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Un lavoro precario per tutt*

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Più di 3 milioni di italiani sono assunti con un contratto a tempo determinato: è il numero più alto di sempre — il frutto di precise decisioni politiche che continuano da vent’anni

In Italia ci si sta accorgendo che c’è un problema di politiche del lavoro? Forse sì. Di certo arrivano dati sempre più significativi e sconfortanti: Gli ultimi dati Istat sull’occupazione certificano un lieve calo ad aprile 2022, soprattutto tra donne, autonomi e persone di età compresa tra 35 e 49 anni. Il tasso di occupazione resta invariato al 59,9%, ma la notizia più interessante è il record dell’occupazione dipendente a termine: gli assunti con un contratto a tempo determinato hanno raggiunto quota 3 milioni e 166 mila, +12,6% rispetto ad aprile 2021, il dato più alto dall’inizio delle serie storiche nel 1977.

È colpa di qualcuno? L’amore dell’imprenditoria italiana per il precariato è cosa nota da decenni, ma frugando tra le notizie dell’anno scorso si trova una vera e propria pistola fumante: lo scorso 25 luglio il governo, tramite un emendamento al decreto Sostegni bis promosso dal Pd, ha sostanzialmente offerto alle imprese la possibilità di prorogare i rapporti a tempo determinato senza indicare causali, e stipulare contratti a tempo determinato di durata superiore ai 12 mesi anche con lavoratori già impiegati con contratti precari da due anni. Confindustria aveva ringraziato di cuore il governo — e le imprese, a giudicare dai dati di questi giorni, non hanno avuto vergogna di approfittarne.

Non è l’unica questione aperta, però: la stagnazione dei salari rispetto alla media europea è un problema politico altrettanto grande. Le proposte di salario minimo avanzate negli ultimi mesi stanno incontrando gli strepiti delle associazioni imprenditoriali e del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che ha invitato sostanzialmente a tenere i salari bassi per non mettere sotto pressione le imprese — non lanciandoli in una “vana rincorsa” rispetto ai prezzi, che stanno aumentando a causa delle ben note vicende sanitarie e belliche degli ultimi due anni. Per fortuna, dopo anni di tentennamenti sindacali che hanno contribuito a rendere l’Italia uno degli ultimi paesi Ue a non aver definito per legge un salario minimo, almeno la Cgil e il suo segretario Maurizio Landini sembrano essersi convinti che la misura non può più essere rimandata — lo stesso non si può dire, però, della Cisl.

La classe politica italiana però ha altro per la testa, come le gite a Mosca. Il segretario leghista Matteo Salvini avrebbe voluto provare a risolvere la guerra in Ucraina recandosi personalmente al Cremlino e provando a proporsi come mediatore — peccato che, come ormai è noto, ha provato ad organizzare il viaggio in maniera molto irrituale, avvalendosi di un intermediario discutibile e non informando in maniera adeguata il governo. Si è sollevato quindi un polverone, con l’ex ministro dell’Interno attaccato praticamente da tutto l’arco politico: del viaggio probabilmente non se ne farà nulla — in compenso sulla vicenda indagherà il Copasir.

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