia controllata dal Ministero dell’Economia.  


In copertina: foto di MSF International via Twitter

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