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Sono le otto di sera, è il luglio del 1976. Mancano due giorni alla partenza delle olimpiadi di Montreal, ma oggi la notizia principale è la nomina del giovane nuovo segretario del Partito Socialista Italiano, Bettino Craxi.

Fa molto caldo, anche in Brianza. Mentre sta per mettersi a tavola, il telefono di Mario Galimberti, corrispondente per il quotidiano il Giorno, squilla. È la segretaria del sindaco di Seveso, una cittadina di 17mila abitanti confinante con Seregno, dove vive Galimberti. 

La segretaria gli racconta che il comune ha emanato una strana ordinanza: si vieta il consumo di tutti i prodotti agricoli coltivati sul territorio. “Pare che ‘qualcosa’ sia fuoriuscito dall’ICMESA”, dice. Galimberti non ha mai fatto particolarmente attenzione a quella fabbrica, che si trova sul territorio di Meda ma è a pochi metri dal confine con Seveso. Le promette che domattina andrà sicuramente a controllare. 

Comincia così la storia di quello che è noto come il Disastro di Seveso, una delle più note catastrofi ecologiche d’Europa, che cambierà per sempre la vita di migliaia di persone e contribuirà a creare una coscienza ambientalista mai vista prima di quel momento in Italia.

Poco prima che si generi la nuvola tossica, quel 10 luglio la temperatura all’interno del reattore dell’icmesa si alza ben al di sopra dei livelli consentiti, arrivando a 300 gradi in un impianto dove il Servizio Medicina Ambienti Lavoro, proprio in quei giorni, sta concludendo delle vecchie indagini sulla sicurezza e l’inquinamento.

Il calore provoca le reazioni necessarie a produrre una gigantesca quantità di uno scarto industriale di solito presente in poche parti per milione: il 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), sostanza comunemente nota come diossina. Il corpo umano, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità può sopportare  un trilionesimo di grammo di diossina al giorno per kg di peso: 8 milionesimi di g per kg causano malformazioni ai reni e al palato nei feti. La diossina, in alte dosi, provoca anche irritazione e pustole: una malattia della pelle chiamata cloracne.

Il TCDD è ha anche un’altra caratteristica: si presenta prevalentemente allo stato solido come una polvere. Non un gas, non qualcosa che si muove senza controllo, ma anzi si deposita e resta dov’è. Il problema è che anche nel corpo umano si comporta così, quando si deposita nel fegato non se ne va più via.

Nei pochi minuti successivi al disastro l’azione di tre operai è decisiva per evitare un danno ancora più grave: Giuseppe Bruno, Carlo Galante e Vito Romani. I tre si rifiutano di fuggire, si mettono le maschere protettive e cercano di sistemare il guasto. In poco tempo, grazie al loro coraggio e sangue freddo, riescono ad attivare l’impianto di raffreddamento: la temperatura scende, la nebbia smette di uscire. 

Quanto veleno è fuoriuscito di preciso dal reattore che si occupava di defolianti quel giorno? Un chilo, come ha sempre sostenuto l’azienda? Oppure dobbiamo dare ascolto a chi dice che i chili erano almeno trenta, tanto che ancora oggi, 2022, alcuni terreni che costeggiano la superstrada Milano Meda registrano livelli preoccupanti di contaminazione? 

Si parla quindi di evacuare la zona contaminata, se ne parla anche a livello regionale, però non c’è ancora nessun provvedimento di ufficiale. L’evacuazione, di lì a pochi giorni, ci sarà davvero. Le persone inizieranno a convivere con il timore che la loro casa, la loro scuola o la loro attività potesse essere chiusa. Gli abitanti in questo momento ancora non lo sanno, ma molti di loro, la loro casa, non la rivedranno mai più.


TCDD è scritto da Daniele Rìgamonti. Voci di Elena D’Acunto e Daniele Rìgamonti. Regia di Stefano Colombo. Produzione Stefano Colombo e Federico Cuscunà


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In sottofondo: Comfortable Mystery 1, 2, 3, 4, CC BY 3.0 Kevin MacLeod (incompetech.com)