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Stati Genderali: l’alleanza sociale e politica per un’alternativa dal basso 

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in copertina, foto via Facebook / smaschieramenti

Il percorso assembleare degli Stati Genderali rimette al centro le voci di frocie, lesbiche, persone trans, intersex, bi+ e non monosessuali, asessuali, non binarie, persone con HIV, sex worker, persone razzializzate e senza documenti, persone disabili e neurodivergenti

A novembre si terranno gli Stati Genderali a Torino, dopo le iniziative analoghe di Palermo, Roma e Bologna. Gli Stati Genderali sono assemblee pubbliche e allargate che cercano di tenere insieme attivistə, associazioni e collettivi per costruire dal basso una nuova cultura diffusa e delle vere e proprie strategie politiche, con l’intenzione di reagire ai problemi di violenza omolesbobitransfobica e misogina, etero-cis-patriarcale, razzista e abilista, che sono strutturali e radicati nella società. 

Di questa realtà fa parte il collettivo transfemminista queer Laboratorio Smaschieramenti, con cui abbiamo parlato dell’importanza di questi appuntamenti: “L’obiettivo è quello di partire dal contrasto a questa violenza e dai propri bisogni e desideri, per portare una critica e una proposta politica, volta a orientare un cambiamento reale.” Il percorso si è sviluppato proprio dalla necessità di rimettere al centro voci, necessità e bisogni di frocie, lesbiche, persone trans, intersex, bi+ e non monosessuali, asessuali, non binarie, persone con HIV, sex worker, persone razzializzate e senza documenti, persone disabili e neurodivergenti, mai interpellate anche quando si tratta di elaborare leggi che le riguardano direttamente – emblematici sono stati il ddl Zan e il mancato coinvolgimento della comunità LGBTQIAP+, da cui è scaturita la successiva campagna #moltopiùdizan, che ha portato alla costruzione di un’alleanza tra soggettività e soggetti politici diversi, alla base del primo Rivolta Pride. L’ultima manifestazione si è tenuta lo scorso 25 giugno a Bologna, con la partecipazione di circa 50.000 persone. 

Il “caso” Polis Aperta

A ridosso dell’ultimo Rivolta Pride ha fatto molto discutere la decisione, presa dalla maggioranza dellə attivistə, di chiedere a Polis Aperta, associazione LGBTQIAP+  delle forze armate, di non partecipare al corteo come gruppo ma, piuttosto, come singoli individui. Lə attivistə sono statə accusatə di esclusione e discriminazione da Polis Aperta. Tuttavia, la richiesta si è unita a quella più generale rivolta ad associazioni di categoria, partiti e sindacati fin dall’anno scorso. In più, la decisione era stata presa durante un’assemblea pubblica e dopo essere stata precedentemente discussa. La scelta è stata condivisa da persone socialmente marginalizzate, trans, ex carcerate, sex worker, “che sono oggetto di particolare violenza istituzionale, poliziesca e repressiva: è stato perciò un gesto di tutela e cura nei confronti dei membri della nostra collettività piuttosto che un gesto di esclusione in sé,” spiega il Laboratorio Smaschieramenti.

In risposta alle accuse, lə attivistə hanno poi sottolineato che i soggetti discriminati sono i soggetti socialmente marginalizzati e la scelta nei confronti di Polis Aperta è stata presa non in quanto parte della comunità LGBTQIAP+, ma in quanto parte delle forze dell’ordine intese come istituzione e “come luogo di riproduzione di violenza sessista, omolesbobitransfobica, abilista e razzista, che è storicamente tale, basti pensare a Stonewall.” Non si tratta, oltretutto, di una scelta è così atipica, associandosi a quanto deciso per i pride di Londra, New York e Vancouver. Infatti, lə attivistə si stanno mobilitando per avere un confronto con chi, anche altrove, si è speso per liberare questi spazi. 

In seguito a questo episodio, lə attivistə hanno approfondito una discussione da sempre in corso, relativa al rapporto tra persone LGBTQIAP+ e istituzioni stigmatizzanti, repressive e violente. Ad esempio, mancano corsi di formazione forniti da persone esterne alle forze dell’ordine e legate alla comunità LGBTQIAP+. Manca inoltre una problematizzazione rispetto all’elaborazione dei dati: secondo l’OSCAD (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) le poche denunce di violenza omolesbobitransfobica sarebbero sinonimo di una scarsa pratica della violenza, senza tener conto di tutte quelle problematiche sistemiche, sociali e culturali che non rendono accessibile la denuncia. 

Gli Stati Genderali di Palermo

Questo tipo di discussione è stata centrale durante gli Stati Genderali che si sono tenuti ad agosto a Palermo. Durante queste assemblee vengono organizzati dibattiti tematici e, finora, i tavoli principali sono stati organizzati su: lavoro, migrazioni, identità di genere, violenza e percorsi di fuoriuscita, educazione e formazione, disabilità e neurodivergenze, HIV e IST (infezioni sessualmente trasmesse), famiglie e “sfamiglie,” comunicazione. Tra le molte, alcune delle rivendicazioni che sono state sottolineate sono: il superamento delle discriminazioni sul lavoro e dell’idea di una separazione tra diritto civile e sociale; il riconoscimento e la tutela del lavoro sessuale; la necessità di una nuova legge sull’autodeterminazione di genere, che permetta a persone trans e non binarie di accedere ai percorsi di affermazione di genere in maniera accessibile, gratuita e senza essere patologizzate; la riforma della legge 104 e il riconoscimento di ADHD, vulvodinia e fibromialgia; il bisogno di assumere come obiettivo centrale il benessere complessivo della salute sessuale, in cui inserire HIV e IST; l’importanza dell’accesso alla GPA (gestazione per altri) e alle tecniche di riproduzione assistita, così come all’adozione e a una diversa concezione di famiglia; l’esigenza stringente di corsi di educazione alla sessualità, all’affettività e al consenso nelle scuole; la necessità di centri antiviolenza per persone LGBTQIAP+.

A Palermo lə attivistə hanno allargato lo scambio reciproco al nodo della repressione anche in rapporto alla questione Polis Aperta, o almeno ripartendo da lì e ampliando i termini del confronto. In questo senso si è parlato sia del ruolo ambiguo di molte delle associazioni LGBTQIAP+ all’interno delle forze dell’ordine; sia della problematicità dei “pacchetti sicurezza” – da Maroni a Lamorgese – e, soprattutto “di un’idea alternativa di città libera e sicura, scevra dalla violenza repressiva e immaginata come luogo collettivo di cura.” A Palermo è stato posto fortemente l’accento su una generale volontà di scambio con gli altri movimenti LGBTQIAP+, con Non Una Di Meno, con i movimenti per i diritti civili e sociali, con i movimenti ambientalisti. In particolare, sul tema del lavoro, c’è stata un’azione comune con lavoratrici e lavoratori della GKN di Firenze, con cui si è arrivati alla scrittura di un documento congiunto già in agosto. Il 5 ottobre, a Bologna, queste e altre realtà si sono nuovamente incontrate per un’assemblea generale per discutere della prossima manifestazione “Convergere per insorgere”, del 22 ottobre, a Bologna, “per i diritti, l’ambiente, la salute, gli spazi pubblici comuni, una vita bella e per la pace”. L’idea è quella di fare incontrare tante realtà diverse per costruire l’iniziativa come processo collettivo. L’importanza di questo tipo di confronto sta soprattutto nell’esigenza di unire le intelligenze di tutte e tutti, convergendo verso lotte comuni, specialmente in un momento storico e politico così delicato ma, anche, cruciale.


Olimpia Capitano è dottoranda in studi storici all’università di Teramo e autrice del libro Livorno 1921. Dentro e oltre la Classe operaia (4Punte, 2021). Si occupa di storia politica italiana e di storia sociale del lavoro in prospettiva di genere, con particolare attenzione alla storia del lavoro domestico. Seguila su Instagram

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